NESSUN UOMO E’ UN MAESTRO DI Joyce Collin-Smith

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Nessun uomo è un maestro, di Joyce Collin-Smith, è un’autobiografia senza però esserlo fino in fondo. Delle grandi prove autobiografiche infatti condivide lo stile, la narrazione sostenuta in prima persona, la vita di Joyce che viene usata come uno specchio attraverso il quale mostrare le contraddizioni del mondo e quelle dell’insegnamento della spiritualità (e non lo spiritualità stessa). Dei grandi romanzi contemporanei Nessun uomo è un maestro invece condivide l’onestà, la capacità di creare un mondo all’interno del quale il lettore viene catapultato e la narrazione romanzesca di vita vera, tale da mostrare che l’auto-non-fiction, quando funziona, è forse il miglior modo per raccontare la realtà. Nessun uomo è un maestro è un libro di illuminazioni precoci che vengono introiettate nel tempo, di esperienze mistiche profonde e soprattutto di evoluzione spirituale.

Joyce Collin-Smith, classe 1919, considerata una delle migliori astrologhe britanniche, ha avuto la fortuna di vivere a contatto con i più grandi maestri spirituali del XX secolo. Joyce ripercorre tutta la sua vita partendo dall’infanzia, e dai primi dubbi circa l’esistenza di un mondo superiore e delle vite passate: «ero già in età adolescenziale quando mi venne in mente la possibilità che stessi cercando di ricordare qualche impegno o promessa rimasta in sospeso da un altro tempo, da una vita completamente diversa». Ancora ragazzina, piena di dubbi, ma con una consapevolezza già abbondantemente sviluppata, Joyce si rende conto della necessità di trovare per se stessa una via che gli schiuda le domande che dentro di lei ancora non hanno trovato una risposta: «Ciò che avevo dimenticato era qualcosa che avevo imparato prima di questa vita e che dovevo ricordare a tutti i costi, altrimenti qualche compito o scopo non poteva essere realizzato. In un modo confuso e ardente, quella bambina magra e nervosa cercava di ritrovare quel che dopo sembrò più consono definire una Via».

Il primo incontro con il mondo esoterico avviene attraverso l’opera di Rudolf Steiner, quando la scrittrice è ancora sedicenne. A questo seguirà un lungo periodo insieme a Frank Buchman per eseguire la tecnica dell’ascolto di Dio. Ma è l’incontro col cognato Rodney Collin, il discepolo di Ouspensky (che lei riconoscerà come quel fratello immaginario che fin da bambina la guidava alla scoperta delle potenzialità dell’inconscio), che cambia il suo destino: fino alla morte di Rodney i due non smetteranno mai di tenersi in contatto e di lavorare insieme. Inizia a interessarsi degli insegnamenti della Quarta Via: segue Rodney in Messico, per partecipare alla vita della comunità che aveva fondato lì e si butta anima e corpo negli esercizi spirituali, mai però con un’attenzione fideistica: l’animo inquieto che la contraddistingueva non le permetterà mai di riposarsi su certezze ormai radicate, facendole credere che un sistema fosse del tutto meglio di un altro. Come infatti scrive: «Presto divenne evidente per me che non erano solo le tecniche della voce interiore, o l’ascolto di Dio, a essere necessarie per scoprire ciò che si è veramente e ciò che si dovrebbe fare, ma era necessario anche coltivare la consapevolezza del mondo circostante attraverso il pieno e costante utilizzo dei sensi».

L’obbedienza non è una cosa che fa per lei, e dopo aver sospeso per il momento l’esperienza insieme al cognato, seguirà Francis Roles, che aveva distanziato la sua dottrina all’interno della Quarta Via da quella di Ouspensky arrivando a sostenere per la sua comunità una serie di implicazioni dogmatiche e di prescrizioni che riguardavano i libri che si potevano leggere, le persone che si potevano incontrare, cosa si poteva o non si poteva fare. Era chiaro che Joyce non sarebbe durata a lungo, nella comunità di Roles. Ma è bene notare come il racconto dell’autrice non esaurisca se stesso nella semplice ripetizione di stati mentali interni, del proprio vissuto personale a contatto con i maestri. Essa racconta anche la vita degli entourage di questi maestri, le simpatie e le antipatie e le vicende più terrene che si sviluppano all’interno di queste scuole, mostrandone l’essenziale componente umana.

Dopo la morte di Rodney, avvenuta in un modo che fu traumatico e simbolico allo stesso tempo, Joyce passa un periodo con Pak Subuh, il mistico indonesiano fondatore del Subud, per apprendere la tecnica spirituale del Latihan e della sua apertura: «Incerta su cosa apsettarmi, rimasi vigile e in attesa. Di fatto alla fine mi sembrò che non fosse accaduto niente. Non avvertii alcun potere, nessuna presenza, niente al di fuori dell’ordinario. In pochi istanti mi venne detto che ero stata “aperta” e mi mossi per circolare nella stanza insieme alle altre. Il canto e la danza avevano un effetto leggermente ipnotico, l’unica indicazione che Lesbia mi aveva dato in anticipo era di stare attenta a non farmi trasportare. A Coombe Springs, dove non c’erano restrizioni di sorta, le persone erano arrivate a rantolare e contorcersi nella stanza, strillando, urlando e picchiando le mani o perfino la testa contro le pareti o il pavimento, come nel tentativo di liberarsi da un migliario di diavoli. Chiaramente l’esercizio era una sorta di procedimento di rilascio e purificazione: il grado di violenza della reazione dipendeva dalla natura dell’individuo».

Dopo l’esperienza col Subud si dedicò per anni alla pratica della meditazione trascendentale, alla quale fu iniziata personalmente da Maharishi Mahesh Yogi. Come scrive Colin Wilson nell’introduzione al libro, la parte su Maharishi all’inizio fu quella più corposa e sostanziale. Il Maharishi era convinto di poter cambiare l’umanità attraverso un programma esponenziale di incontri nei quali si insegnavano le basi della meditazione trascendentale. Erano incontri molto faticosi e Joyce si adoperava senza sosta per fare in modo che tutto procedesse senza problemi. Lo Yogi era convinto di poter iniziare tutta la popolazione mondiale: «Iniziò in modo molto pratico e logico, considerando l’entità della popolazione mondiale e calcolando su quella base quante persone avrebbero dovuto cominciare a meditare in un giorno, e poi in un mese e in un anno, e di quanti iniziatori ci sarebbe stato bisogno, e ancora, quanti candidati i nuovi iniziatori avrebbero dovuto portare in una settimana, in un mese, in un anno e quale percentuale di questo doveva a sua volta diventare un iniziatore. Sì, l’intera popolazione mondiale poteva imparare a meditare in tre anni!». Ma l’impossibilità di quel compito era in disaccordo con la saggezza del Maharishi.

L’ultimo incontro essenziale fu quello con James Webb, alla cui memoria è dedicato il libro. La storia del suo esaurimento mentale fu per Joyce un vero trauma: Joyce racconta che subito dopo la sua morte una serie di strane evidenze psichiche cominciarono a mostrarsi intorno a lei, fino al momento in cui la presenza dell’anima di Webb divenne di una consistenza stabile. Alla fine non ci furono per Joyce più maestri alla quale via sottoporsi. Il messaggio del libro, nelle parole del dottor Rouhier è esattamente questo:

Non chiamate nessun uomo maestro.

Il libro si chiude con delle pagine di bellezza e verità di una chiarezza che raramente si ritrova nella letteratura che si occupa di questi temi. L’ultima pagina si potrebbe definire il testamento, il meraviglioso ultimo manifesto di una persona che ha donato tutta la sua vita allo scopo di migliorare se stessa e alla ricerca dell’evoluzione interiore: Joyce traccia una via da seguire che non è fatta di altre vie, ma che procede all’interno del Sé.

«Le impalcature di sostegno sono una buona cosa: come i maestri esistono per arrivare al punto di poterne fare a meno. Alla fine, ognuno deve farsi il proprio percorso attraverso una giungla di idee e per alcuni gli anni in quei regni selvaggi potrebbero essere molto lunghi. Imparare a sopportare i deserti aridi, i pantani paludosi e perfino ad attraversare la valle delle ombre della morte richiede grande resistenza. Quelle che sembrano delle indicazioni si rivelano solo miraggi, che se seguiti riconducono al punto di partenza. La verità è all’interno di chi la cerca. Una volta che si prende la responsabilità del proprio sviluppo si è sulla Via, ma come disse Krishnamurti: “La verità è una terra senza sentieri”. Per me la via conduce non all’oscurità delle caverne himalayane o al reame tempestato di pietre preziose degli elementali che dominano il regno minerale, le acque, il fuoco, l’aria e che avvolgono la terra. Ora guardo continuamente il Sole; ma sono prudente e vigile nei confronti dell’inatteso, dal momento che, come dicono gli indiani del Messico, “chi viene rapito dall’uccello del sole deve guardarsi dal ladro!. In verità la Via è sempre personale. Nella solitudine e con una promessa interiore si fa il primo passo, anche se conduce nel precipizio del tempo e delle circostanze, dicendo “per questo io offro me stesso”, e miracolosamente si viene accolti tra le braccia del Fato e si torna ad affrontare la realtà».

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