Luigi Vernacchia, alchimista.

Luigi Vernacchia nel suo laboratorio

Grazie all’amico Alessandro sono venuta a conoscenza dell’esistenza di questo moderno alchimista, nel web ho trovato questa intervista che lo vede narratore della sua Opera, mi piacerebbe andarlo a trovare, conoscere un vero e reale alchimista, lo metto nel cassetto dei desideri!

La Grande Opera, il sogno dell’araba fenice, della trasmutazione del piombo in oro o, ancora meglio, della realizzazione dell’elisir di lunga vita, inseguita già da Ermete Trismegisto egiziano duemila anni prima della nascita di Cristo, forse è la fine della strada tracciata dal mitico filosofo Alchimico, oppure ha le radici nella «terra nera» del Nilo o, ancora, è il frutto di una chimica divina, dal termine arabo che indica tutto il «cammino», l’alchimia. I padri di questo percorso esoterico, nei testi latini, sono i più diversi personaggi celebri dell’antichità giudaico-biblica, cristiana e islamica. L’Arte Sacra passa nei secoli attraverso Geber, Avicenna, Paracelso («Il tesoro dei tesori»), Basilio Valentino («Le dodici chiavi dell’Alchimia»), Raimondo Lullo, Ripley, ma anche (pochi lo sanno) attraverso scienziati come Isacco Newton (lasciò scritti e diari di laboratori alchemici) e si diffonde, nel segreto, in ogni angolo del mondo. Misteriose formule e simboli da iniziati ancora oggi sono tenuti vivi e si possono incontrare, anche in italia, nei luoghi dove alchimisti operano nella riservatezza. Sono meno di dieci nella nostra penisola i laboratori alchemici dove si «lavora».Tre di questi sono in toscana: a Pontedera, sulle montagne lucchesi e a Viareggio. Proprio sul lungomare, a poca distanza dalla passeggiata stile liberty, per la prima volta è stato possibile entrare nel «sancta santorum» di Luigi Vernacchia, 42 anni, ex insegnante, consulente di una ditta di Bari per la quale prepara medicine secondo la tecnica spagyrica e tinture metalliche efficaci – dice lui – nella terapeutica. Nei sotterranei della una villa nessun gufo impagliato né odore di zolfo, ma alambicchi, bottiglie di vetro di varia foggia, il «pellicano» per distillare la quintessenza e togliere le scorie alle sostanze che vengono purificate, accanto all’athanor, il fornello filosofo o fornello degli arcani (per usare il linguaggio caro agli alchimisti) dove si cuociono gli elementi raccolti nelle vecchie miniere per raggiungere il risultato finale della Grande Opera: la pietra filosofale.
«Con alle spalle studi ermetici ho incontrato l’alchimia, che non ha nulla a che fare con la magia, 15 anni fa – ci racconta mentre indossa il grembiule in cuoio che utilizza per proteggersi dal grande calore che emana il forno durante le operazioni alchemiche- leggendo il libro ‘Alchimia verde spagirica’, di Manfred Junius. E’ così che sono entrato poi in contatto con il maestro Augusto Pancaldi e tramite lui ho fatto parte di un circuito di alchimisti, un gruppo di amici, negli anni ’80. In seguito ho aderito ad un gruppo francese che si rifà a Gurdjieff, la Filiazione Solazaref, nella quale sono rimasto per una decina d’anni. Mi sono distaccato per proseguire autonomamente il cammino verso la conoscenza alchemica».
E’ vero che l’alchimia è la madre della chimica?
«Sono due cose completamente diverse e diverse sono le strade che vengono percorse. La chimica deriva dalla spagyria (tecnica particolare di elaborazione di materie provenienti dai tre regni della natura: animale, vegetale e minerale) e usa materie morte mentre l’alchimia usa materie viventi, cioè con capacità di evolversi e trasformarsi. L’alchimista utilizza sostanze e formule ancora oggi sconosciute alla scienza ufficiale».
Cerca personalmente gli elementi sui quali opera in laboratorio?
«Sì. Per esempio mi reco a Val di Castello (Pietrasanta) in una ex miniera per procurarmi la tetradi mite e sul monte Amiata per trovare antimonio e cinabro. Alcuni strumenti li realizzo impastando terre particolari per ottenere contenitori che reggano a una temperatura che può raggiungere i 300 gradi, altri invece, in vetro, li ordino da artigiani specializzati».
Si parla di via secca e via umida. Che significa?
«Sono due strade alchemiche. La prima e quella delle operazioni ad alte temperature, l’altra a basse temperature. Non posso dire di più».
Ma qual è lo scopo dell’alchimia e della sua ricerca?
«Al di fuori dell’ipocrisia, è la ricerca della pietra filosofale».
E cos’è la pietra filosofale?
«E’ il risultato della cozione finale della grande opera. Stando agli antichi testi ha l’aspetto del vetro rosso, pesante, che polverizzato diventa una polvere arancione che fonde come la cera»
A cosa serve?
«Il suo scopo è la trasmutazione della persona. La metabolizzazione produce la trasmutazione dell’essere. In sostanza elimina le malattie, è l’elisir di lunga vita, dell’eterna giovinezza».
Ma non è scritto che con tale pietra si potrebbe trasformare l’oro in piombo?
«Questo non è il risultato finale ma una saggiatura della pietra, è una passaggio per verificare la forza della pietra filosofale ottenuta in laboratorio».
Dica la verità, lei ci è riuscito?
«Io ci sto provando come tanti altri amici che incontro periodicamente e con i quali scambio esperienze. Quelle naturalmente che si possono svelare».
Ma è possibile che qualcuno nel passato abbia trasmutato l’oro in piombo o abbia creduto di aver compiuto questa operazione?
«Antichi testi lasciano intendere che qualche maestro sia riuscito a raggiungere l’obbiettivo. E per questo abbia passato dei guai».
Se qualcuno volesse avvicinarsi all’alchimia, sarebbe disposto ad “illuminargli” il cammino?
«Sono disposto a guidare lungo la via dell’Arte coloro che intendono avvicinarsi seriamente all’alchimia e soprattutto alla pratica di laboratorio»

Fonte: Alkaest