L’Arte Alchemica, “Arte della Percezione”

INTRODUZIONE ALL’ARTE ALCHEMICA

Durante la seconda guerra mondiale Carl Gustav Jung pubblicò il suo studio su ”Psicologia e Alchima” (1944), che nel 1946 fu seguito dalla ”Psicologia del Transfert” interpretato in congiunzione con una serie di illustrazioni alchemiche. Insieme agli ”Studi Alchemici” (1931 – 1954) e al ”Mysterium Coniuntionis” (1956), il suo e più importante saggio, questi libri favorirono considerevolmente la comprensione dell’Arte Alchemica che si era sviluppata prevalentemente in Italia tra il 1330 e il 1660.

Innanzitutto Jung mise ordine strutturando la giungla degli scritti alchemici. Radiografando le loro pagine scoprì lo scheletro dell’Opus alchymicum, i suoi temi fondamentali, i concetti base, i simboli principali e, indistintamente, i successivi stadi di trasformazione. Come Herbert Silberer, autore nel 1914 di “”Problemi di misticismo e del suo simbolismo””, Carl Gustav Jung fu messo sulla strada dell’Arte Alchemica dalla stretta rassomiglianza fra il mondo immaginario degli alchimisti e il mondo onirico dei suoi pazienti.

Ancora oggi si fa molta confusione nel distinguere l’Alchimia, che è una pratica concreta di trasformazione dell’energia subcoscia attuata attraverso un’azione di manipolazione degli elementi psichici e l’Arte Alchemica che si fonda essenzialmente sulla ”’percezione”’ degli elementi psichici e spirituali (i simboli) presenti nelle immagini. Per James Hillman, il suo allievo più creativo e fecondo, è doveroso attribuire a Jung un talento alchemico nell’individuare, prima nelle immagini degli alchimisti del Seicento, e poi nei sogni dei suoi pazienti, lo stesso processo di trasformazione dei contenuti subconsci (istinti, pulsioni e desideri repressi) in immagini inconscie.

Procedendo in questa visione Jung giunse a considerare ‘l’Opus alchymicum’ come un processo prima mentale e poi artistico di trasformazione degli elementi inconsci in immagini simboliche che, a differenza dell’Alchimia rituale interessata a perseguire scopi preminentemente politici ed economici (settesegrete, Massoneria, Rosacroce, ecc), avviene esclusivamente attraverso lo strumento della percezione. In alcuni appunti Jung formula una precisa distinzione tra l’Alchimia “profana” praticata attraverso precise cerimonie simboliche e l’Arte “sacra” di combinare gli elementi psichici in immagini, parole e contenuti simbolici in grado di “documentare” il processo di trasformazione che mira alla totale integrazione nell’ego del suo sottofondo prima subconscio e poi inconscio.

Jung battezzò questo ipotetico percorso fatto di immagini, allegorie, metafore, emblemi e simboli con la parola “Cabinet hermetique” che a sua volta è espressione tangibile di un processo psicologico poi chiamato “individuazione”, un termine che implica la totalità psicologica, la completezza individuale e il raggiungimento da parte dell’anima del Sè divino. Jung è esplicito nel definire il lavoro di selezione delle immagini archetipali come il fondamento dell’Arte Alchemica di procedere, attraverso l’intuizione, ad integrare nella psiche l’energia evolutiva spirituale contenuta nei simboli.

In un recente studio Diego Frigoli, fondatore della bioecopsicologia, spiega ampiamente il funzionamento psichico del simbolo all’interno del sistema della percezione. E’ uno studio fondamentale perché getta le basi teoriche e scientifiche dell’Arte di combinare gli elementi psichici che emergono dal mondo onirico inconscio e da quello iperconscio rappresentato dai libri e dalle opere dell’arte, in una “Totalità” omogenea. Anche nei suoi studi emerge il ruolo della percezione nel selezionare, prima istintivamente e poi psichicamente, i simboli che più di altri hanno la funzione di riportare l’omoestasi nell’organismo, la salute bioecopsicosomatica e la realizzazione dell’ ”Homo Totus”.

L’Arte Alchemica non si configura come la ricerca effimera di pochi artisti, intellettuali o ricercatori, ma come la vera espressione creativa dell’Alchimia spirituale, da secoli sotterrata sotto il pesante fardello di essere confusa e assimilata alle pratiche dei maghi alchimisti, finiti al rogo e giustiziati in quanto eretici, profanatori consapevoli del “sacro”.
Le opere xilografiche pubblicate da Richard Maier nel 1570,come la più famosa Atalanta Fugens, rappresentano la prova più evidente della differenza sostanziale che esiste tra Alchimia e Arte Alchemica. Le immagini sono raccolte in tavole numerate accompagnate da un brevissimo scritto e spesso da un pentagramma musicale che invita ad osservare e meditare sulle immagine all’interno di uno specifico contesto simbolico. Maier descrive in XXII tavole xilografiche un particolare progesso di disintegrazione, smembramento e purificazione della triplice materia che struttura l’essere umano. Appare ovvio che la trasformnazione spirituyale degli elementi prima psichici e poi mentali avviene attraverso un “artifico” virtuale che è il fondamento metodologico dell’Arte Alchemica.

E’ proprio analizzando con attenzione l’opera artistica di Maier e mettendo a confronto la sua attività iconografica con l’attività chimica di Paracelso che Jung intuisce la sostanziale differenza di intenti tra le due pratiche. Maier è interessato a tradurre in immagini i contenuti inconsci della su anima, mentre Paracelso vuole assolutamente tradurre le formule combinatorie degli elementi in attività concreta di manipolazione della materia.

Tutta l’opera di Jung e dei suoi allievi, in particolare di Hillmann, procede sul versante dell’Arte Alchemica e non dell’Alchimia. La distinzione tra Alchimia e Arte Alchemica si rivela quindi fondamentale per comprendere la differenza sostanziale tra un Alchimista della “materia” e un artista dello “spirito”.

L’Alchimia è una pratica spirituale concreta che si trasforma in “istituzione” esoterica quando istruisce l’Adepto per mezzo di azioni simboliche (rituali, cerimonie, messe, iniziazioni di gruppo o singole, ecc).
Nell’Alchimia Indiana, il guru opera all’interno di un Ashram con lo scopo di dispensare l’energia psichica evolutiva (la Shakti) in grado di risvegliare l’energia Kundalini “addormentata”. In Europa invece prevale l’aspetto corporativo e si diffondono ovunque, tra il XVII e il XIII secolo, numerose sette segrete.

L’Arte Alchemica invece agisce all’interno dell’artista ed evolve gradualmente la prima materia (la libido sessuale) nella seconda materia (la creatività) e infine nella terza materia (la coscienza). Ciò può avvenire in due modi:
1. l’iniziato riveve la Shakti dal Guru e compie pratiche di sublimazione/trasformazione dell’energia sessuale in amore, devozione e preghiera.
2. L’individuo diventa un artista e per mezzo della pratica quotidiana dell’arte della percezione, evolve nelle facoltà intuitive e cognitive della “percezione simbolica” e poi della “meditazione simbolica”.

Questa distinzione, già prefigurata dal sociologo Edgar Morin, è indispensabile per collocare i “saperi” nella giusta comprensione al fine di non essere costretti a dimostrare la validità universale di pratiche che non hanno niente a che fare con la religione o la razionalità scientifica. L’Arte Alchemica è “Arte della Percezione” e, come tale, è in grado di autoleggittimarsi attraverso le opere sempre più numerose di artisti, scrittori, poeti e filosofi che testimoniano, attraverso la propria esperienza creativa, il ruolo sostanziale della Percezione nei processi della “conoscenza pertinente l’uomo” (E. Morin).

Edgar Morin dimostra ampiamente nei suoi libri che il XX secolo ha vissuto sotto il regno di una razionalità che ha preteso di essere solo razionalità, ma che ha atrofizzato la comprensione, la riflessione e la visione a lungo termine. Anche per il sociologo francese è indispensabile ridare all’Arte il ruolo guida di interpretazione dei fenomeni sociali e psicologici. L’Arte Alchemica non è una cosa nuova e nemmeno frutto di una ricerca di pochi studiosi. L’Arte Alchemica esiste da sempre ed è presente nei graffiti delle caverne, nella mitologia, nelle favole, nelle opere dell’arte e nelle trame del cinema. E’ difficile far parlare dell’Arte Alchemica a chi fa uso e abuso esclusivamente dell’Immaginazione creativa e non si preoccupa di “fondare chiese, templi o palazzi”

Arturo Schwarz, il più serio studioso italiano di Arte Alchemica, ha ampiamente dimostrato la presenza di corrispondenze archetipali tra iconografie tantriche, alchemiche e kabbalistiche. La ricerca dell’Arte Alchemica si basa sul riconoscimento dell’identità spirituale presente in tutte le culture e le religioni del mondo. Non c’è grande diversità tra Tantrismo e Arte Alchemica occidentale.

Chi contempla un Mandala compie operazioni simboliche non dissimili da quelle suggerite da Piero della Francesca e Leonardo Da Vinci. Schwarz afferma che ogni granello di sabbia è idealmente carico di una valenza simbolica salvifica che, quando ultimato il Mandala, diventa serbatorio di energia benefica, accresciuta dal carattere rituale del processo creativo e dal fatto che il mandala è creato nello spirito di non attaccamento ai valori materiali.

Il mandala di sabbia illustra il principio cardine del pensiero dell’Arte Alchemica, comune a tutta la tradizione, e cioè che l‘importante non è il risultato finale, quanto il percorso conoscitivo per raggiungerlo. Per l’operatore alchemico, chiamato anche ‘Artista’, non importa la Pietra Filosofale quanto l’itinerario che porta alla scoperta. E’ nella cerca, nel corso della ‘longissima via’ verso la ‘Pietra’, che l’Artista consegue la conoscenza. Una volta raggiunta, la Pietra è soltanto il simbolo della conquista del vero Sapere.
Questa ricerca si compie raccogliendo e classificando le immagini per simboli, metafore, allegorie ed emblemi.

Se esiste nell’Enciclopedia la voce ‘Tantrismo’ e ‘Mandala’, allora deve esistere anche il suo corrsipondente occidentale: ‘Arte Alchemica’ ed ‘Emblema.’

Marta Breuning