LA DONNA SELVAGGIA

La donna selvaggia è nel contempo amica e madre di coloro che hanno perso la strada, si sono sperdute, di tutte coloro che hanno bisogno di sapere, di tutte coloro che hanno un enigma da risolvere, di tutte coloro che vagano e cercano nella foresta o nel deserto.

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I territori spirituali della Donna Selvaggia, nel corso della storia, sono stati spogliati e bruciati, i cicli naturali costretti a diventare innaturali
per compiacere gli altri.

Donne che corrono coi lupi – Clarissa Pinkola Estés


SELVAGGIA
Recenti ritrovamenti di paleontologi dimostrano che le nostre primitive antenate ebbero un ruolo decisivo per l’evoluzione dell’uomo. La loro forza? L’intuito. Una dote che si rivela quanto mai attuale. Perciò, signore di oggi, tornate a vivere… Finisce in soffitta l’idea dell’uomo primitivo che riesce a passare dall’età della pietra alla civiltà dei grattacieli combattendo le belve con clave e asce di selce.
Si e’ scoperto che la razza umana, senza alcuni modelli di pensiero della donna, non sarebbe mai riuscita a sopravvivere. Questo modello mentale e’ stato definito dagli esperti “Donna Selvaggia” ed e’ ancora nascosto nelle profondità dell’inconscio femminile. “La donna che oggi si trova nei deserti di una metropoli può cavarsela meglio se impara ad ascoltare e ad affidarsi alla voce interiore del suo potere istintuale di Donna Selvaggia – spiega la psichiatra americana Clarissa Pinkola Estes.

RETI TRAPPOLA
Il fuoco, il ferro, la ruota… Le scoperte dell’uomo non si contano, ma sembra che una tappa fondamentale nell’evoluzione della razza umana sia frutto della donna e non dell’uomo: una rete intessuta, fra i 25 mila e i 27 mila anni fa, con fibre vegetali, per essere usata come trappola. Che la donna fosse maestra nell’ordire trappole l’hanno sempre sostenuto tutti gli uomini, ma a scoprire che uno dei momenti più importanti della nostra storia e’ legato a questa tecnica di caccia e’ stato, nel corso di scavi nel sito archeologico di Pavlov, in Cecoslovacchia, un gruppo di paleo – archeologi delle universita’ americane dell’Illinois e della Pennsylvania (Olga Soffer, James Adavasio e David Hiland), con l’aiuto di Sarah Meson, paleo – botanica dell’University College di Londra.

I VANTAGGI
La caccia con la rete è ancora oggi usata dagli aborigeni australiani e dagli Mbuti delle foreste dello Zaire: è oltremodo fruttuosa e richiede un dispendio minimo di energia fisica. Ma il vero vantaggio di questo tipo di caccia non risiede tanto nella sua facilità, quanto nel fatto che consente di catturare prede diverse dai soliti grossi animali cacciati dai maschi e funziona anche in periodi dell’anno sfavorevoli, come l’inverno. L’idea di intessere reti con arbusti e radici e’ probabilmente venuta in mente proprio alle donne, per la loro familiarità con il regno vegetale. Erano loro a ricavarne pozioni terapeutiche e anche a scegliere piante commestibili. Poter disporre di un’ampia varietà di cibi ha letteralmente evitato che l’homo sapiens si estinguesse: in effetti, diversamente dagli animali carnivori i cui sistemi metabolico e digestivo sono abituati a una dieta esclusivamente di carne, nel caso dell’uomo basta infatti che più della metà delle calorie della dieta derivino dalla sola carne perché sopravvenga la morte per “avvelenamento proteico”.
“Nel Paleolitico Superiore – spiega la paleontologa Linda Owen dell’University College di Londra – erano le donne e non gli uomini a portare a casa la maggior parte delle calorie necessarie alla sopravvivenza: piante (e in particolare frutta, che e’ stata per molto tempo l’unica fonte sicura di zuccheri, il principale substrato energetico per le cellule cerebrali: il cervello ne consuma in media quasi quattro grammi all’ora), uova di uccelli, pesci e insetti, piccoli animali catturati con la tecnica delle reti e quelli piu’ grossi che venivano uccisi dai maschi con l’aiuto delle stesse donne”.

L’INTUITO
Dunque superata l’idea dell’uomo preistorico forte cacciatore in continua lotta per la sopravvivenza con al suo fianco una compagna passiva. Ma da dove arrivava alla donna questa maggiore capacita’ rispetto all’uomo di utilizzare l’habitat naturale a scopo di sopravvivenza? “La forza delle donne sta nell’intuito, il potere istintuale primario della “donna selvaggia” “, spiega la psichiatra – analista Clarissa Pinkola Estes, ex direttrice del C.G. Jung Center di Denver e autrice del bestseller “Donne che corrono coi lupi”, giunto ormai alla 24a edizione e tradotto anche in italiano (vedi box). “E poiché nulla va mai perduto nella psiche, questo pozzo dell’intuito istintuale femminile non si e’ mai prosciugato e puo’ essere ancora riportato in superficie”. “Come il lupo – continua la Estes – l’intuito delle donne ha artigli che aprono ogni corazza, occhi capaci di vedere oltre ogni maschera e orecchie per udire oltre le chiacchiere: e’ con questi strumenti che la donna assume una consapevolezza animale acuta e persino precognitiva, che approfondisce la sua femminilità e la sua capacita’ di muoversi con fiducia nel mondo. “Da qualunque cultura sia influenzata, la donna comprende immediatamente intuitivamente le parole “donna” e “selvaggia” e quando le sente si riaccende in lei la memoria del suo Io istintuale innato, il suo femminino selvaggio, sepolto dall’addomesticamento della civilta’, negato dalla cultura e ormai del tutto incompreso. Ci sono donne alle quali questo rigenerante gusto del selvaggio arriva durante la gravidanza, l’allattamento, durante il miracolo del cambiamento di se’ nell’allevare un bambino o mentre curano un rapporto amoroso come curerebbero l’amato giardino”.
Il titolo del fortunatissimo libro “Donne che corrono coi lupi” deriva dagli studi che l’autrice, la psicologa etno – clinica e psicoanalista junghiana Clarissa Pinkola Estes ha condotto per anni sulla fauna selvaggia e in particolare sui lupi. “La fauna selvaggia e la donna selvaggia sono a rischio” afferma la Estes. “Nel tempo abbiamo visto saccheggiare e respingere la natura istintiva della donna. La donna moderna è una confusione di attività, costretta ad essere tutto per tutti. L’antica sapienza è perduta”. “I lupi sani e le donne sane hanno invece molte caratteristiche in comune: sensibilità acuta, spirito giocoso e grande devozione, sono curiosi e possiedono forza e resistenza”. E non e’ finita qui: “Lupi e donne sono profondamente intuitivi, si occupano intensamente dei loro piccoli, del compagno e del gruppo. Sono esperti nell’arte di adattarsi alle circostanze. Sono fieramente gagliardi e coraggiosi”.

E IL SESSO FORTE SI SENTE DEBOLE CONFRONTI
Ma che cosa vuol dire oggi essere una “donna selvaggia”? Che senso ha suggerire di vivere vicini all’istinto in una società che di naturale ha così poco? “In realtà”, dice lo psichiatra Vittorino Andreoli, “si consiglia alle donne di diventare qualcosa che sono già. Le donne d’oggi, in buona parte, sono già selvagge: non seguono più le regole, regole peraltro fissate dai maschi. Vogliono scegliersi un partner? Fanno una proposta diretta. Vogliono fare un lavoro da “uomini”? Lo fanno. E non da ieri. Correvano gli anni Sessanta quando le donne in nome della libertà facevano le “selvagge” e buttavano il reggiseno al rogo. E andando molto più indietro nel tempo, il mito della donna forte, guerriera, e’ sempre esistito. Pensiamo alle Amazzoni, alle Valchirie. Piuttosto, attenzione, che tutta questa “selvaggeria” non finisca con l’atterrire uomini che dalle donne sono gia’ abbastanza spaventati e preferiscono far l’amore via cavo”. “Bisognerebbe pensare all’effetto boomerang”, conferma Umberto Galimberti, docente di Filosofia della storia all’Universita’ di Venezia, “quale uomo avra’ il coraggio di affrontare le donne selvagge? Mi pare che questo sia il tempo della paura maschile piu’ che della timidezza femminile…”. Sostenendo che le donne debbono vivere d’istinto, non si finira’ pero’ col tornare a dire che le donne non ragionano, anzi “ragionano con l’utero”? “Non e’ un insulto.Le donne hanno una comprensione del mondo che passa anche attraverso la “pancia” perche’ danno la vita, ma questo e’ un guadagno rispetto al modo di pensare maschile. La comprensione che nasce dalla pancia e’ piu’ rapida di quella che viene dalla testa”.

Ma che cosa puo’ o deve fare una donna d’oggi che voglia recuperare la sua “anima selvaggia”? Ecco i consigli della dottoressa Clarissa Pinkola Estes tratti dalla sua esperienza di terapeuta.
“Nella mia pratica clinica”, spiega, “ho ascoltato molte volte frasi del tipo: “sapevo di dover ascoltare il mio istinto, ma non l’ho fatto”. L’intuito e’ come i muscoli del corpo: se non viene usato finisce per perdere forza, si atrofizza. La donna può avere una visione debole della sua saggezza intuitiva, ma con la pratica essa tornerà e si manifesterà appieno. Anche la più repressa delle donne ha una vita segreta di pensieri e sentimenti che sono selvaggi, ovvero naturali. Anche la più prigioniera delle donne custodisce un Io selvaggio perché intuitivamente sa che un giorno ci sara’ un passaggio, una possibilità e che vi si buttera’ a capofitto per fuggire. “Molte delle donne che ho curato cominciavano la prima seduta con una frase tipica: “Insomma, non mi sento male, ma neppure bene”. “La cura migliore consiste, in questi casi, nel far riemergere in queste donne la “selvaggia” che e’ sepolta nella loro psiche”. Per trovare la “donna selvaggia” le donne devono, dunque, tornare alla loro vita istintiva. Riunirsi alla propria natura istintuale non significa certo comportarsi da folli o senza controllo, o diventare meno umane. La parola selvaggia non va infatti intesa nel suo senso moderno peggiorativo, con il significato di incontrollato, ma nel suo senso originale, che significa vivere una vita naturale.

CAMBIARE RITMI
Se volessimo dare alcuni consigli potremmo dire che le donne non devono insistere nel mantenere a tutti i costi i ritmi di vita cui hanno dovuto abituarsi, affogate nella routine domestica, nell’intellettualismo, nel lavoro o nell’inerzia, perche’ questo e’ il modo piu’ sicuro per stare lontano dai propri istinti. “Ho ascoltato”, ricorda la dottoressa Estes, “tante scuse tipo: non ho talento, non sono importante, non sono colta, non ho idee e la scusa piu’ banale di tutte: non ho tempo. “Non bisogna aver paura di avventurarsi da sole, ne’ paura di cercare una guida, paura di provare il nuovo, paura di prendere posizione”. Bisogna invece esercitarsi ad usare l’intuito, porsi domande, essere curiose. Corriere salute.

PATRIMONIO FEMMINILE DIMENTICATO RADICI
“Il mito della donna selvaggia non e’ affatto nuovo, ma e’ un concetto che le donne stesse hanno dimenticato”, sottolinea lo psichiatra Giorgio Maria Bressa. “Alle donne, nei secoli, hanno raccontato molte bugie su loro stesse e le hanno costrette a crederci. La donna selvaggia è la parte più profonda del “femminino”, un patrimonio di conoscenza dell’inconscio che si tramanda da madre in figlia. La donna che accetta gli andamenti della vita, che lotta per sfuggire al “predatore” che non deve essere associato solo all’altro o all’uomo, ma può albergare anche dentro di lei, sotto forma di condizionamenti che ne bloccano la creatività”.

Peccarisi Cesare