La conoscenza non è consapevolezza

jiddu

La consapevolezza è uno stato nel quale la mente osserva qualcosa senza accettarlo o rifiutarlo; lo guarda per quello che è. Solo se guardate un fiore mettendo da parte le vostre conoscenze botaniche, lo vedrete nella sua interezza; ma quando la mente osserva il fiore attraverso la conoscenza botanica che possiede, non vi consente di vederlo veramente. Nulla impedisce di avere delle conoscenze botaniche, ma se questa conoscenza occupa per intero la mente e la oscura, non potete guardare veramente il fiore che vi sta di fronte.

Così, guardare un fatto significa esserne consapevoli e in questa consapevolezza non c’è scelta, non c’è condanna, non c’è simpatia o antipatia. Ma quasi tutti noi non siamo capaci di questa consapevolezza, perché per tradizione, per abitudine, non affrontiamo mai un fatto mettendo da parte i nostri condizionamenti. Dobbiamo renderci conto di quello sfondo di condizionamenti che si manifesta tutte le volte che siamo di fronte a un fatto. Solo quando l’unica cosa che vi interessa è osservare un fatto, quello sfondo condizionato smette di interferire. Quando il vostro interesse principale è quello di capire un fatto e vi rendete conto che il vostro condizionamento vi impedisce di comprenderlo, proprio il vostro vitale interesse a capire spazza via il condizionamento.

L’introspezione non è mai completa

Nella consapevolezza c’è solo il presente. Quando siete consapevoli vi rendete conto che l’influenza del passato controlla il presente e modifica il futuro. La consapevolezza e un processo integrale che non crea alcuna divisione. Per esempio, se mi pongo la domanda: “Credo in Dio?”, se sono consapevole, nel momento stesso in cui me la pongo, posso osservare che Cosa mi induce a fare questa domanda; se sono consapevole, percepisco quali sono le forze che mi costringono a porre una domanda del genere. Mi rendo conto della paura e delle tante forme in cui si manifesta; è per paura che i miei antenati hanno creato un’idea di Dio, che hanno trasmesso anche a me. Questa idea si è mescolata con le mie reazioni, così io ho cambiato, ho modificato il loro concetto di Dio.  Se sono consapevole, percepisco in tutta la sua interezza quel processo che è il passato e i suoi effetti sul presente e sul futuro.

Quando siamo consapevoli ci rendiamo conto di come sotto l’influsso della paura ognuno di noi si forma il concetto di Dio. Forse c’è stato qualcuno che ha avuto un’esperienza autentica della realtà, di Dio e ne ha parlato ad altri, che si sono avidamente impossessati di questo racconto e hanno dato il via all’imitazione. La consapevolezza è completa in se stessa, mentre l’introspezione rimarrà sempre qualcosa di incompleto. Dall’introspezione scaturisce qualcosa di scadente, di doloroso, mentre la consapevolezza porta sempre con sè entusiasmo e gioia.

Vedere l’intero

Come guardate un albero? Lo vedete nella sua interezza? O lo vedete per intero o non lo vedete affatto. Passandogli accanto potete dire: “Guarda quell’albero, com’è bello!”, “È un mango”, oppure dite: “Non so che alberi siano quelli, forse sono tamarindi”. Quando vi fermate a guardare un albero, non lo vedete mai nella sua totalità; e questo significa che non lo state affatto vedendo.

Accade la stessa cosa con la consapevolezza. Se non vedete come funziona la vostra mente in tutte le sue attività, non potete dire di essere consapevoli. Un albero è fatto di radici, di un tronco, di rami grossi e sottili, di ramoscelli estremamente delicati, di foglie verdi, di foglie morte e di foglie appassite, di foglie brutte e di foglie mangiate dagli insetti, di foglie che stanno per cadere; e poi ci sono i fiori e i frutti. Tutto questo fa parte dell’interezza dell’albero. Similmente, se osservate come funziona la vostra mente proprio come osservereste un albero nella sua interezza, vedrete affiorare l’approvazione, la condanna, la negazione, Il conflitto, il senso di inutilità, la frustrazione, la disperazione e la speranza. Tutto questo fa parte della consapevolezza. Non c’è nulla che debba essere lasciato fuori. Allora siete consapevoli in modo estremamente semplice della vostra mente, osservandola nella sua interezza; non guardate soltanto un angolino del quadro, chiedendovi: “Chi ha dipinto questo quadro?” 

Consapevolezza e disciplina

La consapevolezza, quando viene perseguita attraverso una pratica, ed è ridotta ad un’abitudine, diventa noiosa e pesante. La consapevolezza non sottostà alle regole che vorremmo imporle. Seguire una pratica implica istituire un’abitudine, implica fare uno sforzo, esercitare la volontà. Tutto questo esclude la consapevolezza. Dove c’è sforzo c’è distorsione.

Consapevolezza non è soltanto il rendersi conto di quello che è fuori di noi – il volo degli uccelli, le ombre e la luce, il movimento inarrestabile del mare, gli alberi, il vento, il mendicante, le automobili lussuose , ma è anche il rendersi conto di tutto quello che avviene psicologicamente, le tensioni e i conflitti che sono dentro di noi. Voi non condannate il volo di un uccello: lo osservate, ne cogliete la bellezza. Ma quando siete di fronte alla lotta che si scatena dentro di voi, la condannate o la giustificate. Non siete capaci di osservare il vostro conflitto interiore senza pendere da una parte o dall’altra, o senza cercare giustificazioni.

Essere consapevoli dei vostri pensieri, dei vostri sentimenti senza identificarvi, senza reprimerli, non è affatto noioso, non genera sofferenza; se però siete in cerca di un risultato o di un guadagno, allora il conflitto aumenta e vi assale la noia di dover continuare a lottare.

Quando un pensiero fiorisce

In quello stato che è consapevolezza la mente accoglie tutto: i corvi che volano veloci nel cielo, i fiori sui rami, le persone che ti stanno sedute di fronte, i colori dei loro abiti; è una consapevolezza senza barriere, che richiede la capacità di vedere, di osservare, di accogliere il profilo di una foglia, la forma di un tronco; ti permette di accorgerti di come è fatta la testa della persona che ti sta accanto e di vedere che cosa sta facendo. Essere pienamente consapevoli e agire con questa consapevolezza significa essere consapevoli di tutto il proprio essere. È una mente mediocre quella che possiede qualche capacità particolare, limitata ad un campo specifico, e che cerca di affinare le sue capacità limitate, da cui trae la propria esperienza. Una mente mediocre è limitata, ristretta. Ma quando c’è la consapevolezza di tutto il proprio essere, che coglie ogni pensiero, ogni sentimento, senza mai limitarli, ma anzi lasciandoli sbocciare e fiorire, questa consapevolezza non ha nulla a che fare con la concentrazione, che può essere sviluppata come una capacità particolare e che quindi sarà sempre limitata.

Far sì che un pensiero o un sentimento fioriscano richiede attenzione, non concentrazione. Quando parlo di far fiorire un pensiero o un sentimento, intendo dire che si debba lasciare ad essi la libertà di manifestarsi per vedere che cosa succede. Qualsiasi cosa per fiorire ha bisogno di libertà, ha bisogno di pace, non può venire repressa. Non potete imprigionarla nelle vostre valutazioni, come quando dite: ‘”Questo è giusto, questo e sbagliato; dovrebbe essere così; non dovrebbe essere così”. Così facendo, impedite al pensiero di fiorire. Il pensiero può fiorire solo nella consapevolezza, perciò, se approfondite veramente la questione, scoprirete che il fiorire del pensiero e anche la fine del pensiero.

La consapevolezza passiva

Nella consapevolezza non c’è divenire, non c’è nulla da guadagnare. C’è un’osservazione silenziosa senza scelta, senza condanna, da cui scaturisce la comprensione. Quando, in uno stato nel quale non esiste il minimo sforzo per accumulare o accettare qualcosa, i pensieri e i sentimenti possono affiorare e manifestarsi, c’è una consapevolezza incredibilmente vasta, nella quale gli strati più profondi e nascosti della coscienza rivelano il loro significato. Questa consapevolezza rivela un vuoto creativo che non si può né immaginare ne definire. La vastità della consapevolezza e il vuoto creativo sono una cosa sola, costituiscono un processo unitario, non sono due cose diverse. Quando osservate in silenzio un problema senza condannarlo o giustificarlo, affiora una consapevolezza passiva nella quale il problema viene capito e risolto. La consapevolezza implica una straordinaria sensibilità, nella quale il pensiero smette di fare affermazioni e scopre i suoi limiti. Finché la mente proietta o definisce qualcosa, non potrà esserci creazione. Solo quando la mente ha smesso di creare problemi, quando è calma, vuota, in uno stato di vigile passività, allora c’è creazione. Creazione implica negazione, che però non è l’opposto dell’affermazione. L’essere niente non è antitetico all’essere qualcosa. Un problema esiste solo quando siamo in cerca di un risultato. Quando non cerchiamo più alcun risultato, anche  il problema scompare.

Quello che viene veramente capito, non torna più

Nella consapevolezza di sé non c’è bisogno di confessioni, perché questa consapevolezza è lo specchio nel quale tutto si riflette senza la minima distorsione. Ogni pensiero, ogni sentimento, vengono, per così dire, scaraventati sullo schermo della consapevolezza per essere osservati, studiati, capiti. Ma il fluire della comprensione viene interrotto quando cominciamo a condannare, ad approvare, a giudicare, a identificarci. Più si osserva quello schermo – non per dovere o per una pratica imposta, ma perché il dolore e la sofferenza hanno creato un’insaziabile bisogno di capire che porta in sé la propria disciplina – più si osserva quello schermo, piu si fa intensa la consapevolezza che porta con sé una comprensione sempre piu profonda.

Potete osservare una cosa solo quando questa si muove lentamente; una macchina veloce deve rallentare, se vogliamo studiarne il movimento. Allo stesso modo, si possono studiare e capire pensieri e sentimenti solo quando la mente e in grado di rallentare il proprio funzionamento. E quando la mente risveglia la sua capacità di rallentare il proprio funzionamento, allora può tornare a muoversi molto velocemente. E questo la rende estremamente calma. Quando girano molto rapidamente, le pale di un ventilatore sembrano essere un’unica e solida lamina di metallo. Per noi è molto difficile fare in modo che la mente si muova con una lentezza tale da consentirci di percepire e capire ogni pensiero, ogni sentimento. Tutto quello che viene veramente capito fino in fondo, non si ripresenta più.

Jiddu Krishnamurti