IMMIGRATI E SCHIAVI…

“Longhissima via” dicevano gli alchimisti. Un tempo gli immigrati venivano “deportati” come schiavi, esattamente come oggi vengono più generosamente “importate” (o esportate) le merci. Ciò che è interessante è che quella schiavitù, poi affrancatasi, contribuì a generare in Occidente, oltre alle comprensibili contaminazioni e compenetrazioni culturali, un profondo cambiamento di rotta nell’evoluzione della coscienza individuale e collettiva.

 

Favorì ad esempio, non senza lacerazioni e terribili contraddizioni, il riconoscimento del ruolo e del valore fondante dell’alterità e della diversità, sostenendo a sua volta il nascere e il diffondersi di movimenti di liberazione e di crescita collettiva. Consapevoli dell’inevitabilità di questi fenomeni epocali, cosa potrà comportare per la nostra psiche, individuale e collettiva, al di là della gestione dei grandi cambiamenti demografici, l’impatto con l’immigrazione economica o da guerra di massa? Credo che questa stessa immigrazione non potrà non sollecitare ulteriori e profonde riflessioni da parte dell’Occidente, con tutte le responsabilità politiche ed economiche, trasformando forse la gravità e l’urgenza del problema addirittura in una sua ulteriore risorsa, salvandolo così dalla sua stessa fine (economica) già annunciato nel nome, “Occidente”, la terra del tramonto. Quali irrazionali e inflazionate paure muoveranno ulteriori reattività emotive, politiche, legislative, difensive nella coscienza di ciascuno di noi prima di comprendere la significatività e la complessa gestione di questo straordinario momento di trasformazione epocale e culturale…

 

Hillman ci dice che la metamorfosi degli dei (e tutti gli Dèi sono dentro di noi) è l’espressione dell’uomo interiore e inconscio che via via si trasforma.
“Se Dio è morto” sotto quale forma potrà rinascere?

Forse Jung ce ne dà un breve cenno :

“All’inizio dell’era cristiana i tre quinti della popolazione italica erano composti di schiavi, ossia di oggetti umani privi di diritti, commerciabili. Ogni romano era circondato da schiavi. Lo schiavo e la sua psicologia sommersero l’Italia antica, e senza esserne coscienti tutti i romani diventarono interiormente schiavi, poiché vivevano nell’atmosfera degli schiavi e per influsso inconscio vennero contagiati dalla loro psicologia. Nessuno può evitare tale influsso. L’europeo, anche se di elevata statura spirituale, non può vivere “impunemente” in Africa fra i negri, poiché ne assumerà la psicologia senza accorgersene e nonostante ogni sua difesa diventerà inconsciamente “negro”.

 

Esiste in Africa, per indicare questo processo, la ben nota espressione tecnica: going black. E non è solo per snobismo, se agli occhi degli inglesi tutti coloro che sono nati in colonia, magari di ottima famiglia, valgono come slightly inferior. Dietro questo atteggiamento si celano invece realtà ben precise. La strana melanconia e la sete di redenzione della Roma imperiale, che trovarono un’espressione commovente nella Quarta Egloga di Virgilio, sono dirette conseguenze dell’influsso degli schiavi. La crescita esplosiva del cristianesimo, che salì per così dire dalle fogne di Roma – Nietzsche lo chiamò una rivoluzione di schiavi nel campo della morale – fu una reazione repentina, che rese l’anima dell’ultimo schiavo pari all’anima del divino Cesare.

Simili processi psicologici compensatori, seppur forse meno importanti, si ripetono spesso nella storia mondiale. Ogni volta che prende forma qualche mostruosità psichica o sociale, si prepara una compensazione, contro ogni legislazione e aspettativa.”

Grazie a Eldo Stellucci