I CANTI STELLATI 16.66 DALLA DIVINA COMMEDIA

La conversazione 16-66 affronta uno dei nostri grandi problemi, anche perché ci siamo immersi dentro, ne siamo testimoni, e siamo sempre coinvolti: la STORIA.
Questa è una delle occasioni in cui l’Alighieri si presenta come nostro diretto interlocutore, fuori dal contesto temporale, in un tempo senza tempo, in quarta dimensione.
La STORIA DI BREVE DURATA, come la definiva Braudel, che viene descritta nel 16, e quella DI LUNGA DURATA, da Adamo ai giorni nostri, che viene resa drammaticamente nel 66.
La prima riguarda il nostro quotidiano, che ci addolora e ci pietrifica, come se questa unica dimensione fosse davvero la nostra galera. Oggi sono giorni di venti di guerra e anche il pianeta sta piangendo tutte le sue perdite. Ma la seconda, anche se non ce ne accorgiamo, pesa duramente sulle nostre spalle, anche se arriva da lontano, presentandoci il conto del nostro passato, sia di quello collettivo, che di quello personale.
Forse stasera troveremo buoni spunti di riflessione, senz’altro fuori dai mezzi di distrazione di massa.

16-66, XVI dell’Inferno e XXXII del Purgatorio:
ADAMO E I SUOI MOSTRI

«Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri esser alcun di nostra terra prava». (16)
Io senti’ mormorare a tutti «Adamo» (66)

STORIA PICCOLA E STORIA GRANDE

Contenuta gioia, ma sempre gioia, nel 16 infernale: Guido Guerra, il Tegghiaio e Iacopo Rusticucci riconoscono Dante e attirano la sua attenzione… sostati tu… e corrono verso di lui tutti e tre facendo la ruota (la stessa ruota gioiosa che danzeranno Pietro Giacomo e Giovanni felici di trovarsi insieme in Paradiso, nel Cielo delle Stelle Fisse); devi essere cortese con loro, diceva intanto Virgilio, con loro che corrono in fretta verso di te, mentre dovresti essere tu a correre verso di loro, se non fosse per questa sabbia infuocata!

S’i’ fossi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che ’l dottor l’avrìa sofferto; 48
ma perch’io mi sarei brusciato e cotto,
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto. 51
(16)

Se io fossi stato protetto dal fuoco, mi sarei gettato tra loro nel sabbione e credo che il maestro l’avrebbe tollerato; ma poiché mi sarei bruciato e ustionato, la paura prevalse sul mio desiderio di abbracciarli.

Parlaci di Firenze, della nostra terra prava

ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
con noi per poco e va là coi compagni,
assai ne cruccia con le sue parole». 72
(16)

perché Guglielmo Borsiere, che è nostro compagno di pena da poco tempo e cammina là con gli altri, ci cruccia non poco parlando di Firenze.

«La gente nuova e i sùbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni». 75
Così gridai con la faccia levata;
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guardar l’un l’altro com’al ver si guata. 78

“I nuovi cittadini (arrivati dal contado) e gli improvvisi guadagni hanno creato alterigia ed eccesso dentro di te, o Firenze, così che tu ne piangi già le conseguenze”. Così gridai levando il viso in alto; e i tre, che interpretarono questo come la mia risposta, si guardarono l’un l’altro così come si guarda il vero.

Torna Medusa a pietrificarci. La storia di Firenze non è altro che allegoria del nostro quotidiano che ingessa i nostri pensieri, i nostri gesti, facendoci sempre naufragare dentro una cronaca che ci corrode il cuore. Ma con nuove parole di dolcezza e cortesia i tre fiorentini prendono commiato, e indi rupper la rota, e a fuggirsi / ali sembiar le gambe loro isnelle.
Mi hanno chiesto la storia, e non ho potuto negare il vero, perché così la storia scorre, e adesso la sento bene, tradotta in questo frastuono di cascata che provoca il Flegetonte, il fiume di lacrime e di sangue, che si getta nel burrone che separa la terra della Violenza da quella delle Malebolge. Il fracasso del fiume della Storia.

Io lo seguiva, e poco eravam iti,
che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,
che per parlar saremmo a pena uditi. 93
Come quel fiume c’ha proprio cammino
prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino, 96
che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante, 99
rimbomba là sovra San Benedetto
de l’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto; 102
così, giù d’una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell’acqua tinta,
sì che ’n poc’ora avria l’orecchia offesa. 105
(16)

Io lo seguivo (Virgilio), e avevamo percorso poca strada quando il suono dell’acqua (il Flegetonte) sembrava così vicino che, parlando, ci saremmo sentiti a malapena. Come quel fiume, che ha per primo il proprio corso partendo dal Monviso verso levante, dalla pendice destra dell’Appennino, che in alto si chiama Acquacheta prima di scendere in pianura e a Forlì cambia nome (in Montone), rimbomba sopra San Benedetto dell’Alpe per cadere in una sola cascata là dove dovrebbe essere ricevuto in mille cascatelle; così vedemmo che quel fiume rosso (il Flegetonte) ricadeva giù per un burrone scosceso, facendo tanto rumore che in poco tempo avrebbe danneggiato l’udito.

Lunga descrizione, quasi incomprensibile al Lettore se non sapesse che è necessitata dal tempo lungo e pesante del fluire della Storia. E questa che vedete è la cascata dell’Acquacheta sopra San Benedetto dell’Alpe.
Questo dettaglio (che è stato spesso giudicato come lungo e irrilevante) è la vera immagine che sostiene la conversazione dei due canti.
In vibrazione più elevata l’Alighieri ci farà riflettere, invece, sulla storia di tutta l’Umanità, l’unica vera storia di cui dovremmo rendere ragione.
Dall’altra parte del Salone delle Danze, nel 66, il Corteo della Trasmutante e Ignota Creazione se n’è tornato in Cielo, solo dopo che il Grifone ha legato il Carro all’Albero Proibito dell’Eden, che era diventato secco, ma che, miracolosamente rifiorisce. Beatrice, seduta su una delle radici di quell’albero, fa da custode al Carro, e invita Dante accanto a lei, visto che si è risvegliato dal sonno che l’ha vinto dopo l’ultima travagliata iniziazione. E ora in sintesi ne vediamo alcuni dettagli.

Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;
poi cerchiaro una pianta dispogliata
di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo. 39
La coma sua, che tanto si dilata
più quanto più è sù, fora da l’Indi
ne’ boschi lor per altezza ammirata. 42
«Beato se’, grifon, che non discindi
col becco d’esto legno dolce al gusto,
poscia che mal si torce il ventre quindi». 45
Così dintorno a l’albero robusto
gridaron li altri; e l’animal binato:
«Sì si conserva il seme d’ogne giusto». 48
(66)

Io sentii tutti che mormoravano «Adamo»; poi circondarono una pianta priva di foglie e di ogni altra fronda, in tutti i suoi rami. La sua chioma, che si allarga progressivamente verso l’alto, sarebbe ammirata dagli Indiani nei loro boschi, per la sua altezza. «Tu sei beato, o grifone, in quanto non laceri col becco il legno di questa pianta dolce al gusto, dal momento che poi il ventre di torce dal dolore». Così gridarono gli altri intorno al robusto albero; e l’animale dalla doppia natura (il grifone) disse: «Così si conserva il fondamento di ogni giustizia (umana e divina)».

Adamo-Dante, e noi con lui, ritorna davanti all’Albero del Bene e del Male, che improvvisamente rifiorisce, sincronizzando gli orologi al Punto Zero del Mondo, prima che gli Uomini si separassero dagli Dei.
Il Grifone lega a questo albero il Carro dell’Umanità, provocando la lode del Corteo che lo benedice perché non si è fatto tentare dal suo frutto. Questa è la dimostrazione testuale che il Grifone non può essere identificato con il Cristo: è una entità angelica, il daimon buono, custode del nostro destino, angelo che non si è ribellato a Dio.
Ma ancora più rilevante la frase del Grifone, alla quale risponderà la stessa aquila divina dal canto 85, da dove l’uccel divino piomba in picchiata per colpire per ben due volte il Carro dell’Umanità:
DILIGITE IUSTITIAM QUI IUDICATIS TERRAM (66)
Queste parole vengono scritte in cielo dal volo dei Beati Giusti.
Se si deve giudicare la Storia terrena, sarà necessario scegliere un percorso di Giustizia. E il seme di ogni giusto viene conservato nelle radici dell’Albero del Bene e del Male.
Ognuno cerchi le sue parole per spiegarsi questa cosa, per se stesso. Ciò che è certo, e lo rileverete nelle future conversazioni, riguarda proprio questa nostra Storia che ci lascia sempre dolorosamente assetati di giustizia, di pace e di libertà.
Dopo le parole pronunciate dal Grifone, Dante cade in un sonno profondo, allegoria della quinta morte: morire alla memoria di se stessi, effetto del passaggio nel Lete.
Al suo risveglio scopre che tutto il Corteo si è dissolto, e sono rimaste le sette ancelle insieme a Beatrice, seduta ai piedi dell’Albero.

“Qui sarai tu poco tempo silvano;
e sarai meco sanza fine cive
di quella Roma onde Cristo è romano. 102
Però, in pro del mondo che mal vive,
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di là, fa che tu scrive”. 105
Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
d’i suoi comandamenti era divoto,
la mente e li occhi ov’ella volle diedi. 108

“Tu resterai poco in questa selva, dopo la tua morte; e sarai poi con me per sempre cittadino di quella Roma (il Paradiso) di cui Cristo è degno abitante. Perciò, a vantaggio del mondo che vive nel dolore, tieni lo sguardo fisso sul carro, e una volta tornato sulla Terra, scrivi quello che vedrai tra poco” Così disse Beatrice; e io, che ero devotamente sollecito a ogni suo comando, rivolsi la mente e gli occhi là dove lei volle.

Adesso il Carro ti racconterà la Storia, partendo da molto lontano, a te che sei l’Adamo Ritornato (Io senti’ mormorare a tutti “Adamo”…)
e in questo tuo ritorno devi vederla tutta la Storia che pesa sulle spalle del mondo, affinché tu possa raccontarla ai vivi che la stanno ancora troppo soffrendo.
Questo è il Carro che ha raccolto tutta l’Umanità nel suo cammino in terra, dal tempo in cui Adamo si separò dall’Eden per lavorare i campi col sudore della fronte (il Neolitico ritorna).
Doveva per forza rifiorire l’albero proibito: così ha inizio il Miracolo Grande della Moviola.
E davanti ai nostri occhi scorrerà in pochi attimi il lunghissimo film degli ultimi diecimila anni, gli ultimi pochi minuti della nostra vita in terra.

… com’io vidi calar l’uccel di Giove
per l’alber giù, rompendo de la scorza,
non che d’i fiori e de le foglie nove; 114
e ferì ‘l carro di tutta sua forza;
ond’el piegò come nave in fortuna,
vinta da l’onda, or da poggia, or da orza. 117

… come io vidi calare dall’alto l’uccello sacro a Giove (un’aquila) sull’albero, lacerandone la corteccia, i fiori e le foglie appena nate; e colpì il carro con tutta la sua forza; esso oscillò come una nave nella tempesta, ondeggiando da ponente a oriente.

L’Aquila cala dal canto 85 (cielo di Giove, nel quale la Giustizia Divina prende la forma dell’Aquila) e piomba sul 66 in perfetto volo verticale, e ringraziamo la Geometria Sacra, perché questo momento perfettamente coincide con la cacciata dal Paradiso Terrestre: nel sottotesto traspare l’immagine del primo intervento di Dio dentro la storia degli Uomini.
Una volpe affamata e magra aggredisce il Carro, e Beatrice, con parole dure, la mette in fuga.
Fame di Conoscenza? Fame di uso dell’Intelligenza? Fame di separazione dal divino? Oppure Il tempo degli dei falsi e bugiardi, direbbe Virgilio, o la Babele degli Uomini o l’età pagana… e comunque la cosa non appare strana se si pensa che in una seconda picchiata l’Aquila lascia alcune sue penne sul carro: l’Incarnazione del Cristo, secondo e ultimo intervento divino nella storia degli Uomini.
E la storia invece peggiora di gran lunga, nonostante l’intenzione fosse buona (forse con intenzion sana e benigna), perché si moltiplicano le penne a dismisura e ricoprono tutto l’edificio santo, che non è Chiesa Romana, ma l’intera umanità destabilizzata dalla perversa collusione dei poteri sacri e profani, dalla babelica confusione dei messaggi, dal perpetuarsi infinito dell’orrore di gente sbandata e guidata dai suoi Mostri, coacervo di Violenza di Frode di Avidità e di Tradimento. Il Carro viene sventrato da un Drago apocalittico, e si trasforma in un Mostro a sette teste, e il Gigante con la sua Puttana Sciolta si mettono alla sua guida e lo conducono nella selva oscura.

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
presso a color che non veggion pur l’ovra,
ma per entro i pensier miran col senno! 120 (16)

Ahimè, quanto devono essere prudenti gli uomini quando sono accanto a coloro che non si fanno ingannare dal vero (ad litteram), ma che col loro senno scrutano dentro (in occultum) la profondità delle cose!

(Per sette secoli vi siete incantati sulla storia della romana chiesa, e adesso non sarebbe ora di guardarvi allo specchio e di capire finalmente che è tutta colpa vostra??? In voi è la ragion, in voi si cheggia… così si insinua nel 66 la terzina del 16!)

Ma che sta accadendo nel 16? Virgilio deve montare insieme a Dante sopra il Drago Gerione, immenso Drago apocalittico che, volando sopra l’abisso del burrone, li avrebbe portati all’ingresso delle Malebolge.
Gli servono le redini e chiede a Dante la sua cintura per poter tenere a freno l’imprevedibilità del Mostro.
Virgilio e Dante, sopra Gerione, guideranno la Bestia ben controllata dalle redini.

Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta. 108
Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
sì come ’l duca m’avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta. 111
Ond’ei si volse inver’ lo destro lato,
e alquanto di lunge da la sponda
la gittò giuso in quell’alto burrato. 114
’E’ pur convien che novità risponda’
dicea fra me medesmo, ’al novo cenno
che ’l maestro con l’occhio sì seconda’. 117
Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
presso a color che non veggion pur l’ovra,
ma per entro i pensier miran col senno! 120
(16)

Io avevo intorno ai fianchi una corda, con la quale tempo prima avevo pensato di catturare la lonza dalla pelle chiazzata. Dopo che l’ebbi sciolta del tutto, come Virgilio mi aveva ordinato, la porsi a lui legata e aggrovigliata. Quindi lui si voltò sulla sua destra e la gettò in quel profondo burrone, stando alquanto lontano dall’orlo. Io dicevo tra me e me: ‘Eppure è necessario che qualcosa di nuovo risponda al nuovo cenno, che il mio maestro segue con tanta attenzione’. Ahimè, quanto devono essere prudenti gli uomini quando sono accanto a coloro (i saggi) che non vedono solo gli atti esteriori, ma che col loro senno scrutano dentro i pensieri!

E così, mentre Gigante e Fuia scappano in selva, per continuare a compiere tutti i delitti ben elencati nel cammino delle Malebolge,
… poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,
disciolse il mostro, e trassel per la selva,
tanto che sol di lei mi fece scudo
a la puttana e a la nova belva. 160 (66)
Virgilio e Dante si preparano a volare proprio nel cerchio delle Malebolge. Solo che questi ultimi sanno bene quello che fanno. Gran parte degli Umani, invece, non ci sta ancora pensando!

La Storia mostruosamente ci affranta: ne sono sfiancati i tre amici fiorentini (16), e noi non ne usciamo meglio dopo la travagliata visione del canto 66: il velocissimo flasch-back di tutto il Neolitico, di cui noi, oggi, incarniamo l’ultimo colpo di coda. Scegliendo però la soluzione che ci appare più semplice e ovvia da seguire: farci calpestare dai nostri mostri, e diventandone schiavi in balìa dei loro perversi e gerionici capricci. Ecco perchè ci piace assordarci di tutti i frastuoni politici, davanti al televisore, o scaldandoci con gli amici, o rinfocolando rabbia e rancori, o sfogandoci dentro il Golem dei network… senza mai sospettare che da schiavi dovremmo diventare astuti reggitori dei mostri.
Due parole sulla cintura di Dante: per ordine di Catone, Virgilio lo rimetterà in ordine dopo l’uscita dall’Inferno, gli toglierà il nerume del viso con l’acqua delle stelle, la rugiada-elisir dell’alchimia, e lo ricingerà con un virgulto tagliato (il nuovo cordone ombelicale del’Uomo Rinnovato) da una pianta che non smette mai di rinnovare i suoi rami.
Qualcuno può trovare ciò che vuole dentro i simboli, ma, fra le altre cose, è certo che imparando a controllare i nostri mostri, si spezza il cordone ombelicale che ci tiene tragicamente ancorati agli inganni e alle trappole isteriche del mondo.

Maria Castronovo

Pagina FB di Maria Castronovo: https://www.facebook.com/maria.castronovo2?fref=ts
Libri: DONNA SELENE https://www.unilibro.it/libri/ff
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