MA DIO E ALL’INTERNO O ALL’ESTERNO?

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Una delle tante critiche che vengono mosse nei riguardi del cristianesimo riguarda il fatto che Gesù faceva continuamente riferimento al Padre.

Tra le molteplici attitudini correnti riguardanti spiritualità e lavoro su di sè si tende invece a considerare Dio all’interno, a considerare persino sè stessi come Dio e pertanto rivolgere delle preghiere verso qualcuno che si trova al di fuori di sè assume la connotazione del non senso.

Dio quindi è all’interno o all’esterno?

E’ una domanda che trova risposta solamente ponendola in relazione al proprio stato di coscienza e che si impregna di significato esclusivamente quando ciascuno di noi la rivolge a se stesso…in questo momento della mia vita sento Dio all’interno o all’esterno di me?

Percepisco la realtà come un mio prodotto o continuo a vedere errori dappertutto e ad arrabbiarmi ogni volta che qualcuno mi taglia la strada o mi passa davanti in coda al supermercato?

Una delle tendenze moderne largamente diffusa e adottata da quelli che definisco neo-illuminati new age è quella di farsi un’idea dell’atteggiamento da imitare e al quale conformarsi per apparire in un certo modo e rifiutare tutto ciò che non è conforme a tale atteggiamento.

Il risultato di tutta questa messa in scena inconsapevole è che le persone sono sempre più frammentate all’interno, sempre più frustrate e in conflitto con se stesse, con tutte quelle parti del proprio intimo che preferiscono ignorare e mettere a tacere.

Lo scopo principale dell’insegnamento evangelico è l’apertura del Cuore, ovvero l’amore incondizionato, lo stato di innamoramento perpetuo (l’uomo numero 5 della Quarta via per chi è più avvezzo a un certo tipo di insegnamento).

Prima di passare per questa tappa è completamente inutile per non dire dannoso voler giungere – se non addirittura credere di essere giunti – all’identificazione con l’Assoluto, il “non io, ma il Padre attraverso di me”, l’uomo Dio per intenderci (uomo numero 7 nella Quarta via).

Dire che tutto è Uno mentre siamo completamente avvolti dalla sensazione che nel mondo sia pieno di cose, di eventi e di persone sbagliate è l’ennesimo tentativo di fuggire da una realtà che non abbiamo compreso ne accettato all’interno di noi stessi, una maniera di raccontarcela in definitiva.

Se non riusciamo ancora a vedere bellezza ovunque, dire che tutto è Uno è e rimane un concetto filosofico privo di sostanza, che non solo non conduce da nessuna parte, ma rischia addirittura di prolungare a dismisura l’agonia psicologica dalla quale cerchiamo disperatamente di fuggire in qualsiasi modo.

Uno degli aspetti fondamentali del lavoro su di sè è la sincerità con se stessi e la capacità di osservare tutto ciò che c’è con distacco ed imparzialità al fine di conoscere, non modellare la falsa personalità con l’intento di sostituirla con qualcosa di più appagante.

Vista da questa prospettiva, l’attitudine alla preghiera (che attenzione, non è “richiesta” ma accettazione e ringraziamento) o il semplice rivolgersi verso qualcosa di esterno e di superiore non è da considerarsi priva di fondamento.

Partendo dal presupposto di avere il Cuore aperto è assolutamente normale sentire gratitudine e amore verso Dio – o l’esistenza – chiamatelo come volete, così come si può provare amore e gratitudine nei confronti di un partner, o di un genitore o chi per loro.

Il consiglio è di risolvere le proprie fratture interiori, per analogia se ho delle difficoltà con il mio padre biologico è molto probabile se non certo, che sarò portato a proiettare queste ultime sul mio rapporto col “Padre” inteso come divinità, poichè si tratta di archetipi.

Per dirla tutta e con buona pace di chi si sente chiamato in causa da questo scritto, se nella mia vita non sono mai riuscito ad abbracciare mio padre è difficile che io possa davvero arrivare a sentirmi Dio, cominciamo da questo tanto per fare un esempio concreto.

Lo strumento attraverso il quale cercheremo di andare a lavorare sui blocchi che non ci consentono di sistemare quantomeno i nostri rapporti col prossimo è una scelta che concerne un certo grado di risonanza con questo piuttosto che con altro, basti sapere che presenza e consapevolezza sono già di per sè strumenti molto potenti che alla lunga permettono il discioglimento degli aggregati psichici che stanno alla base di un certo nodo interno.

La consapevolezza viene prima di qualsiasi tecnica, la responsabilità dei propri stati interiori viene prima di qualunque dissertazione filosofica su ciò che è da considerarsi fattivamente come lavoro su di sè e ciò che
non lo è.

Roberto Senesi

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