EPIFANIA DEL COMPLOTTO D’AMORE

Chiamavi ‘l cielo e ‘ntorno vi si gira,
mostrandovi le sue bellezze etterne,
e l’occhio vostro pur a terra mira;
onde vi batte chi tutto discerne. (48)

O trina luce, che ‘n unica stella
scintillando a lor vista, sì li appaga!
guarda qua giuso a la nostra procella! (98)
        

DOLORE E SALVEZZA

Siete entrati nel Sigillo del Diametro Polare, e questa che si irradia ai vostri occhi è la Geometria dei Sigilli.
In verde al centro le 4 Vie Sapienziali, in nero le Sentinelle che toccano la circonferenza, come alabarde incrociate, e numerati in nero, i 4 canti sigillati e i loro Chiodi.
Questo è il Trionfo del Poema Tetragono, e di tutto l’Amore che l’Alighieri ha riversato in esso.
Una Geometria Sacra e Magica, che in un istante mostra la Mens Dei che irradia Materia e Forma, Ordine e Costrutto.
Il disegno del Complotto d’Amore che il Poeta ha ordito alle nostre spalle, criptato in 28 canti che noi, schiavi del primadurantedopo, dovremmo rileggere uno alla volta.
Il nostro ardito, travagliato, doloroso viaggio in salita. Su questa terra.

I tempi in cui viviamo ampiamente ne dimostrano il dramma. E la necessità immediata di preparare il CAMBIAMENTO. Il capovolgimento di tutti i paradigmi che ci hanno portato alla crisi di questo sistema, la necessità di scambiare il neoliberismo con una economia di reale solidarietà in cui il PIL sia veramente uguale al RIL come afferma Cacciaguida; di scambiare i governanti azzerbinati al soldo con Uomini Tetragoni che abbiano sete di Giustizia e di Sapienza, come dice l’Angelo Guardiano del purgatorio; di scambiare l’Elogio dell’Ignoranza con la Fatica della Conoscenza, perché non fummo fatti a vivere come bruti; di scambiare la nostra omologante orizzontalità con la gioiosa verticalità, e la passività, che ci rende schiavi, con la creatività di un’Arte che è nipote a Dio, nel rispetto dei nostri talenti, come affermano Virgilio e Carlo Martello; di disfarci di una Umanità ridotta al suo riduzionismo nichilista per scambiarla con la dignità che ci è stata scippata; di scambiare il Centro dell’Universo mettendo in questo luogo il MISTERO e non il DANARO; scambiare questa INDIFFERENZA coatta con la consapevolezza di diventare tutti responsabili di ogni atomo del Cosmo, come si legge nel canto 50.
Disfarci del nostro orgoglio, riconoscendo la Forza della MATER-IA, come dice tutto il Poema.

OGNI INDIVIDUO PER CIASCUNO PRESO, e non è passeggiata di salute, e non è riforma, e non è tentativo di arginare: è RIVOLUZIONE TOTALE, come quella di Saturno che ha invertito la sua orbita per consegnare Dante al Primo Mobile, come l’Empireo circondato dai Cieli, ma che li contiene tutti. E forse nemmeno si può parlare di CAMBIAMENTO: oserei dire che ha ragione il Poeta, si tratta soprattutto di scambiamento: come l’acqua può diventare vino, come Pilade si scambia in Oreste, come l’Odio dovrebbe scambiarsi in Amore. Praticamente: una TRANSUSTANZIAZIONE.

Letto in adamantina solitudine il 98 è il Trionfo della Luce Intellettual piena d’Amore, e ci manda in estasi il fulgido splendore degli Angeli e dei Beati. Il dialogo dei dolorosi opposti invece ci fa trovare nel 48 la Maledizione dell’Umanità Corrotta, quella del Carro trasformato in mostro nell’Eden.

Leggete queste parti in sincronia, a sinistra il 48, a destra il 98:

«Se ben lo ‘ntendimento tuo accarno con lo ‘ntelletto», allora mi rispuose quei che diceva pria, «tu parli d’Arno  24                     

E l’altro disse lui: «Perché nascose questi il vocabol di quella riviera, pur com’om fa de l’orribili cose?». 27         

E l’ombra che di ciò domandata era, si sdebitò così: «Non so; ma degno ben è che ‘l nome di tal valle péra  30         
         
ché dal principio suo, ov’è sì pregno l’alpestro monte ond’è tronco Peloro, che ‘n pochi luoghi passa oltra quel segno,  33 

infin là ‘ve si rende per ristoro di quel che ‘l ciel de la marina asciuga, ond’hanno i fiumi ciò che va con loro,  36                   

vertù così per nimica si fuga da tutti come biscia, o per sventura del luogo, o per mal uso che li fruga:  39               

ond’hanno sì mutata lor natura li abitator de la misera valle,che par che Circe li avesse in pastura.  42                         

Tra brutti porci, più degni di galle che d’altro cibo fatto in uman uso, dirizza prima il suo povero calle. 45                  

Botoli trova poi, venendo giuso, ringhiosi più che non chiede lor possa, e da lor disdegnosa torce il muso. 48                           

Vassi caggendo; e quant’ella più ‘ngrossa, tanto più trova di can farsi lupi la maladetta e sventurata fossa. 51                        

Discesa poi per più pelaghi cupi, trova le volpi sì piene di froda, che non temono ingegno che le occùpi. 54                       

Né lascerò di dir perch’altri m’oda; e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta di ciò che vero spirto mi disnoda.  57             

Io veggio tuo nepote che diventa cacciator di quei lupi in su la riva del fiero fiume, e tutti li sgomenta. 60                              

Vende la carne loro essendo viva; poscia li ancide come antica belva; molti di vita e sé di pregio priva. 63

Sanguinoso esce de la trista selva; lasciala tal, che di qui a mille anni ne lo stato primaio non si rinselva». 66

Com’a l’annunzio di dogliosi danni si turba il viso di colui ch’ascolta, da qual che parte il periglio l’assanni, 69

così vid’io l’altr’anima, che volta stava a udir, turbarsi e farsi trista, poi ch’ebbe la parola a sì raccolta. 72

Quello che parlava prima mi disse: «Se il mio intelletto comprende bene ciò che vuoi dire, tu parli del fiume Arno». E l’altro chiese: «Perché ha omesso di pronunciare il nome di quel fiume, come si fa con le cose orribili?»

E l’anima cui fu domandato questo, rispose così: «Non lo so, ma certo è giusto che il nome di quella valle scompaia;

infatti dalla sorgente di quel fiume, dove l’Appennino che è separato dal Peloro è tanto massiccio che in pochi altri punti lo è di più, fino alla foce dove restituisce al mare l’acqua che da esso evapora e alimenta il fiume attraverso piogge e nevi, lungo il suo corso quindi tutti fuggono la virtù come una biscia, o per sfortuna del luogo o per una cattiva abitudine che li induce a questo: per cui gli abitanti della misera valle hanno mutato la loro natura, tanto che sembra che Circe li abbia trasformati in bestie. La valle dell’Arno indirizza dapprima il suo piccolo corso tra sudici porci (i Casentinesi), più degni di mangiare ghiande che altro cibo per gli uomini.

Poi, scorrendo verso il basso, trova botoli (gli Aretini) che ringhiano più di quanto la loro forza consenta, e devia il suo corso disdegnosa da essi. La valle maledetta e sciagurata scende ancora più in basso e quanto più si allarga, tanto più trova cani divenuti dei lupi (i Fiorentini). Discesa poi in bacini profondi, trova delle volpi (i Pisani) così dedite alla frode che non temono alcuna astuzia che possa catturarle. E non cesserò di parlare perché qualcuno mi ascolta; e sarà vantaggioso per costui (Dante), se si rammenterà la verace profezia che sto per fare. Io vedo tuo nipote (Fulcieri) che diventa cacciatore di quei lupi sulle sponde del feroce fiume, e li terrorizza tutti. Vende la loro carne quando sono ancora vivi; poi li uccide come un’antica belva; priva molti della vita e se stesso di onore. Esce dalla triste selva tutto sporco di sangue; la lascia in tale stato, che ci vorranno più di mille anni perché torni alle condizioni iniziali». Come all’annuncio di fatti dolorosi il viso di chi ascolta si turba, da qualunque parti lo assalga il pericolo, così io vidi l’altra anima, che ascoltava con attenzione, turbarsi e rattristarsi, dopo che ebbe sentito quelle parole.

In forma dunque di candida rosa mi si mostrava la milizia santa che nel suo sangue Cristo fece sposa; 3

ma l’altra, che volando vede e canta la gloria di colui che la ‘nnamora e la bontà che la fece cotanta,  6

sì come schiera d’ape, che s’infiora una fiata e una si ritornalà dove suo laboro s’insapora, 9

nel gran fior discendeva che s’addorna di tante foglie, e quindi risaliva là dove ‘l suo amor sempre soggiorna. 12

Le facce tutte avean di fiamma viva, e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco, che nulla neve a quel termine arriva. 15

Quando scendean nel fior, di banco in banco porgevan de la pace e de l’ardore ch’elli acquistavan ventilando il fianco. 18

Né l’interporsi tra ‘l disopra e ‘l fiore di tanta moltitudine volante impediva la vista e lo splendore:  21

ché la luce divina è penetranteper l’universo secondo ch’è degno, sì che nulla le puote essere ostante.  24

Questo sicuro e gaudioso regno, frequente in gente antica e in novella, viso e amore avea tutto ad un segno.   27            

O trina luce, che ‘n unica stella scintillando a lor vista, sì li appaga! guarda qua giuso a la nostra procella!    30

Vedea visi a carità suadi, d’altrui lume fregiati e di suo riso, e atti ornati di tutte onestadi  51

La forma general di paradiso già tutta mio sguardo avea compresa, in nulla parte ancor fermato fiso;  54

e volgeami con voglia riaccesa per domandar la mia donna di cose di che la mente mia era sospesa. 57

Dunque la santa schiera dei beati che Cristo sposò col suo sangue mi veniva mostrata in forma di una candida rosa;

invece la schiera degli angeli, che volando vede e canta la gloria di Dio che la riempie d’amore, nonché la bontà che la rese così splendente, simile a uno sciame d’api che entra nel fiore e poi torna all’alveare dove trasforma in miele il suo lavoro, scendeva nella rosa dei beati che è adornata di tanti petali, per poi risalire da lì fino a Dio nella cui mente risiede sempre il suo amore.

I loro volti erano rossi come la fiamma viva, e le ali erano d’oro, mentre le vesti erano così bianche che nessuna neve può eguagliare quel candore. Quando scendevano nella rosa, porgevano in tutti i seggi dei beati la pace e l’ardore di carità che acquistavano volando e sbattendo le ali, scuotendo così la loro veste.

Il fatto che una tale moltitudine di angeli si interponesse tra Dio e la rosa non impediva la visione dello splendore della luce divina: infatti la luce di Dio penetra attraverso l’Universo a seconda della sua capacità di recepirla, cosicché nulla la può ostacolare. Questo regno sereno e gioioso, pieno di beati dell’Antico e del Nuovo Testamento, aveva lo sguardo e l’affetto tutto rivolto verso la stessa direzione (verso Dio).

O luce della Trinità, che scintillando in un’unica stella ai loro occhi li appaghi così tanto, rivolgi il tuo sguardo alle tempeste del mondo terreno!

Vedevo volti conformati alla carità, illuminati dalla luce di Dio e dalla propria gioia, e con atteggiamenti improntati alla più decorosa compostezza.

Il mio sguardo aveva abbracciato l’aspetto di tutto quanto il Paradiso e non si era ancora soffermato su un punto preciso; e io mi voltai con rinnovato desiderio per domandare alla mia donna alcune cose di cui ero rimasto in dubbio nella mia mente.

L’Arno, il fiume drammatico, opposto alla fiumana di luce che avete già contemplato nel 97.

Gli Invidiosi che parlano sono Guido del Duca e Rinieri da Calboli, e al primo spetta la cruda invettiva contro le genti di Toscana. Ma se mi avete seguita fino a qui, già sapete che la microstoria non è altro che il rispecchiamento della grande storia di tutta l’Umanità, al quarto livello del testo. E Guido non si sofferma prima a parlare dei suoi errori, come Sapìa, ma diventa voce turbata e dolorosa nel descrivere i LUPI, tutti i lupi, gli uni contro gli altri armati, lasciando anche chi ascolta in grande tristezza. E poiché pure il paradiso non si scorda mai della terra, lo stesso Dante invita la Stella Trina a guardare qua in basso alla nostra procella

Alle nostre furiose violente crudeli tempeste, mentre in cielo gli angeli volano come api a succhiare l’Amore di Dio per condividerlo con la gioia dei Beati, perché condividendo AMORE, l’amore aumenta sempre più. Il segreto che lo stesso Guido svela in modo enigmatico, quando Dante gli chiede di rivelarsi col suo nome.

… per che lo spirto che di pria parlòmi
ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca
nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.        78
Ma da che Dio in te vuol che traluca
tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
però sappi ch’io fui Guido del Duca.          81
Fu il sangue mio d’invidia sì riarso,
che se veduto avesse uom farsi lieto,
visto m’avresti di livore sparso.             84
Di mia semente cotal paglia mieto;
o gente umana, perché poni ‘l core
là ‘v’è mestier di consorte divieto?       87
(48)

… allora lo spirito che prima mi aveva parlato ricominciò: «Tu vuoi che io mi induca a fare ciò che tu invece mi neghi (il tuo nome). Ma poiché Dio vuole che la sua grazia traspaia così tanto attraverso di te, non rifiuterò la tua domanda; sappi dunque che fui Guido del Duca. Il mio sangue fu a tal punto roso dall’invidia, che se io avessi visto un uomo allietarsi, mi avresti visto diventare livido (narcisismo della lince). Da quella semente raccolgo questa paglia (sconto la pena per i miei peccati); o gente umana, perché desideri quei beni il cui possesso esclude la condivisione?
Perché voi umani desiderate, nella vostra invidiosa brama, il possesso delle cose così avidamente, tanto da non voler condividerlo con nessuno? Ma soprattutto malevolmente invidiate tutti coloro che possiedono cose che voi non possedete!

Di questa affermazione Dante chiederà spiegazione a Virgilio nel 49, forse anche lui umanamente convinto che forse i propri beni non andrebbero così rischiosamente condivisi. Però, visto che di UMANITÀ si tratta, non può mancare all’appello la gente onesta e cortese, che Guido, con altre parole accorate, rimpiange quasi dimentico di essere in purgatorio.

Questi è Rinier; questi è ‘l pregio e l’onore
de la casa da Calboli, ove nullo
fatto s’è reda poi del suo valore.               90
E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
tra ‘l Po e ‘l monte e la marina e ‘l Reno,
del ben richesto al vero e al trastullo;        93
ché dentro a questi termini è ripieno
di venenosi sterpi, sì che tardi
per coltivare omai verrebber meno.           96
Ov’è ‘l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
Oh Romagnuoli tornati in bastardi!            99
Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
verga gentil di picciola gramigna?               102
Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,
quando rimembro con Guido da Prata,
Ugolin d’Azzo che vivette nosco,                   105
Federigo Tignoso e sua brigata,
la casa Traversara e li Anastagi
(e l’una gente e l’altra è diretata),                 108
le donne e ‘ cavalier, li affanni e li agi
che ne ‘nvogliava amore e cortesia
là dove i cuor son fatti sì malvagi.                 111
O Bretinoro, ché non fuggi via,
poi che gita se n’è la tua famiglia
e molta gente per non esser ria?                   114
Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
che di figliar tai conti più s’impiglia.           117
Ben faranno i Pagan, da che ‘l demonio
lor sen girà; ma non però che puro
già mai rimagna d’essi testimonio.                120
O Ugolin de’ Fantolin, sicuro
è il nome tuo, da che più non s’aspetta
chi far lo possa, tralignando, scuro.               123
Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta
troppo di pianger più che di parlare,
sì m’ha nostra ragion la mente stretta».         126
(48)

Questi è Rinieri, questi è il pregio e l’onore della famiglia da Calboli, dove poi nessuno ha raccolto l’eredità del suo valore. E tra il Po, le montagne, il mare Adriatico e il Reno (in Romagna) non è solo la sua stirpe ad aver abbandonato le virtù necessarie al vero e ai piaceri cortesi; infatti entro questi limiti geografici è pieno di sterpi velenosi, al punto che sarebbe tardi estirparli per coltivare la terra. Dove sono il buon Lizio e Arrigo Mainardi? E Pier Traversaro e Guido di Carpegna? Oh, Romagnoli imbastarditi! Quando mai può rinascere a Bologna un Fabbro dei Lambertazzi? e a Faenza un Bernardino di Fosco, nobile rampollo di umili origini? Non stupirti, Toscano, se io piango quando rammento Guido da Prata, Ugolino d’Azzo che visse insieme a noi, Federigo Tignoso e la sua brigata, la famiglia dei Traversari e degli Anastagi (ed entrambe sono prive di eredi), le dame e i cavalieri, le fatiche militari e i piaceri signorili che amore e cortesia ci inducevano a perseguire, mentre ora là i cuori sono malvagi. O Bertinoro, perché non fuggi via ora che se ne è andata la tua casata insieme a molta gente, per non essere malvagia? Fa bene Bagnacavallo a non lasciare eredi, mentre fa male Castrocaro e peggio ancora Conio, che continuano a generare conti così sciagurati. Faranno bene i Pagani, dopo che il loro demonio (Maghinardo) se ne andrà; ma non al punto che il ricordo di lui non si conservi. O Ugolino dei Fantolini, il tuo nome è sicuro dal momento che, non avendo eredi degeneri, non teme di diventare oscuro. Ma ora va’ via, Toscano, perché ho troppa voglia di piangere anziché di parlare, a tal punto nostro discorso mi ha afflitto».

Tradizionalmente interpretato come un canto politico, rispecchiato al 98 rivela in modo sapienziale la nostra dolorosa e ambigua dimensione dell’orizzontailità e della verticalità. Anche in terra c’è salvezza se la desideriamo, siamo angeli e dèmoni, ed è un confine, questo, che attraversa ognuno di noi, in tutta la nostra vita. Per questo sarebbe necessario lo scambiamento di ogni singola individualità.

Noi sapavam che quell’anime care
ci sentivano andar; però, tacendo,
facean noi del cammin confidare.           129
Poi fummo fatti soli procedendo,
folgore parve quando l’aere fende,
voce che giunse di contra dicendo:         132
‘Anciderammi qualunque m’apprende’;
e fuggì come tuon che si dilegua,
se sùbito la nuvola scoscende.                135
Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,
ed ecco l’altra con sì gran fracasso,
che somigliò tonar che tosto segua:            138
«Io sono Aglauro che divenni sasso»;
e allor, per ristrignermi al poeta,
in destro feci e non innanzi il passo.            141
(48)

Noi sapevamo che quelle anime fortunate ci sentivano andar via; perciò, tacendo, ci facevano confidare nel nostro cammino. Dopo che, procedendo, rimanemmo soli, ci venne incontro una voce che sembrò il fulmine quando fende l’aria, dicendo: ‘Chiunque mi incontrerà, mi ucciderà’; e se ne andò come il tuono che svanisce, se squarcia subito la nube. Non appena non la sentimmo più, ecco un’altra voce che fece un gran fracasso, come un tuono che ne segue un altro; disse: «Io sono Aglauro che divenni sasso»; allora, per accostarmi a Virgilio, procedetti verso destra e non di fronte.

Dante si spaventa a queste voci che sono fulmini e tuoni, con aria di procella, e si stringe al suo dolce Padre. Ma sono le voci dell’Invidia Punita: la prima è quella di Caino perché invidiava l’amore che Dio provava per suo fratello Abele. La seconda è quella di Aglauro, trasformata in pietra perché invidiava l’amore che Mercurio provava per sua sorella Erse.

Se cominciate a nutrire il sospetto che l’invidia d’amore sia la forma più intensa che dell’invidia possiamo provare… allora siete sulla buona strada. E se volete almeno nutrire la gioia di vedere come è fatta la più intensa forma d’amore che possiamo provare, allora alzate gli occhi al cielo e gustatevi la fine del 98.

Uno intendea, e altro mi rispuose:
credea veder Beatrice e vidi un sene
vestito con le genti gloriose.                 60
Diffuso era per li occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio
quale a tenero padre si convene.          63
E «Ov’è ella?», sùbito diss’io.
Ond’elli: «A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;          66
e se riguardi sù nel terzo giro
dal sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che suoi merti le sortiro».    69
Sanza risponder, li occhi sù levai,
e vidi lei che si facea corona
reflettendo da sé li etterni rai.             72
Da quella region che più sù tona
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare più giù s’abbandona, 75
quanto lì da Beatrice la mia vista;
ma nulla mi facea, ché sua effige
non discendea a me per mezzo mista.     78
«O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,             81
di tante cose quant’i’ ho vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.             84
Tu m’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt’i modi
che di ciò fare avei la potestate.              87
La tua magnificenza in me custodi,
sì che l’anima mia, che fatt’hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi».       90
Così orai; e quella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò a l’etterna fontana.           93
(98)

Io intendevo fare questo, e invece mi rispose qualcos’altro: credevo di vedere Beatrice e vidi un vecchio vestito di bianco come tutti gli altri beati. Dagli occhi e dalle guance ispirava una benevola gioia, con un atteggiamento devoto quale si confà a un padre amorevole. Subito io dissi: «Dov’è Beatrice?» E lui rispose: «Beatrice mi ha evocato dal mio seggio per portare a termine il tuo desiderio; e se sollevi lo sguardo, nel terzo gradino della rosa a partire dall’alto, la vedrai nel seggio che i suoi meriti le hanno concesso». Senza rispondere, alzai lo sguardo e vidi Beatrice che era incoronata da un’aureola che rifulgeva dei raggi divini. Da quella regione del cielo dove tuona più in alto (il tuono appartiene a Giove, cielo dei Giusti), un occhio umano non è tanto lontano neppure se si trova nel più profondo abisso del mare, quanta era la distanza tra i miei occhi e Beatrice; e tuttavia non mi faceva nulla, poiché la sua immagine non arrivava a me attraverso un mezzo fisico (dunque la vedevo perfettamente). «O donna in cui si rafforza la mia speranza, e che per la mia salvezza tollerasti di lasciare le tue orme nell’Inferno, se ho potuto vedere tante cose riconosco che tale grazia e tale virtù è derivata dal tuo potere e dalla tua bontà. Tu mi hai riportato alla libertà dalla schiavitù del peccato, per tutte quelle strade e in tutti quei modi in cui tu avevi il potere di fare questo. Custodisci questo tuo dono in me, cosicché la mia anima, che hai reso sana, si separi dal corpo nel modo che a te piacerà (in questo stato di grazia)». Pregai in tal modo; e Beatrice, così lontana come appariva, sorrise e mi guardò, poi tornò all’eterna fonte di beatitudine (Dio).

L’arrivederci a Beatrice conta quattro terzine e, se attivate l’anagogia e raggiungete la profondità del Senso, vi accorgerete che la prima è dedicata alla salvezza del Corpo (soffristi per la mia salute); la seconda è la conquista di Sophia attraverso l’Intelligenza (di tante cose quant’i’ ho vedute); la terza è dedicata all’Anima che ci affranca dalla schiavitù donandoci la libertà (Tu m’hai di servo tratto a libertate); nella quarta Dante prega Beatrice perché custodisca dentro di lui la sua magnificenza: il suo Spirito (la tua magnificenza in me custodi). Che il tuo Spirito custodisca il mio.

Questo è un ADDIO solo se lo intendiamo nel suo esplicito augurio: ti rivedrò vicino a Dio, e, in questo momento la mia anima, che tu hai risanato, con piacere si sta dividendo da te. Perché so che ti rivedrò vicino alla Fontana della Beatitudine.
Da un infinita lontananza Beatrice sorride come se gli fosse accanto.
Questo è anche il punto in cui Bernardo finalmente svela il Cielo di Beatrice: il cielo di Giove, di coloro che parlano con la voce di Dio.

Se raffigurate la descrizione della Candida Rosa, vedrete che dal punto di vista gerarchico si snoda per questi gradini:

  • EMPIREO
  • PRIMO MOBILE
  • STELLE FISSE
  • SATURNO
  • GIOVE
  • MARTE
  • SOLE
  • VENERE
  • MERCURIO
  • LUNA

 

Empireo e Primo Mobile sono Mens Dei. E quindi, partendo dall’Alto, e cioè dal Centro ed escludendo il Luogo della Mens Dei, il terzo Cielo-Gradino è quello di Giove, il Cielo dei Giusti che parlano con la voce di Dio, come abbiamo imparato dai Canti della Giustizia. E il tuono che il Poeta usa per denominarlo non è altro che il suono di Zeus! Lo dico perché sono diverse le interpretazioni che vengono date alla collocazione di Beatrice, che soprattutto convergono sulla scelta o del Cielo di Venere (il terzo dal basso), o del Cielo di Saturno (il Terzo gradino partendo dal Primo Mobile). Nel canto 99, dove troveremo la Descrizione dei Sogli delle Bianche Stole, il Poeta confermerà, in modo geometrico, il trono di Beatrice nel Cielo dei Giusti. Pensando che a Dante sarà riservato il Cielo di Mercurio, quello degli Spiriti Attivi, si può presagire la distanza che separerà e non-separerà i due Amanti Invitti. (Come i Beati del Cielo di Giove, Beatrice parla con la Voce di Dio ed è anche il Daimon dello Spirito che coincide col canto VII dell’Inferno, in cui si parla proprio del Daimon. E GIUSTIZIA, se ben ricordate, è GNOMONE di tutto l’Universo. Saranno pure ritagli di dettagli, ma il puzzle è perfetto solo se tutte le tessere vengono ben collocate!))

Ma devo dirvi che non è questa la più intensa forma d’amore, anche se di poco la precede.

E ‘l santo sene: «Acciò che tu assommi
perfettamente», disse, «il tuo cammino,
a che priego e amor santo mandommi,      96
vola con li occhi per questo giardino;
ché veder lui t’acconcerà lo sguardo
più al montar per lo raggio divino.           99
E la regina del cielo, ond’io ardo
tutto d’amor, ne farà ogne grazia,
però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo».     102
Qual è colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fame non sen sazia,          105
ma dice nel pensier, fin che si mostra:
‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?’;          108
tal era io mirando la vivace
carità di colui che ‘n questo mondo,
contemplando, gustò di quella pace.           111
(98)

E il santo vecchio disse: «Affinché tu porti a compimento nel modo dovuto il tuo viaggio, cosa per cui la preghiera di Beatrice e il suo santo amore mi hanno inviato qui, spingi il tuo sguardo lungo la rosa; infatti il vederla preparerà il tuo sguardo ad affrontare la visione di Dio.

E la Regina del Cielo (Maria), per la quale io ardo tutto d’amore, ci renderà la sua grazia, poiché io sono il suo fedele Bernardo». Come il pellegrino che giunge forse dalla Croazia per vedere a Roma il velo della Veronica, e che non riesce a soddisfare la sua antica brama ma dice fra sé: ‘O Signore mio Gesù Cristo, vero Dio, dunque furono queste le Vostre fattezze?’, così ero io osservando la viva carità di Bernardo che su questa Terra, contemplando, assaporò la pace divina.

«Figliuol di grazia, quest’esser giocondo»,
cominciò elli, «non ti sarà noto,
tenendo li occhi pur qua giù al fondo;     114
ma guarda i cerchi infino al più remoto,
tanto che veggi seder la regina
cui questo regno è suddito e devoto».       117
Io levai li occhi; e come da mattina
la parte oriental de l’orizzonte
soverchia quella dove ‘l sol declina,         120
così, quasi di valle andando a monte
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta l’altra fronte.                 123
E come quivi ove s’aspetta il temo
che mal guidò Fetonte, più s’infiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo,              126
così quella pacifica oriafiamma
nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte
per igual modo allentava la fiamma;             129
e a quel mezzo, con le penne sparte,
vid’io più di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e d’arte.               132
Vidi a lor giochi quivi e a lor canti
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri santi;                 135
(98)

Egli cominciò: «Figlio della grazia, questa essenza gioiosa non ti sarà nota se continui a tenere lo sguardo fisso qui in basso; ma osserva i cerchi fino al più lontano, fino a vedere nel suo seggio la Regina alla quale questo regno è suddito e devoto». Io alzai lo sguardo; e come al mattino la parte orientale dell’orizzonte supera in chiarore quella dove il sole tramonta, così, quasi sollevando gli occhi dalla valle alla vetta del monte, vidi un punto in cima alla rosa che superava in luminosità tutti gli altri. E come sulla Terra, dalla parte dove si attende il timone che Fetonte non seppe guidare (il Sole), il cielo si illumina di più, mentre ai lati il chiarore tende a diminuire, così quella pacifica luce fiammeggiante (il seggio di Maria) si rischiarava al centro, e ai lati lo splendore si attenuava uniformemente; e verso quel punto io vidi più di mille angeli festosi, con le ali spiegate, ciascuno diverso per splendore e movimento. Qui nel loro tripudio e nel loro canto vidi scintillare una bellezza tale (Maria), che era una gioia negli occhi di tutti gli altri santi.

Ancora troppo terrestri i pensieri di Dante!  Pensa a Roma, alla Veronica, ai pellegrinaggi, a Bernardo contemplante in terra, e noi aggiungeremmo anche la sua Beatrice e la preghiera rivolta alla Stella Trina perché rivolga lo sguardo al pianeta: guardare ai vivi e alle tempeste loro.

E lo stesso invito di Bernardo, accorato e imperativo, è uguale a quello di Virgilio alla fine del 48:

Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo
de l’antico avversaro a sé vi tira;
e però poco val freno o richiamo.   147
Chiamavi ‘l cielo e ‘ntorno vi si gira,
mostrandovi le sue bellezze etterne,
e l’occhio vostro pur a terra mira;
onde vi batte chi tutto discerne».     151
(48)

Ma voi abboccate all’esca, così che l’amo del demonio vi attira a sé; e dunque servono a poco il freno o il richiamo. Il Cielo vi chiama e vi gira attorno, mostrandovi le sue eterne bellezze, e il vostro sguardo è sempre rivolto a terra: per questo chi vede tutto (Dio) vi castiga».
Come è sempre presente e vivo il pensiero della nostra dolorosa oscillazione! Combattuti tra fuoco e fulmine, nella nostra diritta via giocata fra la vertigine di buttarci in un pozzo verso il basso (Malebolge 18) e quella di elevarci nell’altissimo pozzo dei Cieli (I Paradiso, 68).

Ma adesso è il tempo di guardare in alto, più in alto che si può, verso la Mens Dei e al soglio più alto e più vicino a Dio: MARIA, che chiude in sé il MISTERO del MISTERO.
MADRE del suo stesso PADRE, mater et mater-ia: che interamente circonda il SEGRETO pur essendo racchiusa in esso. Come ci insegnerà Bernardo nella sua Preghiera del canto 100: Vergine madre figlia del tuo figlio

Non ci è più sufficiente il PRIMO MOBILE, che racchiude pur essendo racchiuso:
tutta la MATER-IA circoscrive il Mistero pur essendone inscritta… termine fisso d’etterno consiglio.
Verso che significa la PRESENZA di Maria dentro la Mens Dei molto prima che il Creatore creasse la MATER-IA. E insieme a Lei, anche tutti noi, ciascun individuo per se stesso preso.
Come si vede bene nella Stella di Barga, l’emanazione divina, improvvisa e subitanea e totale, crea anche il continuo crearsi, nel divenire della materia, e tutto questo è già presente, ab origine, nella Mens Dei. Se poi volessimo vedere il reale movimento dell’ipercubo nello spazio (aprite internet e troverete l’immagine in movimento) vedremo che non è altro che un cubo che racchiude se stesso, pur essendone racchiuso.

L’oriafiamma della Vergine, che per tre volte rima in fiamma, come tre frecce scoccate dall’arco a tre corde, è il primo sole dell’alba del mondo che sorge ad oriente.

Spesso collegato all’orifiamma che era lo stendardo del re di Francia (perchè ci accontentiamo di poco a volte!) come lo vedete nell’immagine, e così ci sfugge l’aggiunta della “a”, e in quell’oria, chiaramente sentiamo vibrare l’origine del TUTTO e l’oriente del SOLE che sorge.
Nell’Empireo continua eternamente a brillare il primo sole del mondo, ed è la luce della Vergine. Oggi se ne può anche intuire l’esatta dimensione, quando sentiamo parlare del big bang che, pare, sia la prima luce del nostro Universo.
Credo che questa riflessione di Romano Guardini (sacerdote e teologo del secolo scorso) ci possa aiutare meglio per comprendere il pensiero dell’Alighieri.

Un problema si deve risolvere e, una volta risolto, scompare. Il MISTERO invece deve essere sperimentato, venerato; deve entrare a far parte della nostra vita. Un mistero che possa essere chiarito, risolto con una spiegazione, non è mai stato tale. Il mistero autentico resiste alla ‘spiegazione’: non tanto perché si sottragga all’esame ricorrendo allo stratagemma di una doppia verità, quanto perché non può, per sua natura, venir spiegato, sciolto razionalmente. E tuttavia è inserito in quella stessa realtà cui appartiene ciò che è suscettibile di spiegazione, e si offre agli sforzi ermeneutici ponendosi in un rapporto di assoluta correttezza. Il mistero esige una spiegazione: ma questa avrà solo il compito di indicare, appunto, dove risiede il vero enigma.
Romano Guardini, cit. in Karoly Kerényi, Nel labirinto, p.31

Io credo che questo ci chiarisca il tutto: i versi di Dante ci stanno indicando il punto dove risiede il vero enigma, perché nessuno può spiegarlo, il Mistero. E questo punto non può essere altro che la primissima alba del mondo, la Sorgente Luce Eterna di Maria, di MATER-IA.

Lo sappiamo bene che gli Umani, tutti, fin da un tempo privo di memoria, hanno sperimentato, e venerato come parte della loro stessa vita, questo MISTERO. La Grande Madre di cui nulla sappiamo, tranne che LEI virginalmente genera e trasforma. Anche il Sole può ricoprire questo ruolo: quello di essere il punto dove risiede l’enigma; e questo lo dimostrano tutti i pensieri religiosi eliocentrici che ben conosciamo, così come sappiamo che il Sole è stato protagonista nel dialogo precedente, il 47-97.

Vi ho detto che gli ultimi canti sul diametro polare (SUD-NORD) costituiscono l’incontro con il MISTERO, ma, come se fossimo anche noi accompagnati da guida sapiente, dobbiamo fare i conti con l’evidenza che il Sole, in quanto astro che sorge a illuminarci, non è altro che un elemento, per quanto miracoloso, della MATER-IA stessa. E che quindi può essere solo rinviato allegoricamente verso il simbolo del Mistero. Maria non è un SIMBOLO: è colei che chiude in sé il vero enigma: il mistero del mistero. E solo attraverso questa strada, Dante potrà percorrere l’ultima parte più elevata del suo cammino: la visione della Divina Trinità, ad litteram.

La visione della MENTE INFINITA DEL TUTTO, avrebbe detto la Sapienza Ermetica.
Come per Beatrice, Dante confesserà di non aver parole adatte per descrivere la bellezza di Maria, tranne l’infinita gioia che dalla sua luce entrava negli occhi di tutti gli altri santi (e nei suoi).

… e s’io avessi in dir tanta divizia
quanta ad imaginar, non ardirei
lo minimo tentar di sua delizia.           138
Bernardo, come vide li occhi miei
nel caldo suo caler fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei,
                                               che‘ miei di rimirar fé più ardenti.      142
(98)                                              

… e se io avessi nel parlare tanta ricchezza di espressione quanta ne ho ad immaginare, neppure in tal caso oserei tentare di descrivere la sua bellezza. Bernardo, non appena vide che i miei occhi erano fissi e attenti nell’ardente carità della Vergine, rivolse i suoi a Maria con tale affetto che rese i miei ancor più desiderosi di ammirarla.
Siamo nell’Arco del Fuoco, e tutto è luce e tutto è calore, del fuoco di Carità che illumina senza bruciare. Tanto che il Poeta preferisce il suo neologismo caldare al posto di scaldare. Scaldarsi è cosa che si fa in inverno, ma dire come dirà Bernardo nel XXXIII: nel ventre tuo si raccese l’amore, per lo cui caldo ne l’etterna pace… significa bruciarsi al fuoco della carità, fuoco d’amore che CALDA ma NON BRUCIA.
L’incendiarsi della carne che Dante ha provato nel sogno del dialogo 43-93, quando Lucia l’ha portato nell’arco di fuoco, nel canto di Giovanni, il canto della Carità. Solo che nel sogno Dante sente il suo corpo bruciare, ma ora è veramente tempo di scambiamento e comprende ciò che ha provato lo stesso Mosè quando ha conosciuto il fuoco che non brucia.

I canti del diametro polare sono anche i canti dell’epifania finale del Complotto d’Amore annunciato da Beatrice nel canto secondo dell’Inferno.
E qui giunge la presenza di tutti i protagonisti del complotto.

Maria, Grande Madre ri-generatrice del Corpo, che è anche il dono dell’Aquila, che non può essere altro che un’amorevole mamma che si accorge di un figlio che è in pericolo di vita, cioè che sta rischiando di perdere il suo corpo mortale.

La Vergine chiama Lucia, sguardo dell’Anima Intellettiva e Custode del Purgatorio, raccomandandole il suo Fedele. E Lucia scende al Cielo dei Giusti, dove si trova Beatrice, colei che parla con la voce di Dio, come tutti i daimones, custodi del nostro Destino e del nostro Spirito, che Dante conquisterà con la complicità della donna amata e del Grifon d’Amore. E come sono anagogicamente perfette le parole di Lucia: perché non lo soccorri tu che sei il suo daimon? Perché non vedi che sta combattendo la morte dentro il fiume impetuoso e impietoso della vita?

(Come si fa a non amare questo Dante-Collettivo che eternamente ritorna con noi dentro la guerra grande del mondo?)

E Beatrice scenderà al Limbo a cercare l’aiuto di un Poeta amato, filosofo e pitagorico, quinto grado dei Misteri Eleusini, Sacerdos et Dux, insuperabile guida pastorale che dovrà prendersi cura dell’Intelligenza di Dante.

E sarà proprio Virgilio ad anticipare a Dante, nel 49-99, come e quanto sia immenso il Miracolo d’Amore che si può provare  nell’alto del paradiso.

Anche Maria, negli ultimi due millenni cristiani, è un miracolo d’amore, la Madre Celeste che noi tutti invochiamo nel momento del bisogno, nella nostra storia e anche nella nostra non-storia, fin da quando il Femminile Sacro è sempre stato invocato per guarigione e fecondità, mutando il nome in molteplici declinazioni, ma restando sempre la stessa cosa. E quindi certo non sarò io a mettere in discussione, dentro un poema medievale, la potente presenza della figura cristiana di Maria, con tutto quello che ne consegue. Però credo fermamente, perché è il testo che me lo fa credere, che il Poeta abbia visto molto di più, mirando il soglio di Maria.

Me lo fa credere il climax intenso dei Canti del Mistero e dell’Amore, che certamente  non può sembrare casuale.

43-93: Via Sapienziale dell’Elevazione. Il terzetto di Aquile: Lucia, Giovanni e Dante. Dopo aver parlato con Pietro, Giacomo e Giovanni della sua Opera nutrita di Fede di Speranza e di Carità, con la consegna del suo Testamento Segreto, il Poeta chiude i conti con la vita terrena proprio nel Cielo delle Stelle Fisse, per poi superare i confini del Cosmo ed entrare nella Mens Dei: il Primo Mobile.

44-94: Prima Cornice e Primo Mobile. La vertigine dei sensi. Alla fine del 94 viene indicata la giusta rotta della flotta dell’Umanità: la parabola del Cristo che si innerva e si incrocia con la vita terrena di tutti gli uomini, la Stella di Davide. La Diritta Via, come sappiamo dal 18-68, è parallela e nello stesso tempo contenuta dentro il Viaggio di Dante, dal 25 marzo 1301, giorno di Annunciazione, al 2 aprile 1301, giorno di Pasqua di Resurrezione, di Reintegrazione e di Rinascita.

45-95: Sic transit gloria mundi, la miniatura fragile del nostro pianeta e il trionfo degli angeli. Microcosmo e Macrocosmo. Il Pater noster cantato dai Superbi per la salvezza dei vivi, rispecchiato nel Mistero del Padre (Triade Creante), collocato nel piccolissimo punto luminoso dell’Empireo, e punto d’Origine di tutto il Creato.

46-96: ARTE E CREAZIONE, atto creante di Dio e atto creante dell’Artista. Considerare la totale immediatezza dell’Atto Creante (Materia Forma Ordine Costrutto) fu argomento notevole nelle dispute filosofiche medievali, e furono in molti a contrastare l’atto immediato. Qui l’Alighieri si schiera con determinazione sulla sua subitaneità. Così come l’Artista vede la sua Opera Integra, prima di costruirla.

47-97: In questo dialogo emergono i due grandi contrasti fra Terra e Cielo, fra Odio e Amore, fra Saphia (Intelligenza-Saggezza, ciò che Sapìa in terra non ha posseduto) e Sophia (Divina Sapienza). Le nostre tenebre più dolorose in contrasto con la luce intellettual piena d’amore.

48-98: DOLORE E SALVEZZA: il dialogo che avete appena finito di leggere, il carro macabro (e insieme cortese) di tutta l’Umanità, secondo Guido del Duca, e il luogo salvifico delle Bianche Stole, e la Luce Prima del Mondo, Luce d’Amore, l’enigma di Maria.

Ora siamo pronti a salire verso il MISTERO.
Maria Castronovo

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