SIC TRANSIT GLORIA MUNDI…

La vostra nominanza è color d’erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba. (45)
La donna mia, che mi vedea in cura
forte sospeso, disse: «Da quel punto
depende il cielo e tutta la natura. (95)

MACROCOSMO E MICROCOSMO

L’undicesimo canto del Purgatorio (45) inizia con la preghiera del Pater Noster, trascritta per l’occasione in endecasillabi sublimi dall’Alighieri, e che io non riporto perché la potete trovare ovunque. Quello che invece devo dirvi è che il Padre Eterno, e Nostro, diametralmente opposto, brilla in tutta la sua Potenza nel canto 95. Siamo ancora nella Prima Cornice dei Superbi, ma, dall’altra parte, un Dante smarrito, sempre alla ricerca dello sguardo di Beatrice per ritrovar la rotta, si guarda attorno senza comprendere bene che cosa significhi trovarsi in un cielo che sta al di là della volta stellata.

Già nel 94 gliene aveva parlato Beatrice:

«La natura del mondo, che quieta
il mezzo e tutto l’altro intorno move,
quinci comincia come da sua meta;             108
e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina, in che s’accende
l’amor che ‘l volge e la virtù ch’ei piove.    111
Luce e amor d’un cerchio lui comprende,
sì come questo li altri; e quel precinto
colui che ‘l cinge solamente intende.           114
Non è suo moto per altro distinto,
ma li altri son mensurati da questo,
sì come diece da mezzo e da quinto;            117
e come il tempo tegna in cotal testo
le sue radici e ne li altri le fronde,
omai a te può esser manifesto.                     120
(94)

«La natura dell’Universo, che tiene la Terra al centro, immobile, e fa ruotare tutto il resto intorno, comincia da qui come suo principio e sua fine; e questo Cielo (il Primo Mobile) non ha nessun’altra collocazione se non la mente di Dio, in cui si accendono l’amore che lo fa ruotare e la virtù che esso esercita. La luce e l’amore divino lo circondano, proprio come questo Cielo circonda gli altri; e quell’involucro è compreso solamente da Colui che lo cinge (da Dio). Il suo movimento non è misurato dagli altri, ma gli altri moti sono commisurato a questo, come il dieci lo è dal cinque e dal due; e ormai ti può essere chiaro come il tempo abbia le sue radici in questo vaso (nel IX Cielo), e negli altri Cieli le sue foglie.

Questo è stato facile da capire: che nel cielo Cristallino vengono a cadere tutte le leggi che tengono insieme l’intero Universo. Possiamo anche darlo per ovvio che dall’altra parte del Cosmo tutto si capovolga. Che poi non è proprio un CAPIRE… diciamo più che altro un lieve stato di intuizione!

Ma che questo Cielo non abbia un luogo fisico, e quindi visibile, ma che invece si colloca solo ed esclusivamente dentro la mente del Padre Eterno… beh ragazzi, qui bisogna arrendersi!

… e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina… (94)
e solo Amore e Luce ha per confine… (95)

La luce e l’amore divino lo circondano, proprio come questo Cielo circonda gli altri; e questo modo di ESSERE è compreso solamente da Colui che lo cinge (da Dio). Questa immagine vi può aiutare a comprendere: si tratta del tradizionale sistema tolemaico che pone la terra al centro, quindi i tre cieli intermedi (Etere) di acqua di aria e di fuoco, e poi tutti gli altri Nove Cieli dalla Luna al Primo Mobile.

Fino alla Volta Stellata è facile intenderla… nel Primo Mobile invece avrete le vertigini perché già siete dentro la Mente di Dio. E questo lo sappiamo fin dal canto 94.

Il Primo Mobile per desiderio d’Amore orbita ad altissima velocità in senso antiorario, per poter raggiungere l’Amore e la Luce che lo circondano, e, così facendo mette in moto tutti gli altri Cieli in senso orario, dalla Volta Stellata in giù. Per questo si può capire che dentro il Cristallino nasce il TEMPO, e negli altri cieli le sue foglie… e questa cosa è chiara come cinque per due fa dieci!

Così si esprime Beatrice, e noi invece restiamo al palo, come farà Dante nel 95.

E com’io mi rivolsi e furon tocchi
li miei da ciò che pare in quel volume,
quandunque nel suo giro ben s’adocchi,     15
un punto vidi che raggiava lume
acuto sì, che ‘l viso ch’elli affoca
chiuder conviensi per lo forte acume;           18
(95)

E non appena io mi voltai e i miei occhi scorsero ciò che appare in quel Cielo (il Primo Mobile), ogni volta che si osservi con attenzione nella sua sfera, vidi un punto che emanava una luce tanto intensa che per il suo splendore occorre chiudere gli occhi che ne sono colpiti;
Che sta succedendo? Che Dante, proprio ora che si sta guardando attorno con maggior attenzione, vede una IMMAGINE completamente CAPOVOLTA riguardo a quella descritta nel 94, e che voi avete visto bene nel disegno tolemaico.

Dio non circonda più il Primo Mobile, anzi è l’Infinito contenuto dentro tutti i Cieli, ed è un punto così luminoso che è necessario chiudere gli occhi.
E questa è la vera immagine del capovolgimento del Creato, ed è sparito Tolomeo. Dante, entrato dentro la mente di Dio, vede l’Universo dal punto di vista di Dio (ricordarsi di Botticelli!), e la Terra è periferica, e lui non ha percorso il cammino dall’orbita più stretta (LUNA) a quella più larga (VOLTA STELLATA), bensì, al contrario, da quella più larga a quella più stretta: l’Infinito è dentro di noi e Dante sta per diventare un 515, Messo Celeste, un cinquecento diece e cinque (XXXIII Purg.).

 

 

Forse cotanto quanto pare appresso
alo cigner la luce che ‘l dipigne
quando ‘l vapor che ‘l porta più è spesso,      24
distante intorno al punto un cerchio d’igne
si girava sì ratto, ch’avria vinto
quel moto che più tosto il mondo cigne;         27
e questo era d’un altro circumcinto,
e quel dal terzo, e ‘l terzo poi dal quarto,
dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.  30
Sopra seguiva il settimo sì sparto
già di larghezza, che ‘l messo di Iuno
intero a contenerlo sarebbe arto.                      33
Così l’ottavo e ‘l nono; e chiascheduno
più tardo si movea, secondo ch’era
in numero distante più da l’uno;                      36
e quello avea la fiamma più sincera
cui men distava la favilla pura,
credo, però che più di lei s’invera.                   39
(95)

Forse, quanto un alone sembra circondare da vicino l’astro che lo fa apparire quando l’atmosfera è pregna di spessi vapori, tutt’intorno a quel punto un cerchio fiammeggiante ruotava così velocemente che avrebbe superato il movimento del Primo Mobile che racchiude il mondo; e questo cerchio era circondato da un altro, e quello da un terzo, e il terzo poi da un quarto, il quarto da un quinto e il quinto da un sesto. Più all’esterno ce n’era un settimo (CIELO DI VENERE), talmente esteso che il messaggero di Giunone (l’arcobaleno), benché tutto intero, sarebbe troppo piccolo per contenerlo. Così l’ottavo e il nono cerchio (MERCURIO e LUNA); e ognuno di essi era tanto più lento, quanto più il numero d’ordine che occupava era superiore ad uno (quanto più era distante dal centro); e il cerchio che aveva la fiamma più splendente era quello più vicino al punto luminoso, perché – credo – si ALIMENTAVA maggiormente della sua VERITÀ.

Questa è la descrizione del capovolgimento, così come è rappresentata dalla immagine non-tolemaica. Ma che è anche riconoscibile nell’Albero della Kabbalah: CORONA (Keter) è il Primo Cristallino toccato dall’Abisso di Luce: rappresenta lo Spirito che si fa PENSIERO, il Punto Zero del TEMPO, e da qui precipitano tutte le FOGLIE dell’Albero (negli altri 8 Cieli): capite meglio adesso le parole di Beatrice?
Nasce la dualità della Materia e SAPIENZA (le STELLE) e INTELLIGENZA (SATURNO) aprono i sentieri MASCHILE e FEMMINILE, e tutta la MATERIA prende le sue forme e precipita in stato di CONTRAZIONE (tzimtzum) fino al Regno di Adamo, Malkuth, la decima sephira: la Terra.
State attenti: non è Scienza, non è Religione, non è Contaminazione di Culture, e non è nemmeno un salto mistico dentro la trascen-denza: è soltanto un piccolissimo niente, a nostra disposizione, del MISTERO che noi non sappiamo!

Però adesso almeno una cosa l’abbiamo compresa bene: che i Superbi stanno cantando il Pater Noster non soltanto per i vivi mortali in terra, che ne hanno tanto bisogno (ad litteram).

Quest’ultima preghiera, segnor caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro». 24
(45)

Ma invece viene anche rivolta, in sincronia, a quel qualcosa UNICO, che è in grado di capovolgere il nostro punto di vista. Il Padre sta lì, nel 95, e si è appena divertito a smontare il nostro universo e le sue leggi, a far diventare matto il povero Dante, e a toglierci la sedia per scherzo quando vorremmo sederci… e nel 45 allora ci stiamo noi, pieni di certezze e di sicumera, col risolino beffardo di chi sa tutto del mondo, e di quanto disprezzo si possa giustamente provare per tutti gli altri umani che non sono NOI: noi SUPERBI. E ci viene in mente Farinata il Superbo: errore in cui incorriamo spesso da giovani, e che dobbiamo abbandonare appena accusiamo i primi colpi della sorte!

Piegato e piagato dal pesante macigno si fa riconoscere Oderisi da Gubbio:

«Oh!», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi,
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte
ch’alluminar chiamata è in Parisi?».     81
(45)

Enluminer: dipingere miniature, spesso strappandosi un capello o un pelo della barba, perché col bulbo si dipinge meglio.
Miniatura: l’esatto opposto di un intero Universo capovolto. Microcosmo e Macrocosmo, ben rispecchiati, in sincronia.
L’Alighieri sta prendendo le sue misure, e noi nemmeno ce ne accorgiamo!
Che siamo superbe miniature di un piccolo mondo, con la vista talmente offuscata, che in testa abbiamo solo desiderio di fama e di successo!

Perché è questo il punto: il sogno d’essere eterni in terra.

«Frate», diss’elli, «più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or suo, e mio in parte.         84
Ben non sare’ io stato sì cortese
mentre ch’io vissi, per lo gran disio
de l’eccellenza ove mio core intese.           87
Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.        90
Oh vana gloria de l’umane posse!
com’poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!                 93
Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura:                     96
così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.              99
Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.                   102
Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ‘l ‘dindi’, 105
pria che passin mill’anni? ch’è più corto
spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.       108
La vostra nominanza è color d’erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba».            117
(45)

Disse: «Fratello, sono più apprezzati i codici che decora Franco Bolognese; l’onore è tutto suo e mio solo in parte. Certo io non sarei stato così cortese quand’ero vivo, per il grande desiderio di eccellenza cui era proteso il mio cuore. Qui si sconta la pena di questa superbia; e non sarei qui, se quando potevo ancora peccare non mi fossi rivolto a Dio. Oh gloria vana delle capacità umane! quanto poco rimane verde sul ramo, se non è seguita da età decadenti! Cimabue credette di primeggiare nella pittura, mentre ora è Giotto il maestro e ha oscurato la sua fama: allo stesso modo Guido (Cavalcanti) ha tolto all’altro Guido (Guinizelli) la gloria della lingua, e forse è già nato chi li vincerà entrambi. La fama terrena non è altro che un alito di vento, che ora spira da una parte e ora dall’altra, e cambia nome a seconda della direzione. Credi di avere una fama maggiore se muori da vecchio, invece di essere morto quando ancora parlavi in modo infantile, prima che siano trascorsi mille anni? Questo è un tempo brevissimo rispetto all’eternità, più breve di un batter di ciglia rispetto al movimento del cielo che si muove più lentamente. La vostra fama è come il verde dell’erba, che va e viene, ed è cancellato dal sole che fa spuntare l’erba stessa dalla terra».

Io non posso negare che il Viaggio nel Dolore sia l’esperienza che non solo grava sulle spalle dell’Autore, ma che anche coinvolge in pieno i Lettori chiamati a vivere l’intensità profonda e pervasiva di tutte queste emozioni, che poi possono trasformarsi in riflessioni o in meditazioni infinite sul nostro essere precariamente e fragilmente umani, e la materia abbonda attorno a tale argomento. Invece quello che non sarei mai arrivata a sospettare riguarda, a mio avviso, una cosa molto importante: che il Viaggio nel Dolore non finisce mai.

Almeno come l’ha progettato l’Alighieri che, con la sua Geometria Sacra, ci costringe a un nuovo ordine di Lettura dei Canti, fino ad opporre la seconda metà dell’ultima Ottava (dalle Stelle Fisse alla Candida Rosa, 94-99) alla seconda metà della Quinta Ottava (dall’ingresso alla Prima Cornice del Purgatorio fino alla conquista dell’Anima Intellettiva, 44-49).

E qui va in frantumi la Grande Illusione che la Cantica del Paradiso sia solo Misticismo ed Estasi. Mai ci potrà abbandonare la memoria di essere stati Umani, e, forse, proprio in questa riflessione possiamo percepire quanto sia stato immensamente grande il miracolo di essere stati Umani.

Era questo che voleva svelarci il sapiente Salomone nel canto XIV? (conversazione 31-81, via Sapienziale della Libertà) quando rivela che i Beati non vedono l’ora di poter ricongiungersi al loro corpo. Oppure si potrebbe rilanciare tutto il piatto aggiungendo una posta all’infinito: il MISTERO, qualsiasi nome e qualsiasi forma abbia preso dall’alba del mondo fino ai nostri giorni, il Mistero deve per forza essere VIVENTE, e vivo in mezzo a noi proprio perché noi siamo vivi, compresa quindi la dimensione della CARNE. E in fondo, a che ci servirebbe un dio completamente smemorato e dimentico d’essere stato carne?

Non so rispondere a questa domanda, ma so che, in totale sincronia, Dante capovolge un macrocosmo che sta ben oltre le stelle, in un cielo che sta chiuso solo nella mente di Dio, e del quale è molto difficile conoscerne le misure… e che contemporaneamente viene travolto dal microcosmo infinitamente piccolo dell’arroganza umana. Pure in questo caso due grandi piatti d’ottone percossi con veemenza, fanno tremare tutta la platea!

Sarai forse tu a superare la fama di un Guinizelli o di un Cavalcanti? E dilla la verità, che in questo bel sogno ti stai cullando da una vita! Anche adesso, che da vivo parli a me che son morto, e proprio perché son morto vedo come veramente sei tu da vivo! Ve ne siete mai accorti che Dante sceglie per sé gli analisti che noi non avremmo mai sul mercato? Quelli che sanno tutto di te perché ti leggono i pensieri, anche se non parli.

E se adesso vi chiedessi… lo vorreste voi un analista di tal fatta? nessuno alzerebbe la mano.

Eppure, se cercate un Alighieri biografo di se stesso, dovete proprio arrivare qui, a queste due Ottave contrapposte: lui che spera di tornar poeta nel suo ovile, lui che ha buttato il sangue nel suo Poema, lui che lo difende a spada levata davanti ai tre apostoli, ben sapendo che gli leggono la mente; lui che scrive il suo testamento spirituale, sperando che i Lettori sappiano leggere fra le righe; lui che dirà arrivederci alla donna della sua anima, arrivederci e non addio!; lui, pellegrino esausto e malconcio, che alzerà gli occhi per vedere Dio, e guardarlo bene negli occhi; lui, che in totale franchezza ci confessa… e certo che sono uguale a voi! Superbo e sognante e desiderante come tutti voi! Che c’è di strano? Siamo così, come ci sentiamo in diritto di poter essere. Perché così deve essere!

E perché, per poter fare i conti con un miracolo… lo devi prendere tutto intero, e non in piccola parte!
Il miracolo che noi siamo, proprio perché siamo così: … vermi nati a formar l’angelica farfalla.
Alzate gli occhi solo di poco: nel canto 95, sulla vostra testa, stanno volando tutti e nove i Cori Angelici, superbi d’Amore e di Luce. Serafini, Cherubini, Troni, Dominazioni, Virtù, Potestà, Principati, Arcangeli, Angeli.

Beatrice li indica uno ad uno, mentre Dante estasiato annega nella Luce degli Angeli, dentro il vortice di un macrocosmo indicibile, mentre il microcosmo del suo cuore batte forte come il nostro, e ancora di più batte, sapendo bene di essere fra terra e cielo.
Questo succede, anche se noi da 700 anni facciamo ribollire l’Alighieri dentro l’acqua stagnante dei catechismi vari… succede veramente l’inverosimile, e il più bel dono ce lo regala Beatrice:

Quinci si può veder come si fonda
l’essere beato ne l’atto che vede,
non in quel ch’ama, che poscia seconda;  111
e del vedere è misura mercede,
che grazia partorisce e buona voglia:
così di grado in grado si procede.             114
(95)

Da qui si può vedere come la beatitudine si fonda nella fruizione della visione divina, e non nell’amore che è un atto conseguente; e la profondità di tale visione è la ricompensa che è prodotta dalla grazia e dalla buona volontà: così si procede da un ordine angelico all’altro.
Non si ama Dio perché si crede in Dio.
Lo si ama solo dopo averlo visto.
Così come Dante ha amato Beatrice, dopo averla vista.
Gli Angeli vedono, e quindi così si innamorano.

In pochi secondi, un catechismo bimillenario sgretolato sotto i nostri piedi. Come coloro che ci hanno insegnato che non si può vedere il divino! E invece lassù, dentro la mente di Dio, si pensa l’esatto opposto!
La invidiamo tutti la vista di Oderisi, il miniatore di Codici che in pochi millimetri di pergamena riusciva a far magie. E quest’arte a Parigi si chiamava ILLUMINARE.

Offrire luce alle cose, e già lo sappiamo dal secondo canto del Paradiso, significa partecipare dell’allegria dell’Universo, assorbire dentro di noi, o uomini o pianeti, la gioia dell’intelligenza angelica. Significa che già qui in terra possiamo vedere l’epifania del miracolo.
Se non la vediamo, nessuno ce la può raccontare.

Maria Catronovo

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