Ma per non far cessare il filo rosso dell’armonia, è necessario girare la pagina ed entrare nel canto 94, e ascoltare il canto dei Beati… Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto

E Dante vede l’intero Universo che gli sta sorridendo.
‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’,
cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso,
sì che m’inebriava il dolce canto.              3
Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso
de l’universo; per che mia ebbrezza
intrava per l’udire e per lo viso.                 6
Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
oh vita intègra d’amore e di pace!
oh sanza brama sicura ricchezza!              9
(94)

 

44-94, il X del Purgatorio e il XXVII del Paradiso: LA VERTIGINE DEI SENSI

Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
partita in sette cori, a’ due mie’ sensi
faceva dir l’un «No», l’altro «Sì, canta». (44)
   … così Beatrice trasmutò sembianza;
e tale eclissi credo che ’n ciel fue,
quando patì la supprema possanza.  (94)

SAN PIETRO E I SUPERBI

Dimenticatelo subito questo dono paradisiaco che permette al Poeta di vedere l’intero Universo sorridergli!
Se nel 44 si entra nella Prima Cornice del Purgatorio, nel 94 si esce dalle Stelle. Avete capito bene: in un mondo che non ci riguarda più, completamente ignoto, perché la Volta Stellata è il nostro confine.
E questa immagine di Camille Flammarion rappresenta bene tale confine: un uomo sta uscendo dal cosmo in uno spazio che fa indovinare nuove dimensioni e nuovi mondi.

 

 

 

 

Ovvio che vengano le vertigini! E il Poeta sta tentando tutti i modi per coinvolgerci in questo sperdimento dei sensi, sfruttando al massimo la sincronia dei due canti. Già all’ingresso della Prima Cornice i due pellegrini sono costretti a vivere una camminata da ubriachi, come quando si deve seguire il rollìo della nave che naviga sopra un mare infuriato. La strada dentro la roccia è così tortuosa, e sembra un’onda, e i due lentamente avanzano sbandando, ora a destra ora a sinistra.

Noi salavam per una pietra fessa,
che si moveva e d’una e d’altra parte,
sì come l’onda che fugge e s’appressa.    9
«Qui si conviene usare un poco d’arte»,
cominciò ‘l duca mio, «in accostarsi
or quinci, or quindi al lato che si parte»12
E questo fece i nostri passi scarsi,
tanto che pria lo scemo de la luna
rigiunse al letto suo per ricorcarsi,         15
che noi fossimo fuor di quella cruna;
ma quando fummo liberi e aperti
sù dove il monte in dietro si rauna,         18
io stancato e amendue incerti
di nostra via, restammo in su un piano
solingo più che strade per diserti.         21
(44)

Noi salivamo lungo una via scavata nella roccia, che procedeva tortuosamente come un’onda che si avvicina e si allontana. Il mio maestro disse: «Qui dobbiamo usare un po’ di ingegno, avvicinandoci ora da una parte, ora dall’altra, alle rientranze». E questo ci costrinse a procedere con tale lentezza, che la parte in ombra della luna toccò l’orizzonte per tramontare, prima che noi fossimo fuori da quella via; ma quando ci trovammo liberi da ogni impaccio, là dove il monte si allarga a formare la Prima Cornice, io affaticato ed entrambi incerti sul cammino da intraprendere, restammo su quel ripiano solitario come una strada nel deserto.

Sensazione da mal di mare, e poi, storditi, dentro un deserto senza conoscere la strada. Ma a questo punto, nello stesso istante accadono nei due canti due cose incredibilmente diverse, tanto che potremo godere, in purgatorio, di alcune immagini paradisiache, mentre su in cielo si scatenerà l’inferno! Sublime colpo di scena!
Dante si accorge che la parte bassa del monte è completamente ricoperta da bassorilievi scolpiti nel marmo bianco, e ne vede tre, uno in fila all’altro, e noi lo seguiamo senza fiato come se fossimo entrati in un museo multimediale, e forse ancora di più: in una immaginifica magia da fantascienza!

Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
quand’io conobbi quella ripa intorno
che dritto di salita aveva manco,         30
esser di marmo candido e addorno
d’intagli sì, che non pur Policleto,
ma la natura lì avrebbe scorno.           33
L’angel che venne in terra col decreto
de la molt’anni lagrimata pace,
ch’aperse il ciel del suo lungo divieto, 36
dinanzi a noi pareva sì verace
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che tace.       39
Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;
perché iv’era imaginata quella
ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave; 42
e avea in atto impressa esta favella
‘Ecce ancilla Dei’, propriamentecome figura in cera si suggella.             45

Noi non avevamo ancora mosso i piedi, quando mi accorsi che tutt’intorno alla parete, nel punto (dello zoccolo) in cui essa era meno ripida, c’erano delle sculture di marmo bianco e finemente intagliato, in modo tale che non solo Policleto, ma la stessa natura ne sarebbe vinta. L’angelo (Gabriele) che venne in Terra col decreto della pace (tra Dio e l’uomo) sospirata per tanti anni, e che aprì il Cielo dopo un lungo divieto, sembrava così reale davanti a noi, scolpito in un gesto soave, che non sembrava un’immagine silenziosa. Si sarebbe giurato che egli dicesse Ave!, perché era raffigurata anche colei (Maria) che girò la chiave per aprire l’alto amore di Dio; e nel suo atteggiamento sembrava che dicesse Ecce ancilla Dei, in modo così veritiero come una figura impressa sulla cera.
Questi marmi divinamente scolpiti hanno il dono della parola! Ma al Poeta ancora non basta.

«Non tener pur ad un loco la mente»,
disse ‘l dolce maestro, che m’avea
da quella parte onde ‘l cuore ha la gente.   48
Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea
di retro da Maria, da quella costa
onde m’era colui che mi movea,                   51
un’altra storia ne la roccia imposta;
per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,
acciò che fosse a li occhi miei disposta.       54
Era intagliato lì nel marmo stesso
lo carro e ‘ buoi, traendo l’arca santa,
per che si teme officio non commesso.          57
Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
partita in sette cori, a’ due mie’ sensi
faceva dir l’un «No», l’altro «Sì, canta».      60
Similemente al fummo de li ‘ncensi
che v’era imaginato, li occhi e ‘l naso
e al sì e al no discordi fensi.                           63
Lì precedeva al benedetto vaso,
trescando alzato, l’umile salmista,
e più e men che re era in quel caso.               66
Di contra, effigiata ad una vista
d’un gran palazzo, Micòl ammirava
sì come donna dispettosa e trista.                   69
(44)

«Non guardare solo in un punto», mi disse il dolce maestro che mi aveva dalla parte dove le persone hanno il cuore. Allora io mossi lo sguardo e vidi che oltre Maria, sul lato della parete dove avevo Virgilio (a destra), era scolpita un’altra storia; allora io superai Virgilio e mi accostai, per vederla meglio con i miei occhi.

Lì nel marmo era intagliato il carro e i buoi che portavano l’Arca Santa, per la quale si ha timore di svolgere un compito non affidato. Davanti c’era della gente e tutta quanta, divisa in sette cori, induceva il mio udito a dire «Non canta», mentre la mia vista diceva «Sì, canta». In modo analogo, il fumo dell’incenso lì raffigurato rendeva discordi i miei occhi (che credevano fosse vero) e il mio naso (che non sentiva nulla). L’Arca Santa era preceduta dall’umile autore di Salmi (David), che danzava con la veste alzata, e in quell’occasione era più e meno che un re. Di fronte a lui, affacciata alla finestra di un gran palazzo, Micòl osservava stupita, come una donna indispettita e corrucciata.

Anche le percezioni sensoriali oscillano fra il sì e il no, come in stato di ebbrezza… il canto del corteo di Davide si vede ma non si sente, il fumo dell’incenso si espande nell’aria tanto che se ne vede la nuvola che si gonfia, ma non se ne sente il profumo. Vi risparmio la terza e ultima scultura in cui Traiano parla con la vedova che chiede giustizia per il suo figliolo assassinato: Dante riporta tutte le battute del dialogo come fosse stato a teatro.

A costo di sembrar pedante, devo ricordare che siamo dentro una modalità inedita della lettura del Poema, che è IMMAGINALE e SINCRONICA, e perdonate se non riesco a renderne tutta la meraviglia. Però vorrei precisare la differenza che passa fra IMMAGINE e ICONA.

Ormai ce l’hanno detto in tutti i modi che noi siamo la civiltà dell’immagine, tanto che di questo siamo perfettamente convinti. Abbandonate questa illusione! Siete dentro una civiltà che è solamente ICONICA. Uno scherzo grafico o visivo che ha il ruolo di perpetuare la sua presenza, come fosse solo uno slogan convenzionale. Vale a dire che l’ICONA è sempre uguale a se stessa, e funziona da ipnosi: non ha funzione estetica, ma anestetica, e cioè ti manda nel mondo dei sogni. Le famiglie della pubblicità ballano cantano e ridono solo se addentano un grissino… e tu ci credi. Ma anche le immagini reali tratte dalla storia hanno lo stesso effetto, vengono anche manipolate perché non tutta la storia è stata filmata, e allora si vedono sempre le stesse bombe, gli stessi morti… tanto da rimanerne indifferenti e cadere in anestesia. Iconici i cantanti gli attori gli sportivi i politici i giornalisti, iconici tutti quanti, condannati alla loro tragica convenzionalità. Ambasciatori del pensiero unico, dell’omologazione, della riduzione dell’umanità a spettatrice, e consumatrice, demente.

Ma l’IMMAGINE di cui parliamo noi, è quella che fa da ponte fra il nostro IGNOTO e la COSCIENZA ATTIVA. Per farla semplice, le immagini dei nostri sogni che tentiamo poi di interpretare al mattino quando si risveglia la nostra coscienza. L’IMMAGINE, quando è strumento di PSICHE, ti mette in stato sismico l’Intelligenza. E forse sarà proprio questa la vera magia del Poema che, ad altissima velocità, passa sempre da una immagine psichica all’altra.

Dante ammira queste opere divine come se fosse entrato in un sogno, e quindi anche noi dovremmo imitare la stessa esperienza.

Colui che mai non vide cosa nova
produsse esto visibile parlare,
novello a noi perché qui non si trova.  96
(44)

Dio, che non vide mai qualcosa di nuovo, produsse questi dialoghi percepibili con la vista, che ci sembra incredibile in quanto qui, sulla Terra, non esiste (se poi pensate che parla il Poeta che fin dal Primo Canto ci ha insegnato ad ascoltare le immagini!).
Posso azzardare un triplo carpiato???
Chi ha visto tutto (non potrebbe essere Dante?) ha creato dialoghi percepibili con la vista che sulla Terra  sono per davvero cosa nuova… e infatti noi siamo qui, alla quarantaquattresima conversazione ben messa in vista su otto punte di stella! Visibile parlare

Si deve guardare con lo Sguardo dell’Anima. Durante il cammino del purgatorio, Dante vedrà spesso altre immagini, percepite a volta nei sogni, o anche ad occhi aperti, che, ad litteram, gli sveleranno il sentimento contrario dell’errore espiato sul monte. Nella Prima Cornice si trovano i Superbi, e quindi ci viene detto che quegli exempla marmorei non sono altro che l’esaltazione delle persone umili e sottomesse alla volontà di Dio, totalmente contrarie ai superbi.
L’umiltà di Maria, ancilla Domini; quella di Davide che canta e danza per felicità anche alzando in alto la sua tunica; e quella di Traiano che si sottomette alla giusta richiesta della vedova, cioè di fare giustizia per il figlio assassinato.

Letti così, questi marmi diventano ICONICI, come è tutta iconica la letteralità delle cose.

Ma se ricordassimo di aver girato pagina, e di aver letto nel 43 che solo gli umili assetati di Sapienza (che è Maria) e di Giustizia (che è Traiano, che brilla nell’occhio dell’aquila di Giove) possono entrare nel Poema (che è Davide, il Re cantore e cioè l’Arte), forse l’Anima avrebbe qualcosa di più da raccontarci, mentre ci trasporta nel suo mondo fatto di simboli.
Maria non crede in Dio. Lei SA che Dio esiste. A Davide non serve glorificare il suo ruolo di Re, e non si vergogna delle sue emozioni e del suo corpo, da grande Artista. Traiano rinuncia a partire e si ferma, ma non per umiltà, ma solo perché Giustizia sia fatta. Anche le altre immagini si comporteranno allo stesso modo, e saranno stravolte se vengono viste con gli occhi profondi dell’Anima.
E allora Voi vi chiederete… dove stanno i Superbi? Stanno visivamente nella prima Cornice e fra poco Dante li vedrà, ma la forza semantica della condanna scagliata contro i Superbi, se ne sta tutta nel 94, nelle infuocate parole di Pietro. Quando in paradiso scoppia l’inferno.

Dinanzi a li occhi miei le quattro face
stavano accese, e quella che pria venne
incominciò a farsi più vivace,                 12
e tal ne la sembianza sua divenne,
qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte
fossero augelli e cambiassersi penne.      15
quand’io udi’: «Se io mi trascoloro,
non ti maravigliar, ché, dicend’io,

vedrai trascolorar tutti costoro.                 21
Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio, che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio,            24
fatt’ha del cimitero mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde ’l perverso
che cadde di qua sù, là giù si placa».         27
(94)

Davanti ai miei occhi le quattro luci (i tre apostoli e Adamo) stavano accese, e quella che era giunta per prima (san Pietro) iniziò a farsi più rossa, diventando nel suo aspetto tale quale diverrebbe Giove, se lui e Marte fossero uccelli e si scambiassero le penne. «Se io cambio colore, non stupirti, dal momento che alle mie parole vedrai fare lo stesso a tutti questi beati. Colui (Bonifacio VIII) che usurpa il mio posto, il mio posto, il mio posto che è vacante pur nella presenza di Cristo, ha trasformato il mio cimitero (il Vaticano) in una fogna dove si raccolgono il sangue e la puzza; per cui il malvagio (Lucifero) che cadde da quassù, laggiù ne gode».

E come donna onesta che permane
di sé sicura, e per l’altrui fallanza,
pur ascoltando, timida si fane,         33
così Beatrice trasmutò sembianza;
e tale eclissi credo che ’n ciel fue,
quando patì la supprema possanza.  36
(94)

E come una donna onesta che resta sicura di sé e ascoltando le parole peccaminose di altri arrossisce, così Beatrice mutò aspetto; e credo che in cielo ci fu una tale eclissi, il giorno in cui morì Cristo. Il paradiso si infuoca di sdegno e di vergogna, e una tristezza dolorosa sostituisce il riso splendente dell’Universo, ed è tristezza simile a quella patita nel giorno della passione del Cristo. E tutti i Pontefici Superbi, che hanno devastato la Chiesa di Pietro, miseramente cadono abbattuti dall’impeto sdegnato e furibondo del Pontefice Primo.

«Non fu la sposa di Cristo allevata
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
per essere ad acquisto d’oro usata;          42
ma per acquisto d’esto viver lieto
e Sisto e Pio e Calisto e Urbano
sparser lo sangue dopo molto fleto.          45
Non fu nostra intenzion ch’a destra mano
d’i nostri successor parte sedesse,
parte da l’altra del popol cristiano;            48
né che le chiavi che mi fuor concesse,
divenisser signaculo in vessillo
che contra battezzati combattesse;             51
né ch’io fossi figura di sigillo
a privilegi venduti e mendaci,
ond’io sovente arrosso e disfavillo.            54
In vesta di pastor lupi rapaci
si veggion di qua sù per tutti i paschi:
o difesa di Dio, perché pur giaci?               57
e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
ancor giù tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel ch’io non ascondo».     66
(94)

«La sposa di Cristo (la Chiesa) non fu nutrita col sangue mio, di Lino, di Anacleto, per essere usata per arricchirsi, ma Sisto, Pio, Calisto e Urbano sparsero il loro sangue, dopo molto pianto, per guadagnare questa vita beata. La nostra intenzione non era che il popolo cristiano sedesse in parte alla destra, e in parte alla sinistra dei nostri successori; né che le chiavi che mi furono concesse diventassero simbolo su vessilli usati per combattere gente battezzata; né che la mia effigie comparisse sul sigillo di privilegi falsificati e venduti, cosa per cui io spesso arrossisco e fremo di sdegno. Da quassù si vedono per tutti i pascoli dei lupi famelici nelle vesti di pastori: o vendetta divina, perché tardi ad arrivare?

… e tu, figliolo, che tornerai sulla Terra col tuo corpo mortale, apri la bocca e non nascondere ciò che io non ti nascondo».

Chiamarla invettiva è davvero dir poco: qui in paradiso si depreca con incredibile violenza la superbia più devastante degli uomini, e cioè proprio di quelli che maggiormente avrebbero dovuto celebrare l’umiltà: i pontefici, i servi dei servi, coloro che hanno deturpato e usurpatoil luogo mio il luogo il luogo mio, per tre volte, come si trattasse della Trinità in persona, o forse proprio della Triade Creante, e, in questo caso, non hanno devastato solo il cimitero di Pietro, ma la totale manifestazione dell’intero Universo che, infatti,  ha soffocato all’istante il suo riso.

E lo sdegno, rabbioso e santo, di Pietro, e un paradiso che soffre come se Cristo fosse messo ancora in croce, sono veramente immagini che possono rendere smarriti i sensi!
E intanto nel canto 44 appaiono le anime dolenti dei superbi sulla via della salvezza, per i quali Dante non può far altro che provare tutta la sua compassione.

Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio
muovere a noi, non mi sembian persone,
e non so che, sì nel veder vaneggio».           114
Ed elli a me: «La grave condizione
di lor tormento a terra li rannicchia,
sì che ‘ miei occhi pria n’ebber tencione.        117
Ma guarda fiso là, e disviticchia
col viso quel che vien sotto a quei sassi:
già scorger puoi come ciascun si picchia».      120
(44)

Io iniziai: «Maestro, ciò che vedo muovere verso di noi non mi sembrano anime umane, e non so cosa sia, a tal punto che la mia vista vaneggia». E lui a me: «La grave condizione della loro pena li fa curvare a terra, così che anche il mio sguardo prima era incerto. Ma guarda attentamente in là, e con gli occhi separa ciò che sta sotto dai massi che stanno sopra: già puoi vedere come ciascuno di loro si batte il petto».
Ma pare proprio che queste anime abbiano ascoltato tutta intera l’invettiva di Pietro, e sono i primi a parlare ai due Poeti, come volessero parlare a tutti i superbi cristiani.

O superbi cristian, miseri lassi,
che, de la vista de la mente infermi,
fidanza avete ne’ retrosi passi,               123
non v’accorgete voi che noi siam vermi
nati a formar l’angelica farfalla,
che vola a la giustizia sanza schermi?    126
Di che l’animo vostro in alto galla,
poi siete quasi antomata in difetto,
sì come vermo in cui formazion falla?    129
Come per sostentar solaio o tetto,
per mensola talvolta una figura
si vede giugner le ginocchia al petto,      132
la qual fa del non ver vera rancura
nascere ‘n chi la vede; così fatti
vid’io color, quando puosi ben cura.        135
Vero è che più e meno eran contratti
secondo ch’avien più e meno a dosso;
e qual più pazienza avea ne li atti,
piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.  139
(44)

O superbi cristiani, poveri infelici con la mente ottenebrata (privi dello sguardo dell’Intelletto), che avete fiducia nei vostri passi rivolti all’indietro, non vi accorgete che noi siamo dei vermi, destinati a formare una farfalla angelica che vola senza intralci verso la giustizia divina? A che titolo il vostro animo insuperbisce, che poi invece siete simili ad insetti mal formati, proprio come un verme che non si è del tutto sviluppato? Come talvolta si vede una figura (cariatide) che unisce la ginocchia al petto, per sostenere un soffitto o un tetto a mo’ di mensola, la quale attraverso la finzione fa nascere un vero affanno a chi la vede, fatti così vidi io quei penitenti, quando li osservai attentamente. A dire il vero, erano più o meno curvati a seconda del macigno che avevano sulle spalle; e quello che nell’atteggiamento sembrava più paziente, pareva dire piangendo: ‘Non posso sopportare oltre’.

Cristiani superbi destinati a rimanere dei vermi, mentre noi saremo farfalle… pare proprio il giusto commento alle parole di Pietro. E pare proprio che il rollìo della nave non voglia fermarsi, e nemmeno le vertigini, perché dal bozzolo della Volta Stellata, ecco, Dante come un fulmine viene lanciato dentro l’invisibile ignoto infinito, ormai farfalla difficile da inseguire in questi 6 ultimi canti mercuriali, ed enigmatici, di tutto il Poema.

E la virtù che lo sguardo m’indulse,
del bel nido di Leda mi divelse,
e nel ciel velocissimo m’impulse.                99
Le parti sue vivissime ed eccelse
sì uniforme son, ch’i’ non so dire
qual Beatrice per loco mi scelse.                102
«La natura del mondo, che quieta
il mezzo e tutto l’altro intorno move,
quinci comincia come da sua meta;          108
e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina, in che s’accende
l’amor che ‘l volge e la virtù ch’ei piove.  111
Luce e amor d’un cerchio lui comprende,
sì come questo li altri; e quel precinto
colui che ‘l cinge solamente intende.         114
(94)

E la virtù che s’irradiò a me dal suo sguardo (di Beatrice) mi portò via dalla costellazione dei Gemelli, spingendomi nel Cielo più veloce (il Primo Mobile). Le sue parti luminosissime e altissime sono così uniformi, che io non saprei dire in quale di esse Beatrice mi fece penetrare. «La natura dell’Universo, che tiene la Terra al centro, immobile, e fa ruotare tutto il resto intorno, comincia da qui come suo principio e sua fine; e questo Cielo (il Primo Mobile) non ha nessun’altra collocazione se non la mente di Dio, in cui si accendono l’amore che lo fa ruotare e la virtù che esso esercita. La luce e l’amore divino lo circondano, proprio come questo Cielo circonda gli altri; e quell’involucro è compreso solamente da Colui che lo cinge (da Dio).

Eccoci nel Primo Mobile, dove tutte le leggi che tengono insieme l’Universo nascono, ma anche muoiono, perché interviene un altro sconosciuto Ordine.
Ora siamo veramente spiazzati, e non abbiamo strumenti per capire. Ma il Poeta nei canti seguenti avrà modo di aiutarci a comprendere. Ma accade un’altra cosa in questo pervasivo mal di mare… pare che Beatrice abbia sentito il discorso dei Superbi, e, in controcanto, ne amplifica il senso. E ancora il Paradiso si tinge di malinconia.

Oh cupidigia che i mortali affonde
sì sotto te, che nessuno ha podere
di trarre li occhi fuor de le tue onde!    123
Ben fiorisce ne li uomini il volere;
ma la pioggia continua converte
in bozzacchioni le sosine vere.              126
Fede e innocenza son reperte
solo ne’ parvoletti; poi ciascuna
pria fugge che le guance sian coperte.   129
Tale, balbuziendo ancor, digiuna,
che poi divora, con la lingua sciolta,
qualunque cibo per qualunque luna;      132
e tal, balbuziendo, ama e ascolta
la madre sua, che, con loquela intera,
disia poi di vederla sepolta.                    135
Così si fa la pelle bianca nera
nel primo aspetto de la bella figlia
di quel ch’apporta mane e lascia sera.     138
(94)

Oh, cupidigia che immergi i mortali sotto di te, al punto che nessuno riesce a spingere lo sguardo fuori dalle tue onde! La buona volontà fiorisce negli uomini, ma la continua pioggia trasforma le vere susine in frutti vuoti e guasti. Fede e innocenza si ritrovano solo nei fanciulli; poi esse fuggono via, prima che le guance siano coperte di pelo (prima della pubertà). Alcuni, quando ancora non sanno parlare, osservano i digiuni religiosi, poi, quando hanno la lingua sciolta (diventano adulti), divorano qualunque cibo in qualunque periodo dell’anno: altri, quando ancora non sanno parlare, amano e rispettano la propria madre, mentre quando diventano grandi desiderano vederla morta. Così la pelle bianca diventa scura al primo apparire dell’Aurora, figlia di Iperione, colui che porta il mattino e fa cessare la sera (gli uomini nascono buoni e poi si corrompono).

44-94 non è dialogo, piuttosto partita a tennis, di rimbalzo fra purgatorio e paradiso, e se la giocano Pietro, Beatrice e i Superbi, e la pallina è l’Umanità. Dai Pontefici usurpatori, agli uomini che restano vermi non volendo diventar farfalle e a tutti gli adulti che si fanno così facilmente corrompere dal mondo. Possiamo ben dirlo che ne usciamo bastonati!
E che nemmeno il Paradiso dimentica il nostro dramma, e il lago del cuore si riempie più di tristezza che di mistiche visioni. E anche la Speranza perde di vista la sua uscita di sicurezza.

Anche il Poeta si è dimenticato di noi?

Ma prima che gennaio tutto si sverni
per la centesma ch’è là giù negletta,
raggeran sì questi cerchi superni,      144
che la fortuna che tanto s’aspetta,
le poppe volgerà u’ son le prore,
sì che la classe correrà diretta;
e vero frutto verrà dopo ’l fiore».     148
(94)

Ma prima che gennaio esca del tutto dall’inverno (sta parlando Beatrice) per la centesima parte del giorno che è trascurata sulla Terra, queste ruote celesti irradieranno il mondo a tal punto che la Provvidenza, che è tanto attesa, volgerà le poppe dove ora sono le prue, cosicché la flotta tornerà sulla giusta rotta; e il fiore tornerà a produrre un vero frutto».
Ci consola la profezia di Beatrice, e ci stupisce l’Alighieri che già ben conosceva, da studioso del Cielo, l’assenza di un anno bisestile!

La centesima parte del giorno, che il calendario Giuliano non teneva in considerazione, consta di 14 minuti che, moltiplicati per 365, diventano 5 ore e 11 minuti, che saranno recuperati dal calendario Gregoriano il 15 ottobre 1598 quando fu istituito l’anno bisestile, cancellando 14 giorni. Quella che rimane oscura è la profezia di Beatrice, specialmente a noi che di astronomia ne sappiamo poco. Però, con questi riferimenti, e rimanendo privi della Riforma Gregoriana, gennaio sarebbe uscito dall’inverno, diventando quindi mese di equinozio primaverile, attorno al 2100, cioè nella precessione equinoziale dell’Acquario. E dunque si conferma la profezia del XXXIII del Purgatorio, relativa al cinquecento diece e cinque, quando le Naiadi, ninfe dell’acqua, risolveranno l’enigma forte senza danno di pecore e di biade. Profezia dell’Età dello Spirito. E allora, dentro le rote celesti del Poema, abbiamo collegato le poppe alle prue, guidati dai vertici delle punte di stella dove esplodono i canti sulla circonferenza: partendo dal Cristo Annunciato nel bassorilievo marmoreo del 44, abbiamo fatto rotta verso il 74 in cui si parla della sua crocefissione, e quindi virato al 12 in cui si trovano le rovine provocate dal terremoto causato dalla discesa del Cristo al Limbo.

Adamo invece ci ha portati ad Ulisse che ci ha condotti al Dante che entra nell’Eden: Umanità che si salva nonostante i suoi errori. La rotta segnata, che ci porterà il vero frutto dopo il fiore nelle parole profetiche della donna amata, è la Stella di Davide: la rotta della Sapienza.
La storia umana del Cristo incrocia la storia dell’Umanità e, comunque la pensiate, l’Alighieri ha veramente usato tutti i linguaggi per sottolinearlo bene. Forse, con questo ennesimo disegno nascosto, voleva solo spingerci almeno verso una riflessione, ma credo che lui sapesse in coscienza che ognuno sarà sempre libero di crearsene una privatissima e unica. Visto che vogliamo fare sempre da soli!
Però, questa salvezza profetica coincide col finale del 44, quando i Superbi piangono sotto i loro macigni e sembra che dicano… non posso più sopportareQuesta pena umana del vivere, forse, mandando in espansione il campo semantico. Forse una specie di… oggi non ce la facciamo più!

La Stella di Davide, che i nazisti hanno usato per marchiare gli Ebrei, viene usata dal Poeta per sigillare la giusta rotta di una Umanità che incrocia la Parabola del Cristo, e non ci sono altri modi per disegnarla dentro le celesti rote della Geometria Sacra. Su questo dovremmo riflettere.

Ma state attenti che si tratta di IMMAGINE e non di ICONA: varrebbe la pena di aprire lo sguardo dell’Anima.

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