DESIDERIO E NOSTALGIA

Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’han detto ai dolci amici addio… (42)

Se mai continga che ‘l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per molti anni macro
vinca la crudeltà che fuor mi serra… (92)   

NAVIGANTI, ESILIATI, PELLEGRINI

Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’han detto ai dolci amici addio;  3
e che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more;    6
quand’io incominciai a render vano
l’udire e a mirare una de l’alme
surta, che l’ascoltar chiedea con mano.         9
(42)

Era già l’ora che ridesta nei naviganti la nostalgia (della patria lontana), (ricordando) il giorno in cui hanno detto addio ai dolci amici, e in cui l’amore punge il cuore di chi è da poco in viaggio, se sente in lontananza il suono delle campane (compieta) che sembrano piangere la morte del giorno; quando io iniziai a non ascoltare più il canto, e a osservare una delle anime che si era alzata e che chiedeva ascolto pregando con le mani giunte.

Se mai continga che ‘l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per molti anni macro,           3
vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov’io dormi’ agnello,
nimico ai lupi che li danno guerra;                 6
con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta, e in sul fonte
del mio battesmo prenderò ‘l cappello;          9
(92)

Se mai avverrà che il poema sacro al quale hanno cooperato Cielo e Terra, e che mi ha consumato fisicamente per molti anni, vinca la crudeltà che mi bandisce dal bell’ovile (Firenze) in cui io dormii come agnello, nemico ai lupi che gli fanno guerra; con voce ben diversa e i capelli bianchi ritornerò lì come poeta, e cingerò le tempie con l’alloro poetico sul fonte del mio battesimo (nel battistero di S. Giovanni);

Speranza, nostalgia, desideri, gratitudine… sono i sentieri che incrociano tutte le nostre vite. 
Un colpo al cuore trovarli qui, condensati, nei due canti opposti 42-92, come una lunga carezza che ci raggiunge dallo spazio infinito.

Era già l’ora che volge il disio è forse uno dei versi più citati e più impressi nella nostra memoria: le ultime luci del sole che ci avvolgono nell’onda del ricordo, o del rimpianto, o del bilancio muto della nostra giornata. Ancor di più se siamo naviganti lontani, inteneriti dal pensiero dei luoghi e degli amici salutati con un addio! Oppure esiliati in straniera terra, quando si ascolta una campana lontana che sta piangendo il giorno che muore. (Non dimentichiamo che siamo entrati nel canto di San Giacomo, e di tutti quei pellegrini che abbandonano la casa per raggiungere il Campo delle Stelle, e della loro nostalgia, del dolore di non poter tornare, alimentando però una segreta speranza).

L’anima dell’Alighieri sta spandendo l’acqua di fuor del suo interno fonte nel modo sublime che gli appartiene. Ci sta confidando (e ci sta facendo complici) i suoi sentimenti nascosti, i suoi rimpianti repressi nel dolore silenzioso dell’esilio, il suo cuore stretto dalla nostalgia. E tutto questo si amplifica nell’incipit del 92: Se mai continga che ‘l poema sacro… endecasillabo che ci ospita dentro la vera speranza che il Poeta alimenta dentro di sé, immaginando, desiderando, sperando di poter tornare nella sua Firenze, e di vedere, da vivo, il trionfo del suo Poema.

Di essere incoronato Poeta nel suo bel Sangiovanni.
Seduti davanti a un tramonto, insieme a Lui, e pensando anche alle nostre stesse vite, alle speranze inevase, ai desideri falciati, agli amici perduti… verrebbe voglia di piangere sulla sua spalla.
E questo è solo l’inizio, immaginatevi il resto!

Ella giunse e levò ambo le palme,
ficcando li occhi verso l’oriente,
come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.   12
“Te lucis ante” sì devotamente
le uscìo di bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente;                  15
e l’altre poi dolcemente e devote
seguitar lei per tutto l’inno intero,
avendo li occhi a le superne rote.                18
(42)

Essa unì e sollevò entrambi i palmi, fissando l’oriente e sembrando dire a Dio: “Non mi importa di nient’altro”. Le uscì di bocca l’inno Te lucis ante con tanta devozione e con note così dolci, che assorbì tutta la mia attenzione; e anche le altre anime la seguirono con devozione e dolcezza per la durata intera dell’inno, fissando il cielo. 
Sta arrivando  l’anima di Nino Visconti (1275-1296, contemporaneo e amico dell’Alighieri, il suo nonno materno fu il Conte Ugolino della Gherardesca. Figlio di Giovanni Visconti Giudice di Gallura, sposò Beatrice d’Este, che, rimasta vedova, si unì in seconde nozze a Galeazzo I Visconti, Signore di Milano, lo zio paterno di Nino. Da lei ha avuto la figlia Giovanna), che con le mani giunte aveva pregato di essere ascoltato. Rivolto verso l’Oriente esclama “Non desidero nient’altro”, e intona il canto di Compieta, Te lucis ante.

Ascoltiamolo insieme:

Prima del termine della luce
Te preghiamo, Creatore di ogni cosa,
affinché la tua consueta misericordia
sia preposta alla nostra custodia.
Se ne vadano lontano i sogni
e i fantasmi della notte:
i nostri nemici
che ci opprimono il cuore.
Concedi al corpo la salute,
aiutaci Padre con la tua misericordia
per Cristo Signore che vive e regna con te
e con lo Spirito Santo
Amen.

Devono andare via i phantasmata della Notte, i nostri incubi, i pensieri ossessivi dei nostri mostri interiori, rancori, rabbia, inespressi e malvissuti dolori. Perché vi dico questo? Perché Nino, personaggio simile al Re Amleto senza saperlo, nonostante il suo canto, non riesce a dimenticare nulla.

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
chè ‘l velo è ora ben tanto sottile,
certo che ‘l trapassar dentro è leggero. 21
(42)

Su che cosa dobbiamo concentrare la nostra attenzione? Su tutto il resto del canto? O soltanto sull’episodio degli Angeli, verdi come la speranza, che scendono dal grembo di Maria per uccidere il Serpente Edenico che striscia durante le notti del purgatorio?
“Io vidi quella nobile schiera di anime, dopo, guardare verso l’alto come in attesa, pallide e umili; e vidi scendere giù dal cielo due angeli con spade fiammeggianti, tronche e prive di punte. Indossavano vesti verdi come foglie appena nate, che venivano mosse dal vento delle loro ali, anch’esse verdi. Uno si sistemò sopra di noi e l’altro scese dalla parte opposta, così che le anime si raccolsero al centro. Io vedevo bene i loro capelli biondi, ma il mio sguardo si smarriva nel loro volto, come quando la potenza visiva è sopraffatta da qualcosa di troppo superiore. Sordello disse: «Entrambi vengono dal grembo di Maria, a custodire la valle dal serpente che arriverà tra poco». Allora io, che non sapevo da che parte sarebbe giunto, mi guardai intorno e mi strinsi alla mia guida fidata, tutto raggelato”.

Dopo questa visione, i Poeti scendono nella valletta, e immediatamente Nino si avvicina a Dante.

Temp’era già che l’aere s’annerava,
ma non sì che tra li occhi suoi e ‘miei
non dichiarisse ciò che pria serrava.      51
Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:
giudice Nin gentil, quanto mi piacque
quando ti vidi non esser tra ‘rei!           54
Nullo bel salutar tra noi si tacque;
poi dimandò: «Quant’è che tu venisti
a piè del monte per le lontane acque?».   57
(42)

Ormai l’aria si faceva scura, ma non al punto che tra il nostro reciproco sguardo non diventasse manifesto ciò che prima era celato (ci riconoscessimo). Egli mi si fece incontro e io mi avvicinai: o nobile giudice Nino (Visconti), quanto fui lieto di vedere che non eri tra i dannati! Ci salutammo con grande cortesia, poi lui chiese: «Da quanto sei giunto ai piedi del monte attraverso le acque lontane?»

Giudice Nin gentil… anch’egli governatore della Gallura per conto della Repubblica pisana, morto a 31 anni: si ritrova un amico lontano che, nonostante affermi di non aver bisogno di nulla, spinge il suo ricordo dolorosamente sdegnato verso la sua vedova Beatrice, e riponendo speranza nelle preghiere di sua figlia Giovanna.

Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado
che tu dei a colui che sì nasconde
lo suo primo perché, che non lì è guado,     69
quando sarai di là da le larghe onde,
dì a Giovanna mia che per me chiami
là dove a li ‘nnocenti si risponde.                72
Non credo che la sua madre più m’ami,
poscia che trasmutò le bianche bende,
le quai convien che, misera!, ancor brami. 75
Per lei assai di lieve si comprende
quanto in femmina foco d’amor dura,
se l’occhio o ‘l tatto spesso non l’accende. 78
Non le farà sì bella sepultura
la vipera che Melanesi accampa,
com’avria fatto il gallo di Gallura».           81
Così dicea, segnato de la stampa,
nel suo aspetto, di quel dritto zelo
che misuratamente in core avvampa.        84
(42)

Poi, rivolto a me, disse: «In nome di quella particolare gratitudine che tu devi a Dio, che ci nasconde la ragione prima del suo operare e non ci permette di conoscerla, quando sarai tornato sulla Terra, di’ a mia figlia Giovanna che preghi per me là (in Cielo) dove si risponde agli innocenti. Non credo che sua madre mi ami più, da quando ha cambiato le bianche bende del lutto e che, poveretta!, dovrà rimpiangere. Con il suo esempio si capisce facilmente quanto poco duri il fuoco d’amore in una donna, se la vista o il tatto non lo ridesta spesso. La vipera che costituisce lo stemma dei Milanesi non ornerà il suo sepolcro così bene, come avrebbe fatto il gallo di Gallura». Diceva così, con un’espressione che mostrava quel giusto sdegno che gli ardeva con misura nel cuore. 

E’ questo il velo tanto sottile da poter sollevare con leggerezza? Questo svelarci che siamo tanto bravi a incarcerare continuamente il cuore dentro le miserie umane?
Arriva la vipera nella valletta, strisciando minacciosa sulla terra delle nostre ossessioni, del misurato sdegno, del nostro orgoglio, pronta a morderci con i canini dei nostri fantasmi, ma gli Angeli la mettono in fuga, reiterando una scena che si perpetua ogni notte sul monte. 

Da quella parte onde non ha riparo
la picciola vallea, era una biscia,
forse qual diede ad Eva il cibo amaro.         99
Tra l’erba e ‘ fior venìa la mala striscia,
volgendo ad ora ad or la testa, e ‘l dosso
leccando come bestia che si liscia.                102
Io non vidi, e però dicer non posso,
come mosser li astor celestiali;
ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.            105
Sentendo fender l’aere a le verdi ali,
fuggì ‘l serpente, e li angeli dier volta,
suso a le poste rivolando iguali.                   108
(42)

Da quella parte da dove la valletta non ha difesa, c’era una biscia del tutto simile, forse, a quella che diede ad Eva il frutto proibito. Il malefico serpente strisciava tra l’erba e i fiori, volgendo indietro talvolta la testa e leccandosi il dorso come una bestia quando si liscia la pelle o il pelo. Io non vidi, quindi non posso riferire, come gli sparvieri celesti si mossero; ma vidi con chiarezza che entrambi si erano mossi. Sentendo che le verdi ali fendevano l’aria, il serpente fuggì e gli angeli se ne andarono, volando insieme alle loro sedi. Consolatorio pensare che, per intervento divino, siano messi in fuga i fantasmi della notte (e quante notti ha trascorso l’Alighieri in preda a questi spettri?). I torrentelli lividi che scorrono nelle nostre vene, corrodendoci la carne e l’anima, come accade a Nino Visconti, come è accaduto allo stesso Dante, tutti convogliano nel grande lago della Speranza, nel canto di Giacomo. Solo che questo canto 92 ci racconta tutta un’altra storia.

Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. (Mt. 4, 12-25)

Giacomo, Giacobbe, Iacopo, Iago… comunque lo si chiami, questo apostolo è la strada che unisce Gerusalemme all’Atlantico, e che per l’Europa si dirama biforcando sentieri dall’Inghilterra ai Paesi Bassi alla Germania alla Francia alle Alpi fino a Firenze a Roma e al Gargano… Se Pietro costruisce, Giacomo cammina.
Se chiudiamo gli occhi e viaggiamo fino alla Firenze della fine del Duecento, potremmo vederli i Pellegrini entrare nelle taverne e chiedere sosta ed asilo e pane in cambio di lunghi e magici racconti, e potremmo anche percepire quanto e come i fiorentini vibrassero alle trame di quelle narrazioni. Anche Dante, e non ci è difficile immaginarlo. Eroi di un’incredibile avventura che durava anni interi per coloro che sceglievano l’intero percorso, eleggevano la strada come loro dimora e cucivano terre lingue e popoli diventando il libro vivente del mondo di allora, chiamateli reporter  o giornalisti o documentaristi: erano attesi e interrogati e ascoltati perché sui loro piedi camminavano notizie ed esperienze. Oggi ancora se ne vede qualcuno sulla Francigena da Siena a Roma camminare sul ciglio di una statale rombante e trafficata… camminare dentro assordanti silenzi.

… e la mia donna, piena di letizia,
mi disse: «Mira, mira: ecco il barone
per cui là giù si vicita Galizia».    18
(92)

SPERANZA: Alla domanda di Giacomo, Dante così risponde

Come discente ch’a dottor seconda
pronto e libente in quel ch’elli è esperto,
perché la sua bontà si disasconda,                66
«Spene», diss’io, «è uno attender certo
de la gloria futura, il qual produce
grazia divina e precedente merto.                69
Da molte stelle mi vien questa luce;
ma quei la distillò nel mio cor pria
che fu sommo cantor del sommo duce.       72
(92)

Come un allievo che risponde al maestro con prontezza e buona volontà in ciò in cui è esperto, per manifestare la sua conoscenza, io dissi: «La speranza è l’attesa sicura della futura beatitudine, la quale è prodotta dalla grazia divina e dai meriti acquisiti. Questa luce (virtù) mi viene da molte stelle (fonti); ma colui che per primo la fece entrare nel mio cuore fu il supremo cantore di Dio (David, autore dei Salmi).

La speranza è l’attesa certa della futura gloria (dell’eterno premio della beatitudine) e questa certezza dell’attesa  è generata dalla grazia divina e dai meriti acquisiti in vita. In apertis verbis la formulazione della risposta è teologicamente perfetta. L’endecasillabo che segue, e che guarda caso parla di stelle, introduce i due grandi Maestri della Speranza: uno è Davide e l’altro è lo stesso Giacomo con riferimento alla sua unica Epistola inserita negli Atti degli Apostoli. Ai tempi di Dante era attribuita al Giacomo Maggiore di Compostela; successivamente, pur non avendone piena certezza, fu attribuita a Giacomo Minore vescovo di Gerusalemme. Quali siano le altre stelle che hanno insegnato a Dante la Speranza non è dato a sapere… forse pensava a i suoi cieli nascosti? L’ipotesi è azzardata e qui la accenno e qui la nego. Ma tenterò di interrogarli per averne qualche notizia.

  1. Pietro e Andrea, fratelli, vengono chiamati dal Cristo mentre erano intenti a pescare. Matteo scrive che così Gesù disse: Vi farò pescatori di uomini. Pietro e Andrea abbandonarono le reti e lo seguirono. Giacomo e Giovanni, fratelli, erano intenti a rammendare le reti col loro padre. Il Cristo li chiama e non aggiunge nulla. Loro abbandonano reti e padre, e lo seguono.
  • I due episodi raccontano la stessa cosa, ma sono diversi. A Pietro e Andrea viene fatta una promessa, a Giacomo e Giovanni non viene promesso nulla. I primi abbandonano solo le reti. I secondi anche il padre. I primi stavano pescando, i secondi riparavano i loro strumenti di lavoro.
  • Se è giusta la regola che mi sono data, e cioè che in occulto lapide (pietra nascosta come mappa siderale, v. STELLE SEGRETE E QUIETE) Dante ci parla del nostro umanamente essere uomini, dovremmo fare lo sforzo di penetrare a fondo il gesto del pescatore che riannoda le sue reti stracciate. In quel momento non può pescare, e forse era proprio il momento giusto visto che Pietro e Andrea stavano pescando. Quel giorno forse non avrà nulla da vendere, o, ancora peggio, nulla da mangiare. In un momento così si comincia a sperare. Il filo dell’ago che entra ed esce dalla trama della rete disegna il filo dei pensieri che sperano che sia fatto un buon lavoro, che sperano che il giorno dopo il tempo sia ancora clemente… così si spera, e così si desidera che accada.
  • Da molte stelle mi vien questa luce, scrive Dante… De sideribus multis, in latino… DESIDERIbus multis… la radice etimologica del vocabolo desiderare sta scritta nelle stelle. Non dimentichiamo che proprio all’inizio del Canto delle Stelle lui ci confida il desiderio, il sogno, la speranza di poter tornare nella sua Firenze per merito acquisito dal suo Poema che m’ha fatto per molti anni macro (92, 3).
  • Macro nel senso di magro e consunto, o macro, alla greca, nel senso di grande e cresciuto? Con Dante non si può mai sapere: gli basta una consonante per spalancarci un labirinto. Ciò che sappiamo è che pur alla presenza dell’infinita schiera dei Beati, pur con la sua Beatrice al fianco… lui continua a sperare della speranza umanamente umana: di una speranza cieca, quella che ci fu donata da Prometeo per alleviarci il peso dell’esistere, quella che, come dice Marco Aurelio Imperatore, ci fa sollevare dal letto al mattino per andare nel mondo a fare il mestiere di uomini. Come sono dolorosamente avverse attesa certa e speranza cieca!
  • Giochiamo ancora con le consonanti: Beatrice definisce spere le orbite dei cieli (100, 20): dalle stelle arriva la speranza? E Dante chiama la speranza spene (92, 67): un latinista come lui avrebbe scritto speme, dall’ accusativo spem. Ma ci avrebbe tolto il piacere di poter vedere in due sillabe, e racchiuse insieme, la natura, l’origine e la finalità della speranza in sé, della sua quidditas avrebbero detto gli Scolastici: la madre di tutte le speranze è il sogno di vivere s-penati, in totale assenza di pene e di dolori. Ne conoscete una migliore di implorazione, di preghiera da dedicare alla Speranza?
  • Padre, allontana da me questo calice amaro… salvami dalla pena: il Cristo del Getsenami che si affida al filo esile e forte della speranza cieca, a che serve sapere se in quel momento fosse solo Uomo o solo Dio o le cose insieme? Tutti noi implorando un segmento solo di quel filo… tutti noi diventiamo divinamente umani.
  • Giacomo abbandona il filo delle sue reti per sceglierne un altro: così, alla cieca, senza promesse, senza sapere nulla, senza chiedere nulla, d’altro non calme: la chiamata del Cristo, forse, lo salverà dal Dolore. Che luminosa e illuminante professione di speranza. La pietra angolare del Poema, l’occulta lapide, a Giacomo consegna la chiave del Cielo delle Stelle.
  • Non dimentichiamo che Giacomo è la seconda mappa siderale, pietra angolare del Poema che si chiama LIBERTÀ e SPERANZA. Come Pietro, sul quale viene edificato tutto il Poema, è la prima pietra che si chiama PACE e FEDE. E a San Giovanni spetta il Paradiso, terza pietra angolare: AMORE e CARITÀ.

Nel nostro immaginario abituale, la libertà ha le ali ai piedi ed è leggera e si alza in volo: e allora perché questa pietra, questo immane macigno di granito???

Da quale peso dobbiamo essere schiacciati per diventare liberi?
Questo segreto è dentro il cuore di Giacomo, dentro il suo Graal.
Dentro la trama del racconto che lo narra, e dentro i Simboli che lo significano.

La libertà non è una costellazione di gesti o di scelte: è qualcosa che avviene in pochi attimi nell’intero arco di una vita, e, se accade, è per sempre: dalla libertà non si può mai tornare indietro , tutt’al più se ne diventa martiri (nel senso greco di testimoni), come Catone e come Giacomo. Non si accede alla libertà attraverso ragione, anzi, al contrario, una ragionevolezza estrema e caparbia impedisce del tutto l’aprirsi delle porte verso la libertà. Il primo millimetrico passo che si compie verso la libertà è inevitabilmente destinato a misurarsi in lotta dura e strenua contro una montagna di granito. Il primo passo che Giacomo compie alla chiamata del Cristo, contiene, dentro l’invisibilità dell’attimo, tutto il percorso che ciascuno di noi, umanamente umani, compie per interi decenni nell’arco di una vita camminando con scarpe di ferro, e non è detto che ciascuno di noi a un certo punto decida di porre fine a questa lenta agonia affidandosi alla libertà: perché, se la libera volontà è un innato dono, la libertà va duramente pagata.

Nel leggero e breve passo di Giacomo abitano e latrano i grandi mostri della rinuncia, del distacco totale, dell’abbandono, del disconoscimento di sé (mai più farò il pescatore), dell’esilio, della perdita e del disconoscimento del vero che ci sostiene e che ci significa (il padre, la casa, il mestiere, gli amici e i luoghi d’appartenenza…) e il risultato che inevitabile ne consegue: l’anima schiacciata al pavimento dal peso della colpa, perché non è per nulla logico, giusto, convenzionalmente normale ciò che si sta compiendo… soprattutto se si compie con l’aggravante di una totale assenza di promesse.

E, dopo la colpa, l’esiliante e dura questua del perdono: chi potrebbe perdonare colui che abbandona… seminando dietro di sé dolore e smarrimento?
Così si paga la libertà.

Il cuore di Giacomo è già invaso da Pace, quando il Cristo lo chiama. Lui ripara le reti lacerate, ad litteram, lui già conosce il potere della Pace e della Pietà e può perdonare e perdonarsi (riparare) il vuoto (la lacerazione) della colpa.
I suoi passi vanno leggeri e senza pietre sul cuore verso la libertà perché sorretti e sospinti dalla Speranza Cieca che indica davanti a lui la libertà di sperare la liberazione dal dolore, sperare d’essere s-penati. Da VIVI.
E tutto questo, lo sapete bene, non è ortodosso nemmeno in una vocale sola.

E non perché la Teologia della Chiesa Romana, ai tempi di Dante e in tutti i tempi, abbia sempre negato e neghi l’esistenza di un paradiso in terra. Questo sarebbe il punto più irrilevante della questione. Ma perché la Libertà di Sognare… siamo noi stessi che ce la strappiamo dal cuore, anche perché ci hanno insegnato bene che è doveroso e giusto strapparcela dal cuore.
Non è contemplata in nessuna carta costituzionale, e non è nemmeno titolo di una facoltà universitaria, è abrogata da tutti i libri di scuola ed è cassata da tutte le nostre conversazioni, ma, quello che è peggio, è ben regolata da leggi legali che ai sogni chiudono e sbarrano frontiere (letterali e allegoriche), e da leggi criminali che permettono naufragi e morti di quegli stessi sogni (allegorici e letterali).

Impedire agli uomini di Sognare il Bene è come impedire a un fiume di correre verso il mare, eppure solo il sospettare che si possa nutrirlo, questo sogno, è già una colpa. 

La Libertà di Sognare, per chi la conquista, è data per sempre e le si vive accanto in ogni secondo: per questo è abrogata da tutti  i catechismi del mondo. Possiede regole ferree e ardite questa libertà: se un pensiero del male ti corrode il cervello, devi strapparlo dalla tua mente; se una lama del male ti penetra il corpo, devi sradicarla da te a costo di strappare anche la tua carne; se il Dolore marcia contro di te armato di mille eserciti, devi separartene innalzando davanti a te il titano granitico della pietra angolare. Solo così si diventa il veltro di noi stessi.

Per tutta la vita Dante l’ha lavorata e scolpita, la pietra scartata, col preciso intento di mettere argine all’inondazione del Dolore, e mai, nemmeno per un secondo, mai si è separato dalla Libertà di Sognare, perché un singolo gesto che puoi agire là dove il sentiero si biforca, sia che tu vada ad est sia che tu vada ad ovest, finirà sempre con l’essere l’eterna perpetuazione della biforcazione, ma permettersi il lusso di Sognare sempre la propria Speranza, per sempre ti preserverà dal dolore della dualità (lo ricordate il 2 pitagorico: il dolore della biforcazione, della separazione, della perdita, il 2 orfano e pellegrino e smarrito?) e ti consegnerà al perdono: alla riparazione di tutte le tue lacerazioni.

Voglio spingermi con maggior risolutezza oltre la frontiera di tutte le ortodossie: la Libertà di Sognare il Bene (per TUTTI e per TUTTO ovviamente) è già per se stessa Assoluzione Totale.

Dante amava l’Epistola di Giacomo perché è la Carta Costituzionale della Libertà di Sognare e di Desiderare il Bene, e conosco anche il punto in cui per più fiate li occhi sospinse nella sua lettura… … questa è la religiosità pura e senza macchia davanti a Dio Padre: visitare gli orfani e le vedove nella loro afflizione, custodire se stesso immune dal contagio del mondo.
(Lettera di Giacomo, 1, 27)

Traduciamo: non smettere mai di esercitare la pietà verso coloro che soffrono la disperazione del lutto della perdita della separazione della biforcazione… e devi diventare pietra granitica di non-afflizione (per te e per gli altri)  perché  TI sia scudo e fortezza di immunità contro il contagioso oltraggio dei lupi. Regole ardite e ferree di Libertà. Ecco perché non è un intervento divino che ci libera dalle nostre vipere: siamo noi stessi che dobbiamo innalzare un macigno che ci separi dal nostro dolore. Virgilio lo incorona Uomo Libero: a pochi passi dall’Albedo (e dopo il terrore del passaggio del muro di fuoco che il Poeta riesce a vincere solo pensando che dall’altra parte lo attende Beatrice) si riconosce in Dante l’avvenuta conquista di questa Libertà, sotterranea e ctonia, criptata nella pietra angolare, e che biforca la scelta solo in due direzioni: o tu ti fai fare a pezzi dai lupi, o tu decidi di fare a pezzi te stesso: nel primo caso di te non resterà un granello di polvere, nel secondo caso rinascerai rifatto sì come piante novelle rinovellate di novella fronda.

Miliardi incalcolabili di passi pellegrini hanno coperto le strade aperte e cucite da Giacomo: in ciascuno di quei passi è scritta la fitta trama del farsi a pezzi: il racconto dell’abbandono (si faceva testamento prima di partire, perché il ritorno non era dato), del peso della colpa, della questua del perdono, della speranza di essere s-penati, dell’affidamento cieco e senza promesse fra le braccia della Libertà di Sognare la sconfitta del Dolore. Da VIVI. E questa libertà va pagata camminando su un cammino che non è un tappeto di fiori.

Ma ognuno di quei passi contiene questi sogni, brilla di queste stelle, esprime questi desideri: Giacomo cammina leggero verso il Cristo, nemmeno si volta indietro, e le sue mani sono già piene di tutte le stelle dell’Universo.

Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
ne la pistola poi; sì ch’io son pieno,
e in altrui vostra pioggia repluo».              78
Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno
di quello incendio tremolava un lampo
sùbito e spesso a guisa di baleno.              81
Indi spirò: «L’amore ond’io avvampo
ancor ver’ la virtù che mi seguette
infin la palma e a l’uscir del campo,          84
vuol ch’io respiri a te che ti dilette
di lei; ed emmi a grato che tu diche
quello che la speranza ti ‘mpromette».      87
(92)

Insieme a David anche tu mi infondesti la speranza con la tua Epistola, cosicché sono ripieno di questa virtù e posso diffonderla anche sugli altri». Mentre io dicevo questo, nella viva profondità di quella luce tremava un lampo intenso e frequente, come un balenìo di luce. Poi mi disse: «L’amore che io provo ancora per la speranza che mi seguì fino al martirio e al Campo delle Stelle (la mia morte), vuole che io mi rivolga a te che di essa sei ripieno; e mi è gradito che tu dica ciò che la speranza ti promette».

E io: «Le nove e le scritture antiche
pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.     90
Dice Isaia che ciascuna vestita
ne la sua terra fia di doppia vesta:
e la sua terra è questa dolce vita;              93
e ‘l tuo fratello assai vie più digesta,
là dove tratta de le bianche stole,
questa revelazion ci manifesta».                 96
(92)

E io: «L’Antico e il Nuovo Testamento indicano il termine, ed esso mi indica il fine, delle anime che hanno raggiunto la beatitudine. Isaia dice che ciascuna di esse indosserà una doppia veste (l’anima e il corpo) nella sua terra, e la sua terra è questa vita beata in Paradiso; e tuo fratello (san Giovanni Evangelista) ci rende manifesta questa rivelazione in modo ancor più chiaro, là (nell’Apocalisse) dove tratta delle stole bianche (i corpi uniti alle anime)».

Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
pur là dove le stelle son più tarde,
sì come rota più presso a lo stelo.                   87
E ‘l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
E io a lui: «A quelle tre facelle
di che ‘l polo di qua tutto quanto arde».        90
Ond’elli a me: «Le quattro chiare stelle
che vedevi staman, son di là basse,
e queste son salite ov’eran quelle».                93
(42)

I miei occhi avidi andavano continuamente al cielo, là dove le stelle ruotano più lente (al polo), come fa una ruota più vicino al suo asse. E il mio maestro: «Figliolo, cosa guardi lassù?» E io: «Quelle tre stelle che illuminano col loro splendore tutto il cielo australe». Allora mi disse: «Le quattro stelle splendenti che vedevi stamattina (Croce del Sud) sono calate dietro il monte, e queste sono sorte al loro posto».

Se lo sono chiesto in molti, il perché di questo brevissimo episodio distrattamente collocato nel 42: narrazione che non serve per nulla al canto, quasi una sospensione vana dentro la traccia del testo. Ma sono versi che vanno ad incrociarsi, quasi in modo parallelo, con i precedenti endecasillabi della doppia vesta e delle bianche stole, del canto 92.
Ogni anima, dopo la fine dei tempi, vivrà in doppia vesta in paradiso, in Materia e Spirito. Ma tutte le cose vive possiedono doppia dimensione, e soprattutto un’Opera d’Artista che vive dentro il materico pesante della sua Forma, ma che attorno a sé irradia l’inenarrabile invisibile della sua spiritualità. E se non fosse così, mai ci saremmo incantati davanti a Piero o a Leonardo o a Michelangelo!

Poesia è Forma del Poema, Geometria Sacra è il suo Spirito Immobile e Quieto, il disegno quadridimensionale del 3 e del 4 (tre e quattro stelle), bene occultato sotto il testo, ma che da sempre ci ha sfiorati e incantati, senza riuscire mai a riconoscere appieno la perfezione dell’Opera, nonostante ci fosse la sua piena percezione.

Ve l’avevo detto che anche a Giacomo, Dante racconta il suo segreto. Tra l’altro ben esplicitato nell’incipit: la vera Speranza è il mio Poema, e di poter tornare a Firenze grazie a lui! E così lo vedremo orbitare nel canto 100, sì come rota ch’igualmente è mossa, là dove è sempre stato, dal punto zero del Mondo, fisso nel Mistero dell’Abisso, ma necessariamente eterna volontà dell’Amor che move il sol e l’altre stelle.

I due canti terminano con l’arrivo in scena di due personaggi, colpo di teatro sincronico: Corrado Malaspina nel 42, e San Giovanni Evangelista, fratello di Giacomo, nel 92.

Fui chiamato Currado Malaspina;
non son l’antico, ma di lui discesi;
a’ miei portai l’amor che qui raffina».  120
(42)

Fui chiamato Corrado Malaspina: non il Vecchio, anche se sono un suo discendente; amai i miei familiari con un amore eccessivo, che qui si purifica».

«Questi è colui che giacque sopra ‘l petto
del nostro pellicano, e questi fue
di su la croce al grande officio eletto».   114
(92)

«Costui è quello (san Giovanni) che mise la testa sul petto di Cristo, e fu scelto dalla croce all’alto compito (di sostituire Gesù come figlio di Maria)».

Ce le immaginiamo veramente opposte queste due persone, e anche inconciliabili tra di loro, ma nella mente dell’Alighieri tutte e due sono legate da un filo saldo e persistente che ora sveleremo.
Corrado chiede notizie della sua Lunigiana poiché io fui là un uomo potente.

«Oh!», diss’io lui, «per li vostri paesi
già mai non fui; ma dove si dimora
per tutta Europa ch’ei non sien palesi?     123
(42)

Io risposi: «Oh! non sono mai stato nelle vostre terre, ma dove si può andare in tutta Europa senza che esse siano note?Occorre attendere l’esilio per trovare l’Alighieri in Lunigiana, ospite di Moroello Malaspina del ramo dei Giovagallo. Nascerà una sincera amicizia, profetizzata da Corrado, che è anche testimoniata da una Canzone, accompagnata da una lettera, dedicata a Moroello.

La Canzone CXVI, che confessa un amore intenso e impossibile, ma che termina con questi versi trasparenti:

O montanina mia canzon, tu vai:
forse vedrai Fiorenza, la mia terra,
che fuor di sé mi serra,
vota d’amore e nuda di pietate;         80
se dentro v’entri, va dicendo: “Omai
non vi può far lo mio fattor più guerra:
là ond’io vegno una catena il serra
tal, che se piega vostra crudeltate,
non ha di ritornar qui libertate”.

Non si trattava di una donna, ma della stessa Firenze, lontana, oltre le montagne, che intralciano la crudeltà dei fiorentini, ma anche la libertà di tornare a Firenze.
La gratitudine riservata al Signore, accompagnata dai dolorosi versi dell’esilio, della speranza, del tormento, del desiderio, della nostalgia. E che fanno da risonanza segreta all’incipit dei due canti.
Anche a Giovanni, il Poeta donerà una canzone, secretata nel canto 93, e che leggeremo nel prossimo capitolo: il suo Testamento Spirituale, colmo di gratitudine per l’amatissimo Evangelista, ma soprattutto carico d’Amore e di Speranza per tutta l’Umanità.

Maria Castronovo
Sito: https://www.mariacastronovo.it/

LIBRI di Maria Castronovo anche gratuiti: 
https://www.visionealchemica.com/i-libri-di-maria-castronovo-disponibili-gratuitamente/
Pagina FB:
https://www.facebook.com/maria.castronovo2?fref=ts
https://www.facebook.com/IDisegniSegretiDiDante