LA COMMEDIA DEGLI EQUIVOCI

Non per far, ma per non fare ho perduto
a veder l’alto Sol che tu disiri
e che fu tardi per me conosciuto. (41) 
… ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa».
Ond’io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
che nel suo conio nulla mi s’inforsa». 
… e come stella in cielo in me scintilla… (91)     


FEDE E NEGLIGENZA

Anche i Poeti si fermano, sta arrivando la sera, il buio della notte non permette di camminare in purgatorio. E Sordello accompagna i Pellegrini nella Valletta Fiorita, dove potranno riposare.


Oro e argento fine, cocco e biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,   75
da l’erba e da li fior, dentr’a quel seno
posti, ciascun saria di color vinto,
come dal suo maggiore è vinto il meno.  78
Non avea pur natura ivi dipinto,
ma di soavità di mille odori
vi facea uno incognito e indistinto.         81
“Salve, Regina” in sul verde e ‘n su’ fiori
quindi seder cantando anime vidi,
che per la valle non parean di fuori.      84
(41)


L’oro e l’argento fine, il carminio e il bianco di zinco, l’indaco (azzurro) e il legno lucido e levigato, lo smeraldo vivido come quando si spezza, tutti questi colori, posti dentro quella valletta, sarebbero vinti dall’erba e dai fiori, come il minore è vinto dal maggiore. La natura lì non aveva solo dipinto, ma mescolava fra loro mille profumi soavi che formavano un odore impossibile da definire. Da lì vidi delle anime che sedevano sull’erba e sui fiori, che cantavano a una voce “Salve, Regina” e che dall’esterno della valle non erano visibili.

Siamo nell’Antipurgatorio, ma anche qui non si negano i profumi i colori, la policromia infinita dell’Opera intermedia fra Nigredo e Albedo. Si percepisce anche la dolcezza dell’ora del tramonto. E il canto del “Salve Regina”, come fosse eco profonda e intensa del canto innalzato dai Beati del Paradiso nel canto 90, che abbiamo da poco abbandonato. La preghiera della Liturgia della Sera, del Vespro prima del tramonto.


MATER-IA che si accende di Bellezza, invocata dagli esuli figli di Eva.

… e quelle anime liete
si fero spere sopra fissi poli,
fiammando, a volte, a guisa di comete. 12
E come cerchi in tempra d’oriuoli
si giran sì, che ‘l primo a chi pon mente
quieto pare, e l’ultimo che voli;          15
così quelle carole, differente-
mente danzando, de la sua ricchezza
mi facieno stimar, veloci e lente.         18
(91)

… e quelle anime gioiose formarono dei cerchi con i centri fissi e ruotarono fiammeggiando, simili a comete. E come i cerchi dentati degli orologi ruotano in modo tale che il primo sembra fermo, mentre l’ultimo è velocissimo, così quelle ruote che danzavano in tondo, con velocità diverse, mi permettevano di valutare la loro maggiore o minore beatitudine.

E invece, in paradiso, i fiori diventano sfere di luce che come stelle comete a intensità diversa (e policroma) splendono danzando.

Se solo con questi brevi versi siete già entrati nel caleidoscopio, allora siete sulla strada giusta.

Ma il vero ponte che unisce i due canti opposti è la FEDE, argomento d’esame sul quale Dante sarà interrogato da san Pietro.


Poscia che l’accoglienze oneste e liete
furo iterate tre e quattro volte,
Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».  3
«Anzi che a questo monte fosser volte
l’anime degne di salire a Dio,
fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.             6
Io son Virgilio; e per null’altro rio
lo ciel perdei che per non aver fé».
Così rispuose allora il duca mio.                 9
Qual è colui che cosa innanzi sé
sùbita vede ond’e’ si maraviglia,
che crede e non, dicendo «Ella è… non è…», 12
tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
e umilmente ritornò ver’ lui,
e abbracciòl là ‘ve ‘l minor s’appiglia.         15
(41)


Dopo che furono le felicitazioni ripetute tre e quattro volte, Sordello si tirò indietro e disse: «Voi chi siete?»

«Prima che le anime degne di salire a Dio fossero indirizzate a questo monte (prima che la Chiesa Romana istituisse ufficialmente il purgatorio con il Concilio di Lione nel 1274 n.d.r.), le mie ossa furono sepolte per ordine di Ottaviano. Io sono Virgilio e ho perso la salvezza per nessun’altra colpa se non quella di non aver avuto fede». Così gli rispose il mio maestro. Come colui che vede d’improvviso davanti a sé una cosa che suscita la sua meraviglia, per cui crede e non crede, dicendo tra sé «è vero… non è vero…», così mi sembrò Sordello; poi abbassò gli occhi e con umiltà tornò verso Virgilio, abbracciandolo là (alle ginocchia) dove suole farlo chi è inferiore.

Virgilio sottolinea il suo destino al Limbo, per non aver avuto fede nel Cristo. Nel canto terzo del Purgatorio, parlando con Dante, china la testa con malinconia pensando alla sua eternità orfana della visione del divino; nei canti 55 e 56 del Purgatorio, parlerà con Stazio, il poeta che lo ringrazierà per averlo condotto con la sua Poesia verso la Fede; nel 41, sempre in Purgatorio, parlando con Sordello, confesserà l’assenza della sua fede in Cristo. Solo conversando con i Poeti, Virgilio accenna con un velo di tristezza alla sua fede mutilata a al suo destino limbico. Se non vogliamo credere alla casuali coincidenze, molto difficile con l’Alighieri, dobbiamo dedurre che FEDE e POESIA siano fortemente collegate nel pensiero del Sommo.

Sordello  è morto nel 1269, ma già dalla seconda metà del secolo XII erano in molti a sperare in un Monte del Perdono.

Ma questo  è detto solo per precisare.

Invece è a questo punto che inizia la Commedia degli Equivoci, visto che l’Alighieri mai dimentica la sua graffiata da Giullare. E ancora di più la usa negli ultimi canti del Paradiso.
Se segnate un segmento di corda dal 41 al 59, incrocerete i canti di Stazio (conversazioni 5-55, e 6-56). La scena  è identica: il poeta Stazio vorrebbe abbracciare le ginocchia di Virgilio, ma il Poeta lo rimprovera, perchè non si può trattare un’ombra come cosa salda. E chi ha già danzato il valzer fino a questo punto, già sa che la semantica dei canti di Stazio riguarda molti livelli complessi, fra i quali spiccano però con maggior vigore la FEDE e la POESIA. Eneide, libro galeotto (dialogo 5-55), ha condotto Stazio alla Poesia, e la lettura della IV Egloga delle Bucoliche l’ha convinto alla Fede nel Cristo Venuto. E questo sì che è veramente enigma forte! Virgilio muore nel 19 a.C., quando il Cristo non è ancora nato. Quindi avrebbe dovuto credere in un Cristo venturoE allora dobbiamo anche prendere atto della palese contraddizione: perché nel 41 Virgilio dichiara di essere condannato ai sospiri del Limbo perché non ha avuto Fede, mentre nel 56 Stazio annuncia la sua salvezza visto che Virgilio ha fatto Luce a coloro che sono venuti dopo?

 

Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte…     69
(56)

Nei canti di Stazio si acquisisce il senso del riscatto sia della Poesia che quello della Fede, e in questo valzer da quarta dimensione fede e poesia brillano ancora di più quando entrano in scena per animare l’episodio di Sordello (41), ad litteram, ma soprattutto per illuminare l’esame di san Pietro nel 91, durante il quale si parlerà proprio di FEDE e di POESIA.


«Di’, buon Cristiano, fatti manifesto:
fede che è?». Ond’io levai la fronte
in quella luce onde spirava questo;        54
poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
sembianze femmi perch’io spandessi
l’acqua di fuor del mio interno fonte.     57
(91)

«Dimmi, buon cristiano, fatti conoscere: che cos’è la fede?» Allora io alzai la fronte verso la luce (Pietro) da cui venivano tali parole; poi mi rivolsi a Beatrice e lei mi fece prontamente un cenno affinché io spandessi fuori l’acqua della mia fonte interiore.

Perdonatemi se tralascio la letteralità teologica del testo, in qualsiasi libro tradizionale la potrete trovare. Ma se chiedete a un Poeta qualsiasi, di cosa sia fatta l’acqua del suo interno fonte, potrà solo rispondervi che è fatta solo di Poesia. Sempre se vogliamo dar valore alle parole scelte dall’Alighieri. E solo nelle sue parole si nasconde la gran commedia degli equivoci, come pintura in tenebrosa parte.


Così spirò di quello amore acceso;
indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa
d’esta moneta già la lega e ‘l peso;      84
ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa».
Ond’io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
che nel suo conio nulla mi s’inforsa».      87

De la profonda condizion divina
ch’io tocco mo, la mente mi sigilla
più volte l’evangelica dottrina.             144
Quest’è ’l principio, quest’è la favilla
che si dilata in fiamma poi vivace,
e come stella in cielo in me scintilla».    147
(91)

Così disse quel beato ardente di carità; poi aggiunse: «La lega e il peso di questa moneta (la fede) è ben passata per le tue mani (la conosci bene); ma dimmi se la possiedi nella tua borsa». Allora dissi: «Sì, possiedo questa moneta così lucida e tonda che nel suo conio cancella tutti i miei dubbi».

La parola del Vangelo mi rende convinto più volte di questa profonda essenza di Dio, di cui ora sto parlando. Questo è il principio della mia fede, questa è la scintilla che poi si dilata in una fiamma viva, e brilla dentro di me come una stella in cielo».

E se chiedete a un Poeta qualsiasi, quale sia la cosa in cui maggiormente ripone fede nella sua vita, non potrà che rispondervi che si tratta di Poesia.
Lucida, tonda, ben coniata e nella quale nulla s’inforsa perché tutto è preciso al millimetro, e che salta bene nella borsa, come amava dire anche Garcia Lorca.
Scintilla che si dilata in fiamma, e che brilla dentro di me come una stella. Microscopico centro di un cerchio che si espande in 16 raggi infuocati e che prendono forma di stella. La Stella di Barga: inesauribile simbolo dell’ATTO CREANTE DIVINO, come spiegherà bene Beatrice nel canto 96. Questi i veri endecasillabi preziosi di tutto il canto, ai quali l’Alighieri affida il suo segreto, distrattamente disseminati nel testo e ardui da rodere in profondità, cercandone il costrutto, a meno di non ricorrere alle poliedriche acrobazie della metafora. E invece metafora non è, è lei: la Geometria Sacra del Poema, in quarta dimensione.
Così come nell’incipit del 41 ci sfiora appena la presenza occulta del disegno del 3 e del 4, sul quale viene edificato il Poema Trino e Tetragono: Poscia che l’accoglienze oneste e liete furo iterate tre e quattro volte… (Poeti, pitagorici e alchimisti, intendevano al volo!). E se questa può apparire un’interpretazione troppo temeraria, vi anticipo che la stessa cosa avverrà anche con Giacomo e Giovanni: la Speranza è il Poema, e il più grande gesto di Carità  per l’Alighieri sarà sempre il suo Poema.

Nel sesto paragrafo del Convivio, Trattato Secondo, il Poeta scrive

Il terzo senso con cui si deve interpretare (il Poema) si chiama morale, e questo è quel senso che i lettori devono attentamente indagare cercando il suo significato nascosto dentro le allegorie dei testi dottrinali, sia per il bene loro che per quello dei loro discepoli: per esempio dall’allegoria del Vangelo,  quando vi si racconta che Cristo salì  sul monte per transfigurarsi, e che di dodici Apostoli ne portò con sé soltanto tre (Pietro, Giacomo e Giovanni n.d.r.), si può moralmente dedurre che noi con le  secretissime cose dobbiamo  avere poca compagnia.

Solo gli Eletti, i più Amati, possono contemplare Dio in terra, e che gli altri stiano pure a dormire, come appare dal racconto evangelico.

A questo punto, chi potrebbe mai impedire al Poeta di parlare con i tre apostoli di secretissime cose? Sotto lo sguardo di imponente luce del Cristo Trionfante? Proprio in questi canti, in cui si rivive la Trasfigurazione del Cristo sul monte Tabor! Così si precipita nel livello anagogico!

 Dentro le Stelle, il Dante che amiamo noi, colui che appena sussurra dentro l’eco del verso, è già immerso dentro il divino, dentro il profondo abisso in cui tutto si annulla e la letteralità galleggia sopra questo Oceano, necessariamente galleggia, al fine di diventare per noi strumento di Salvezza dalla nostra temibile deriva.


«Per tutt’i cerchi del dolente regno»,
rispuose lui, «son io di qua venuto;
virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno. 24
Non per far, ma per non fare ho perduto
a veder l’alto Sol che tu disiri
e che fu tardi per me conosciuto.           27
(41)

Virgilio rispose a Sordello: «Sono giunto qui attraverso tutti i Cerchi del regno del dolore; mi ha mosso una virtù scesa dal Cielo e vengo accompagnato da lei. Ho perduto la possibilità di vedere l’alto Sole (Dio) che tu desideri, e che ho conosciuto troppo tardi, non per ciò che ho fatto, ma per ciò che non ho fatto.

Evitare, od omettere, le azioni che dovremmo fare… si chiama NEGLIGENZA. E in questo secondo balzo dell’Antipurgatorio noi troviamo le anime dei Principi Negligenti. E Virgilio si fa carico della stessa identica colpa. Che sta succedendo? Il Dolce Padre che ai nostri occhi possiede un solo neo, quello di essere nato pagano, ora veramente giunge a confessare una sua colpa? L’errore per il quale dichiara di non avere fatto. E Negligenza diventa il secondo ponte che unisce i due canti.

Non è discepolo svogliato e negligente, il nostro Dante. Lo stesso Pietro si illumina di orgoglio per lui, e per come abbia superato bene il suo esame, e lo promuove.


Come ‘l segnor ch’ascolta quel che i piace,
da indi abbraccia il servo, gratulando
per la novella, tosto ch’el si tace;         150
così, benedicendomi cantando,
tre volte cinse me, sì com’io tacqui,
l’appostolico lume al cui comando
io avea detto: sì nel dir li piacqui!         154
(91)

E sospettiamo anche che Pietro, lettore attento della mente di Dio, abbia ben inteso che il Poeta stesse parlando proprio del suo Poema. Visto quanta fede ho avuto nel compiere la mia missione in terra? E proprio ora che lo sto finendo non  è giunto il tempo del mio redde rationem?

(Succede così agli Scrittori: alla fine dell’Opera devono tirare le fila del tutto, e a volte anche togliersi qualche sassolino dalla scarpa!).

Io, carissimo Pietro, io sono il tuo vero Principe Zelante! E non le anime regali, pigre, e distratte che ho incontrato nel purgatorio!


… Di questo balzo meglio li atti e ‘ volti
conoscerete voi di tutti quanti,
che ne la lama giù tra essi accolti.                 90
Colui che più siede alto e fa sembianti
d’aver negletto ciò che far dovea,
e che non move bocca a li altrui canti,           93
Rodolfo imperador fu, che potea
sanar le piaghe c’hanno Italia morta,
sì che tardi per altri si ricrea.                         96
L’altro che ne la vista lui conforta,
resse la terra dove l’acqua nasce
che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:  99
Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
fu meglio assai che Vincislao suo figlio
barbuto, cui lussuria e ozio pasce.                    102
E quel nasetto che stretto a consiglio
par con colui c’ha sì benigno aspetto,
morì fuggendo e disfiorando il giglio:             105
guardate là come si batte il petto!
L’altro vedete c’ha fatto a la guancia
de la sua palma, sospirando, letto.                  108
Padre e suocero son del mal di Francia:
sanno la vita sua viziata e lorda,
e quindi viene il duol che sì li lancia.              111
Quel che par sì membruto e che s’accorda,
cantando, con colui dal maschio naso,
d’ogne valor portò cinta la corda;                  114
e se re dopo lui fosse rimaso
lo giovanetto che retro a lui siede,
ben andava il valor di vaso in vaso,              117
(41)

 

… Voi vedrete meglio i gesti e i volti di tutti loro da questo argine, che non scendendo giù nell’avvallamento. Colui che siede più in alto e mostra di aver trascurato il suo dovere, e che non partecipa al canto della preghiera, fu l’imperatore Rodolfo I, che avrebbe potuto risanare le piaghe che affliggono l’Italia, così che ora altri cercano tardivamente di fare lo stesso. L’altro, che sembra confortarlo, governò la terra (Boemia) dove nasce l’acqua che la Moldava porta nell’Elba e che l’Elba porta fino al mare: ebbe nome Ottocaro II e da bambino fu assai migliore di suo figlio Venceslao II da adulto, che vive nell’ozio e nella lussuria. E quello (Filippo III l’Ardito) dal piccolo naso, che sembra così unito all’altro dall’aspetto benevolo, morì in fuga e facendo sfiorire il giglio di Francia: guardate là, come si batte il petto! E vedete l’altro (Enrico I di Navarra) che, tra i sospiri, appoggia la guancia sul palmo della sua mano. Sono rispettivamente padre e suocero del male della Francia (Filippo il Bello): conoscono la sua vita piena di colpe e di vizi, e da qui proviene il dolore che li tormenta così. Quello (Pietro III d’Aragona) che ha aspetto così robusto e che accorda il suo canto con quell’altro dal naso prominente (Carlo I d’Angiò) fu ripieno di ogni valore; e se dopo di lui fosse rimasto quale suo successore il giovinetto che gli siede dietro, il valore si sarebbe trasmesso di padre in figlio, mentre questo non si può dire degli altri eredi; Giacomo e Federico hanno i suoi domini e nessuno dei due ha ereditato il valore dal padre. Accade di rado che la virtù umana si trasmetta di padre in figlio, e questo è voluto da Dio che la concede, perché la si chieda a Lui.

Le mie parole sono rivolte anche al nasuto (Carlo I), non meno che all’altro, Pietro, che canta con lui, giacché il regno di Napoli e la Provenza già si dolgono del suo erede (Carlo II lo Zoppo).

La pianta è inferiore al suo seme, più di quanto Beatrice e Margherita non possono vantarsi del loro marito (Carlo I) rispetto a Costanza (moglie di Pietro III). Vedete il re dalla vita semplice, Enrico III d’Inghilterra, che siede là in disparte: questi ha lasciato eredi migliori. E quello che siede più in basso di tutti costoro, guardando in alto, è il marchese Guglielmo VII del Monferrato, per il quale Alessandria con la sua guerra fanno piangere il Monferrato e il Canavese».

Lunga e frastornante la lista dei Principi Negligenti, di coloro che NON HANNO FATTO, perchè distratti, o perché troppo vinti dalle lusinghe del mondo, dalla vanità e dall’avidità. E ancora troppo corta per noi, che ben sappiamo quanti altri ancora, di tal fatta, ce ne abbia donati la Storia!

E allora perché Virgilio si carica di questo stesso errore? Morto nel 19 a.C. non avrebbe mai potuto credere nel Cristo Venuto. Al contrario, nella Egloga Quarta, esprime la mistica attesa di un Bambino Salvatore, di un Venturo Messia, che non  è soltanto presente nella cultura ebraica veterotestamentaria. Questo paradigma coinvolge tutto il Mediterraneo: dal Mitria persiano, approdato successivamente a Roma, nato in una povera grotta per la salvezza degli uomini; ad Ercole, figlio di Zeus e di donna mortale, nato per la salvezza degli uomini e culto secolare sia in area greca che romana; all’Horus egiziano, figlio di Iside e Osiride; fino al più recente Dioniso, prodromo del Cristo, nato da Zeus e da donna mortale, nascosto da bambino in una grotta, fatto a pezzi dai Giganti, e resuscitato da Zeus  per la salvezza degli uomini.

E Virgilio, da grande pitagorico, conosceva bene il mistero del 2, del Figlio, emanazione dell’1, orfano separato costretto all’azione e al sacrificio per raggiungere il 3, il traguardo della Salvezza.

Mistero che ha pervaso tutto il Mediterraneo, molto prima della Rivelazione Cristiana.

E il lavoro di un Poeta invera questo mistero, proprio quando la sua arte si trasforma nel difficile travaglio del 2, quando diventa azione, creazione dei versi, ricerca d’armonia, scultura sublime del verbo, sofferta tensione verso la perfezione della Forma.

Quanta fede deve avere un Poeta alle prese con la creazione del suo Poema?

A questa domanda si può rispondere solo con un’altra domanda: l’Alighieri sapeva che Virgilio aveva ordinato di bruciare l’Eneide, perché incompiuta e non degna dell’alta poesia di un Poema? E che quindi non aveva nutrito tutta la necessaria Fede nella sua Opera?

Lo so che in molti si adombreranno davanti a questa strana ipotesi della sorprendente accoppiata fra Principi Negligenti e Poeti Zelanti, però dovete convenire che questo era veramente un prolema che stava molto turbinando nei pensieri di Dante. La stessa Beatrice lo accusa nell’Eden di aver tradito se stesso, di non aver perseguito in giusta misura tutti i suoi talenti, di aver avuto poca fede nelle sue potenzialità. E ben sappiamo che questa accusa è rivolta a tutti noi, caprette distratte, ma tanto brave a tradire se stesse. La nostra via si torce quando ci neghiamo totalmente la fede in noi stessi, e in tutto quello che possiamo progettare. E non dimentichiamo il 75 del Paradiso: quando gli adulti tradiscono violentemente i talenti dei giovani non permettendo loro di trovare la loro strada, il loro daimon, la loro chiamata, la loro missione che è affidata al Custode dello Spirito, proprio nel canto in cui Dante conquista lo Spirito. Siamo noi i primi a buttarci via, come se fossimo noi stessi la nostra pietra scartata. O dobbiamo fingere di non sapere che è proprio questa la vera accusa importante che Dante formula contro se stesso e contro di noi?

La mancanza di autostima, oggi come oggi, viene utilizzata come perfetto alibi da tutti i genitori iperprotettivi a colloquio con gli insegnanti.

Poveretto, abbia un occhio di riguardo perché manca completamete di autostima!

Non per far, ma per non fare… E Lei che cosa ha fatto per non educarlo ad avere fiducia in se stesso?

Ma la domanda resta attorcigliata dentro la gola, e si contemplano, muti, tutti i salottini dei futuri psicanalisti.

Se questo è il Poema Risvegliato, prendiamocela tutta questa doccia fredda, perché la favola ci parla di noi.

Se avete conservato il caleidoscopio, arricchitelo di questi vetri policromi… e sceglieteli bene, fra i più preziosi, perché si sta parlando di un Uomo che per 700 anni è riuscito bene a nascondere l’unica verità che avrebbe voluto urlare: che solo la sua Vita, che solo la sua Opera sono l’unico valore da difendere davanti agli Apostoli delle secretissime cose.

E quelli che galleggiano, si accontentino pure della Teologia.


Maria Castronovo
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