Non so se ‘ntendi: io dico di Beatrice;
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice.   (40)
 «Apri li occhi e riguarda qual son io;
tu hai vedute cose, che possente
se’ fatto a sostener lo riso mio».  (90)

TERRA E CIELO

Nel canto 90 Beatrice torna a sorridere: è giunto il tempo in cui Dante può sostenere tutto lo splendore di quel sorriso. E qui comincia il polittico in cinque quadri del Cielo delle Stelle Fisse, con le schiere del Trionfo di Cristo, e le tre conversazioni con Pietro, Giacomo e Giovanni.

Ma prima di arrivare a questo, vorrei segnalare qualcosa di particolare. Nel 40 del Purgatorio Virgilio raccomanda a Dante di non dimenticare tutti i suoi dubbi profondi e di conservarli per colei che lume fia tra ‘l vero e lo ‘ntelletto.

Non so se ‘ntendi: io dico di Beatrice;
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice».   48
(40)

Banale sottolineare che l’esegetica classica interpreta queste parole come prefigurazione dell’incontro nell’Eden. E se non avessimo in mano la Geometria del Poema, nemmeno noi ci porremmo questo problema. Nel paradiso terrestre il sorriso di Beatrice si dissolve nell’aria alla fine del Canto XXXI, dopo il passaggio del Lete. Prima, la donna amata è una presenza severa, con le labbra nascoste dal velo (la sua seconda bellezza), e che con durezza pretende da Dante confessione e pentimento. Ma anche nei canti successivi, la visione del Carro, le profezie, il passaggio dei due fiumi… non troviamo una Beatrice ridente e felice, come veramente appare splendida e vincente nel canto 90.

E se la giusta parafrasi fosse… tu la vedrai in paradiso (di sopra), oltre la vetta di questo monte, la vedrai ridere e felice…?

Pariemi che ‘l suo viso ardesse tutto,
e li occhi avea di letizia sì pieni,
che passarmen convien sanza costrutto.  24
(90)

E questa è la letizia di Beatrice davanti alle schiere del Trionfo di Cristo, sulla quale è inutile soffermarsi perché è indescrivibile (e sarebbe senza costrutto).

«Apri li occhi e riguarda qual son io;
tu hai vedute cose, che possente
se’ fatto a sostener lo riso mio».     48
(90)

Ora puoi guardarmi sorridere: il tuo sguardo si è fatto possente perché hai veduto il Cristo.

 Se mo sonasser tutte quelle lingue
che Polimnia con le suore fero
del latte lor dolcissimo più pingue,     57
per aiutarmi, al millesmo del vero
non si verria, cantando il santo riso
e quanto il santo aspetto facea mero;  60
e così, figurando il paradiso,
convien saltar lo sacrato poema,
come chi trova suo cammin riciso.       63
 (90)

Se ora per aiutarmi risuonassero tutte quelle voci che Polimnia e le sue sorelle (le Muse) resero più ricche con la loro ispirazione, non potrei esprimere che un millesimo della verità, descrivendo il santo sorriso e quanto esso facesse risplendere il santo aspetto di Beatrice; e così, raffigurando il Paradiso, è inevitabile che il poema sacrato salti delle cose, come chi trova il suo cammino interrotto.

Cinque terzine per abbagliarci col sorriso di Beatrice, che, peraltro, non si può assolutamente descrivere, forse appena appena in un millesimo di verità, visto che mancano tutte le parole.

Beatrice che lume fia tra ‘l vero e lo ‘ntelletto (40), che sarà la luce fra la verità e la tua anima… guarda caso, proprio adesso, davanti al Cristo Trionfante… fra il Cristo e l’Anima del Poeta c’è lei, con tutta la luce dei suoi occhi e del suo sorriso: Beatrice.

L’Anima Intellettiva, sono costretta a ripeterlo, è la nostra vera Mente, quella che può scrutare il vero anche dentro la sua invisibilità (determinante bacchettata agli oggettivisti di tutto quanto sia oggettivabile!). La si conquista nel canto 50, e in quel momento Dante diventa responsabile di tutti gli atomi dell’Universo. Quindi, questa MENTE non è proprio un giostrino per bambini!

Mente che sarà messa a dura prova negli esami finali che Dante dovrà sostenere per poter superare le Stelle, con tre potenti commissari d’esame, Pietro Giacomo Giovanni, i suoi tre criptoglifi, i suoi modelli cosmici, le sue tre pietre filosofali: tutto l’Universo Mondo squaternato fra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, fra il punto senza dimensione e l’inarrivabile circonferenza della sfera.

… e così, figurando il paradiso,
convien saltar lo sacrato poema,
come chi trova suo cammin riciso.      63
(90)

E così, per vedere il paradiso, conviene fare dei salti dentro il poema sacrato, come fa colui che si trova davanti a un balzo senza ponte (cammin reciso).

Poema sacrato o poema sacro… il Poeta usa queste espressioni quando opera un diretto richiamo alla sua Geometria Sacra: un Poema con-sacrato può significare solo questo, e cioè costruito con MATRIX DIVINA, la Geometria Sublime che appartiene alla Mater-ia. Per questo motivo io resto fermamente certa che il vero salto riguardi il 40-90, e che in questa occasione il ponte sia proprio il sorriso di Beatrice. Un ponte di Luce fra l’Anima di Dante…

…la mente mia così, tra quelle dape
fatta più grande, di sé stessa uscìo,
e che si fesse rimembrar non sape.    45
(90)

la mia mente (per mente si intende anima, scrive l’Alighieri) che fra vivande paradisiache si è fatta più grande, ed è uscita da se stessa e non so ricordare cosa sia diventata…

e la verità, la dura verità, lasciata in terra.

Lo specchio del canto 90 (fra le altre cose, qui Dante conquista la vista dell’Aquila, il nuovo daimon, là dove stelle e pianeti e sole brillano contemporaneamente della loro luce amplificata) è il VI (40) del Purgatorio: la narrazione drammatica della deriva totale di Firenze, dell’Italia, e dell’Europa.

Potremmo anche aggiungere “di tutto l’Occidente”, e perché no? da uomini dell’oggi, ancora meglio, forse, “di tutto il pianeta”.

Non è certo colpa dell’Alighieri se il pianeta si è fatto più piccolo e globalizzato, ma di lui rimane proprio questa lucida lettura del VERO: se l’anima non si farà sempre più grande, perderemo veramente questa terra.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!       78
Quell’anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;             81
e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra.       84
Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode.            87
(40)

Ahimè, Italia schiava, sede del dolore, nave senza timoniere in una gran tempesta, non più signora delle province, ma bordello! Quell’anima nobile (Sordello da Goito) fu così sollecita a fare festa al suo concittadino (Virgilio), solo per il dolce suono della sua terra, e adesso i tuoi abitanti in vita non smettono di farsi la guerra, e anche quelli che abitano la stessa città si rodono l’un l’altro. Cerca, o infelice, intorno alle tue coste e poi guarda nell’interno, se alcuna parte di te si trova in pace.

O Alberto tedesco ch’abbandoni
costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,         99
giusto giudicio da le stelle caggia
sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia! 102
Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto.  105
(40)

O Alberto d’Asburgo, che abbandoni questa bestia divenuta indomabile e selvaggia, mentre dovresti inforcare i suoi arcioni (governare l’Italia), possa cadere dal cielo contro di te e la tua famiglia un giusto castigo, e sia straordinario ed evidente, così che il tuo successore (Arrigo VII) ne abbia timore!

Infatti tu e tuo padre (Rodolfo I) avete lasciato che il giardino dell’Impero (l’Italia) fosse abbandonato, rimanendo in Germania per cupidigia.

Vieni a veder la gente quanto s’ama!
e se nulla di noi pietà ti move,
a vergognar ti vien de la tua fama.   117
E se licito m’è, o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?  120
O è preparazion che ne l’abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l’accorger nostro scisso?     123
(40)

Vieni a vedere quanto si amano gli Italiani! e se non hai alcuna pietà di noi, vieni almeno a vergognarti della tua reputazione. E se mi è consentito, o altissimo Giove (Cristo), che fosti crocifisso per noi in Terra, i tuoi occhi giusti sono forse rivolti altrove? Oppure nell’abisso della tua saggezza stai preparando un bene (per l’Italia) di cui non possiamo renderci conto?

Sono passate giuste le immagini davanti ai vostri occhi? Rimandiamo in moviola? Questi due italiani all’estero, un di Mantova l’altro di Goito, che felici si ritrovano e si abbracciano orgogliosi d’essere italiani (e pensate anche ai 1200 anni che li separano!). Come fanno tutti gli italiani che, da sconosciuti, si trovano all’estero. Allora siamo stati sempre così? Esperienza diretta di un Dante in esilio? Ma questo spontaneo e affettuoso abbraccio fra due uomini che si riconoscono figli della stessa terra permette a Dante di alzare un grido di dolore per la deriva di questa nazione che non è ancora nazione. Povera Italia senza un governo che ben la governi! O coste o entroterra, tutti si sta male, e dentro le città murate ci si scanna! Certo che l’Europa ci ha lasciati soli, e tutta presa dal soldo e tornaconto, certamente non corre in aiuto a questo piccolo giardino così diviso e indebitato! E pure divorato dall’odio e da bassi interessi di bassissima natura. E tu, Cristo, stai guardando altrove o ci prepari qualche sorpresa?

Quivi è la sapienza e la possanza
ch’aprì le strade tra ‘l cielo e la terra,
onde fu già sì lunga disianza.    39
(90)

 Qui è la sapienza e la potenza (Cristo) che aprì le strade fra Cielo e Terra, cosa che fu lungamente desiderata.

Dal canto 90, Beatrice risponde a Dante nel canto 40… invochi il Cristo, e ti sei pure scordato che è stato proprio lui ad aprire strade fra cielo e terra? Una strada lastricata soltanto da Amore, come ci ricorda lo stesso Virgilio all’inizio del canto 40.

Maestro, perché queste anime continuano a chiedere preghiere in suffragio? Avranno mai un valore queste preghiere?

Se sono espresse in danaro, no di certo. Se invece è ardore di carità, se è l’Amore che le genera, allora Giustizia procurerà di accelerare la pena. Ma dovrai chiedere a Beatrice, lei sì che ti sarà luce… attorno all’irretimento d’amore!

Travolti dalla sincronia in quarta dimensione? O dalla vertigine di un tempo che è sempre lo stesso tempo? Jacopo, Buonconte e Pia non ve l’hanno ancora insegnato bene?

E soprattutto, ma perché, in nome del cielo, continuiamo sempre a parlare di politica senza mai trovare né ragno né buco???

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l’arco;
ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.  132
Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».   135
Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
tu ricca, tu con pace, e tu con senno!
S’io dico ‘l ver, l’effetto nol nasconde.            138
Atene e Lacedemona, che fenno
l’antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno              141
verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch’a mezzo novembre
non giugne quel che tu d’ottobre fili.                144
Quante volte, del tempo che rimembre,
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato e rinovate membre!                     147
E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,
ma con dar volta suo dolore scherma.              151
(40)

Molti hanno la giustizia in cuore, ma questa si esprime tardi con le parole per non rischiare di non essere ponderata; ma il tuo popolo (di Firenze) se ne riempie sempre la bocca. Molti rifiutano le cariche pubbliche, ma il tuo popolo risponde sollecito senza essere chiamato, e grida: «Me ne incarico io!» Ora rallegrati, visto che ne hai motivo: tu sei ricca, sei in pace, sei assennata! Se dico la verità, i fatti non lo nascondono. Atene e Sparta, che scrissero le antiche leggi e furono così civili, diedero un piccolo contributo alla giustizia in confronto a te, che emani provvedimenti tanto sottili (elaborati, ma anche fragili) che quelli emessi a ottobre non arrivano a metà novembre.

Quante volte, a memoria d’uomo, hai tu mutato leggi, moneta e costumi, e rinnovato la popolazione (grazie agli esili)! E se tu ti ricordi bene e vedi chiaramente, riconoscerai di esser simile a quell’ammalata che non può trovare riposo nel letto, ma rigirandosi di continuo cerca di alleviare il dolore.

A questo desiderio di giustizia, a questo affanno delle genti, risponde l’Alighieri nel 90:

Ma chi pensasse il ponderoso tema
e l’omero mortal che se ne carca,
nol biasmerebbe se sott’esso trema:    66
non è pareggio da picciola barca
quel che fendendo va l’ardita prora,
né da nocchier ch’a sé medesmo parca. 69
(90)

Ma chi considerasse il tema gravoso (la poesia del Paradiso) e le spalle mortali che se ne fanno carico, non biasimerebbe se il poeta stesso sotto questo peso stia tremando: il tratto di mare che la mia ardita prua sta percorrendo non è adatto a una piccola imbarcazione, né a un timoniere che risparmi le sue forze.

Ha appena terminato di dire che il suo poema sacrato ama i salti e il cammin reciso, tradizionalmente interpretate come preterizioni, cioè come cose che sono difficili da esprimere in parole. Posso dirlo? E se non posso lo dico ugualmente: la sua ardita prora fende due mari diversi in sincronia, ed ora più che mai si vola da un mare all’altro, anzi, il mare è diventato unico pur restando separato (lo spiegherò dopo, e comunque ci vuole un timoniere ben forzuto!), e si viene a scoprire che il ponderoso tema non riguarda solo la cantica del Paradiso, ma, al contrario l’Alighieri parlerà, sotto il dominio dell’Aquila (che domina il CORPO, ma tutela lo SPIRITO), di tutte quelle strade che si sono aperte fra il cielo e la terra.

Cammino d’Amore e Cammino dello Spirito, i soli che possono offrire sollievo all’affanno delle genti, e capiremo in seguito durante le prove del Cielo delle Stelle, come siano realmente fatti questi cammini.

Ma ora vorrei riportare una dichiarazione di Marco Guzzi, fondatore del Movimento Darsi Pace, che rivisita, forse senza saperlo, in questi tempi di grande mutamento, il pensiero dell’Alighieri:

La rivoluzione necessaria, entro la quale in realtà già ci troviamo, e che procede ineluttabile e tremenda, è innanzi tutto un movimento interiore, un rovesciamento della centratura egoica della nostra coscienza, e quindi un moto iniziatico.

Da questo principio nuovo dell’identità scaturisce un rinnovamento permanente della cultura umana, una revisione radicale di tutte le concezioni e le convizioni su cui restiamo fondati da secoli; e da questo processo culturale radicale possiamo alimentare anche una rivoluzione democratica permanente che contesti alla radice, che è appunto interiore e poi culturale, le strutture omicide di questo mondo.

Sosteniamo insomma che la rivoluzione del XXI secolo non può che essere iniziatica e culturale, e che questo implica un inedito confronto con l’iniziazione messianica, con tutta la nostra storia occidentale, e con tutte le forme storiche in cui si è finora espresso il cristianesimo, in quanto è lì che sorge quella nuova umanità, trans-egoica, che OGGI vuole e può prendere più direttamente la guida della nostra storia personale e collettiva. Questo è l’annuncio indispensabile!

Questo è il fondamento di un nuovo inizio, e l’avvio di una storia secolare, di una inedita avventura dell’essere umano su questo pianeta, di un gioco creativo infinitamente più libero e più felice.

 Si sogna il risveglio di una umanità sfiancata. Si sogna il capovolgimento di ciascun individuo per se stesso preso… e che ciascuno si immetta in un percorso di ricerca, dentro una rete relazionale d’Amore.

Si sogna ciò che sognava l’Alighieri

Che il Cristo, dentro e fuori dalla metafora, sia Via d’Amore per le piaghe di questa umanità travagliata dal dolore e dalla violenza e dal nostro EGO bellico che ci trasciniamo da millenni… è anche pleonastico l’affermarlo, se però non si sottolinea bene che questo Amore porta la Spada della divisione: spada che non uccide, ma che è capace di estrarre il conflitto. Vale la pena riconfermarlo: nel pensiero del Poeta, e dopo i Canti della Giustizia l’avete compreso bene, Amore è Amore da qualsiasi parte esso arrivi, con qualsiasi colore o lingua o chiesa, ateismo compreso essendo anch’esso una forma di fede. Oggi si muore d’amore per salvare l’Ambiente, per riscattare la donna da qualsiasi forma di schiavitù, per urlare al mondo la libertà che dovrebbe garantire agli umani di muoversi sul pianeta senza trovare muri, muore d’amore spesso chi ha sete di giustizia.

Non sarà avventura di latte e miele, anche se sta inscritta tutta nella domanda di Dante:

O è preparazion che ne l’abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l’accorger nostro scisso?     123
(40)

Che sorpresa ci stai preparando per il nostro bene, anche se non ce ne accorgiamo?

Questa sorpresa è presente e viva nel canto 90 (XXIII), e forse andrebbe letto tutto per provare la gioia del dono. Ma scelgo questi versi:

O benigna vertù che sì li ‘mprenti,
sù t’essaltasti, per largirmi loco
a li occhi lì che non t’eran possenti.   87
Il nome del bel fior ch’io sempre invoco
e mane e sera, tutto mi ristrinse
l’animo ad avvisar lo maggior foco; 90
e come ambo le luci mi dipinse
il quale e il quanto de la viva stella
che là sù vince come qua giù vinse,   93
per entro il cielo scese una facella,
formata in cerchio a guisa di corona,
e cinsela e girossi intorno ad ella.    96
(90)

O benevola virtù di Cristo che così imprimi la tua luce su quelle anime, e ti elevasti in alto per consentire ai miei occhi di vedere, lì dove non ne avevano la forza. Il nome del bel fiore (Maria) che io invoco sempre mattino e sera spinse il mio animo ad osservare la luce più intensa (quella della Vergine); e non appena apparve a entrambi i miei occhi la quantità e la qualità di quella stella luminosa, che lassù vince (le altre luci) come quaggiù vinse (le altre creature in virtù), dall’alto scese una fiammella a forma di cerchio (l’arcangelo Gabriele), simile a una corona, che cinse Maria e iniziò a girarle attorno.

Viene ringraziato il Cristo perché ha permesso al Poeta la visione di Maria, che là sù vince come qua giù vinse, in un verso ellittico, che dice e che non dice.

Che sorpresa ci stai preparando per il nostro bene, anche se non ce ne accorgiamo?

Il suo nome è MARIA. La Grande Madre che domina tutto il Poema. Il Complotto d’Amore del canto secondo ha origine con LEI, mater corporis, mater materiae. Lei vuole salvare il corpo di Dante, il corpo di un suo figlio che non smetterà mai di glorificarla làddove, in ogni parte dell’Inferno, si canta il numinoso mistero della MATERIA. Esiste un verso che non sia numinoso dentro la Cantica Infernale?

E nella Seconda Cantica, Maria pervade trasversalmente i Canti, soprattutto apparendo sette volte come esempio di VIRTÙ. Mater Animae, Mater Intellecti, Mater Cognitionis, Stella Mattutina.

E nel Paradiso appare nel Cielo delle Stelle Fisse, nella Candida Rosa e nel Canto 100.

Speculum Iustitiae, Sedes Sapientiae, Rosa Mystica e Ianua Coeli.

L’Angelo Guardiano del Purgatorio (canto 43) dirà a Dante che chi non ha sete di Giustizia e di Sapienza non potrà mai entrare nel Territorio della Salvezza. Ora Maria così si presenta al Poeta: Strumento di Giustizia, Dimora Sapienziale, Fiore del Mistero e Porta del Cielo.

Se la parabola cristica è parallela al cammino di Dante e di tutti gli uomini, come sta scritto nel cuore dell’Alighieri, Maria invece rivela e illumina tutte le tappe del percorso del gran disìo: dal ventre della terra, fino alla Conoscenza Doppia, fino alla Sapienza, fino alla reintegrazione tetragona di un corpo che era disgregato. Turris Eburnea.

Colei che vinse e vince dovrebbe essere la nostra grande sorpresa, quel misterioso SI naturale che è difficile da pronunciare.

Indi rimaser lì nel mio cospetto,
‘Regina coeli’ cantando sì dolce,
che mai da me non si partì ‘l diletto.   129
Oh quanta è l’ubertà che si soffolce
in quelle arche ricchissime che fuoro
a seminar qua giù buone bobolce!     132
Quivi si vive e gode del tesoro
che s’acquistò piangendo ne lo essilio
di Babillòn, ove si lasciò l’oro.         135
(90)

Poi restarono lì al mio cospetto, cantando ‘Regina coeli’  con tanta dolcezza che tale piacere non mi lasciò mai. Oh, quanto è grande la ricchezza che è contenuta in quelle arche (forzieri) ricchissime (le anime dei beati), che furono in Terra buone contadine a seminare il bene! Qui (in Cielo) si vive e si gode del tesoro che si acquistò piangendo nell’esilio babilonese (sulla Terra), dove si lasciarono le ricchezze materiali.

L’annuncio della nostra salvezza sta dentro le cose che noi seminiamo in terra. Nei nostri SI al Progetto d’Amore, all’Irretimento d’Amore, alle buone bobolce.

Non post mortem.

Ma QUI ED ORA.

Maria Castronovo
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