39-89, il V del Purgatorio e il XXII del Paradiso:

I CANTI TRISTI

Siena mi fé, disfecemi Maremma … (39)

L’aiuola che ci fa tanto feroci … (89)

 

SAN BENEDETTO E I MORTI DI MORTE VIOLENTA

Siamo ancora sopra la Scala Santa, e pare proprio che Dante non riesca ancora a salire, e tanti Spiriti gli vanno ancora incontro per accoglierlo. Anzi, più tardi scopriremo che il Cielo di Saturno è solo una lunghissima Scala, una rampa di lancio per volare a razzo dentro la Volta Stellata.

Oppresso di stupore, a la mia guida

mi volsi, come parvol che ricorre

sempre colà dove più si confida;                3

e quella, come madre che soccorre

sùbito al figlio palido e anelo

con la sua voce, che ‘l suol ben disporre,   6

mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo?

e non sai tu che ‘l cielo è tutto santo,

e ciò che ci si fa vien da buon zelo?           9

Come t’avrebbe trasmutato il canto,

e io ridendo, mo pensar lo puoi,

poscia che ‘l grido t’ha mosso cotanto;       12

nel qual, se ‘nteso avessi i prieghi suoi,

già ti sarebbe nota la vendetta

che tu vedrai innanzi che tu muoi.              15

(89)

Sopraffatto dallo stupore, mi rivolsi alla mia guida (Beatrice) come un bambino che corre da colei (la madre) in cui confida di più; e Beatrice, come una madre che viene in aiuto del figlio pallido e anelante con la sua voce, che solitamente riesce a consolarlo, mi disse: «Non sai che ti trovi in Cielo e che esso è tutto santo, per cui ciò che si fa qui proviene da un giusto zelo? Ora sei in grado di capire come ti avrebbero ridotto il canto dei beati e il mio sorriso, dal momento che il grido ti ha turbato così tanto; e se tu avessi compreso la preghiera contenuta in esso, conosceresti la vendetta divina che vedrai prima di morire.

Quell’alto grido, che Dante ricorda come un assordante tuono, in risposta alle parole di Pier Damiani, è addirittura l’annuncio della vendetta divina.

Che si consumerà Dante vivente, ma è difficile cercarne il reale contesto con assoluta certezza, anche perché l’Alighieri ha visto molte cose prima di morire (e nel gran carniere esegetico possiamo trovare la Cattività Avignonese o la dipartita di Arrigo VIII dall’Italia!).

Vero è che in qualche punto della nostra vita ci è capitato spesso di sperare in olimpiche folgori che mettessero fine al male infinito che ci percorre, e cioè si spera in  un segno del Cielo e non certo in un segno che riguarda solo decisioni umane, ma trovarla così esplicita nelle parole di Beatrice, non so voi, ma io ne subisco una pesante tristezza. Forse Beatrice pensava alla Grande Carestia che ha colpito l’Europa, e l’Italia settentrionale, dal 1314 fino al 1322, causando milioni di morti, e addirittura abbassando la vita media degli europei all’età di 29 anni!

Ma aspettatevi un’altra vibrante e intensa filippica contro il clero corrotto, proprio da parte di Benedetto, che accoglie Dante sulla Scala, e che andrà ad accentare violentemente le ultime parole del benedettino Pier Damiani.

Le mura che solieno esser badia

fatte sono spelonche, e le cocolle

sacca son piene di farina ria.                   78

Ma grave usura tanto non si tolle

contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto

che fa il cor de’ monaci sì folle;                 81

ché quantunque la Chiesa guarda, tutto

è de la gente che per Dio dimanda;

non di parenti né d’altro più brutto.           84

La carne d’i mortali è tanto blanda,

che giù non basta buon cominciamento

dal nascer de la quercia al far la ghianda. 87

Pier cominciò sanz’oro e sanz’argento,

e io con orazione e con digiuno,

e Francesco umilmente il suo convento;     90

e se guardi ’l principio di ciascuno,

poscia riguardi là dov’è trascorso,

tu vederai del bianco fatto bruno.               93

Veramente Iordan vòlto retrorso

più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,

mirabile a veder che qui ’l soccorso».        96

(89)

Le mura che erano solite essere badia (ospitare monaci santi), ora sono diventate covi di ladroni e le tonache dei frati sono sacchi pieni di farina marcia. Ma la più grave usura non offende il piacere di Dio, tanto quanto quel frutto (le decime pagate dai contadini) che rende così folle il cuore dei monaci; infatti, tutto ciò che la Chiesa custodisce appartiene alla gente che chiede l’elemosina in nome di Dio, non ai parenti dei religiosi o ad altra cosa più turpe (le amanti, le concubine). La carne dei mortali è così incline alla tentazione che, sulla Terra, un buon inizio non dura il tempo che intercorre dalla nascita della quercia allo spuntare della ghianda.

San Pietro fondò la Chiesa senza alcuna ricchezza e io fondai il mio Ordine con preghiere e digiuni, e Francesco riunì i suoi seguaci con umiltà; e se tu consideri il principio di ognuno di questi santi e poi osservi come si è evoluta la situazione, vedrai che il bianco è diventato scuro (le cose sono andate di male in peggio). Tuttavia il Giordano rivolto all’indietro e il Mar Rosso aperto, quando Dio volle così, suscitarono maggiore meraviglia di quanto farà l’intervento divino riguardo a queste cose».

La farina marcia dei frati e le decime estorte dai conventi ai contadini, fanno pensare veramente a un clima di grande carestia. Alla quale Benedetto aggiunge la carestia morale, il vuoto dell’anima.

Di prove storiche della deriva dell’Ordine benedettino ne abbiamo una fabbrica intera, e la durezza intensa del discorso di Benedetto è ben adeguata al contesto epocale dello stesso Alighieri.

Ma come si fa a dimenticare il Corteo Edenico, grazie al quale ben si comprende che, molto prima del Carro della Chiesa, scaracollava sul pianeta il Carro dell’Umanità? Gli uomini contengono la storia delle chiese, e non il contrario. E ogni volta che il Poeta ci ricorda gli orrori che perpetriamo, non ci viene più tanto facile far spallucce pensando che è sempre colpa della Chiesa, ma la lama affonda nel ventre, rendendoci tristi.

Non è trionfale l’ingresso nel Cielo di Saturno. Certo il pianeta aurato brilla, e brillano gli Spiriti che vanno incontro a Dante, ma, superato il diametro del Gran Disio (38-88), ci sembra che tutto si fermi, lì bloccati tutti sulla Scala, chiamati a riflettere sul terribile peso che ci portiamo sulle spalle.

Il Paradiso (la cantica) non si dimentica mai della nostra storia, e ancora continuerà a tormentarci la coscienza fino all’ultima terribile invettiva di san Pietro (canto XXVII), e a quella di Beatrice (canto XXIX).

Gli aspri interventi dei Cieli certamente non cadono nel territorio dell’estasi o del misticismo elevato, spesso usati come sintesi della sintesi della cantica dantesca.

Ci cadono nel cuore, tanto che vorremmo lanciare un urlo assordante come un tuono, e poter fare come i Beati che confidano nella vendetta di Dio.

E non è che il canto 39 ci aiuti molto a sollevarci dalla tristezza. Anzi, è canto che aggiunge legna perché il fuoco si faccia sempre più alto.

Si incontrano tre anime morte di morte violenta all’ingresso nell’Antipurgatorio, e una dopo l’altra raccontano la loro storia, la loro tragica fine dovuta a violenza feroce, tradimenti, sicari corrotti dal soldo, guerre combattute per sopraffazione… la condensazione del male! Con un particolare: sono tutti e tre personaggi contemporanei del Poeta, hanno vissuto dentro i suoi anni, dentro le cose che lui ha guardato, dentro città che lui ha visitato e dove ha respirato la stessa aria e gli stessi odori, e tutto questo perché è sempre contemporaneo il male che ci vive accanto. Per ricordarci che, in qualsiasi periodo si nasca, si nasce sempre per incontrare il Male.

Jacopo del Cassero, protagonista dei fatti di Romagna di cui parlava Guido di Montefeltro nel XXVII dell’Inferno (guerra fra Bologna e Ferrara), e ucciso a tradimento dai sicari di Azzo VIII d’Este sulla riva del Brenta, fra le canne del canale, all’altezza di Oriago, nel 1298.

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri

ond’uscì ‘l sangue in sul quale io sedea,

fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,       75

là dov’io più sicuro esser credea:

quel da Esti il fé far, che m’avea in ira

assai più là che dritto non volea.               78

Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,

quando fu’ sovragiunto ad Oriaco,

ancor sarei di là dove si spira.                   81

Corsi al palude, e le cannucce e ‘l braco

m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io

de le mie vene farsi in terra laco.               84

(39)

Io ero originario di Fano, ma le profonde ferite da cui uscì il sangue che mi teneva in vita, mi furono inferte nel territorio di Padova, là dove credevo di essere al sicuro: artefice di questo fu Azzo VIII d’Este, che mi odiava assai più di quanto avesse ragione. Ma se io fossi fuggito verso il borgo della Mira, quando fui raggiunto dai miei sicari ad Oriago, sarei ancora nel mondo dei vivi. Invece corsi verso la palude, e le canne e il fango mi impacciarono al punto che caddi; e lì vidi il sangue che mi usciva dalle vene e trasformarsi in un lago al suolo.

Buonconte da Montefeltro, morto da ghibellino combattendo contro Firenze dalla parte degli Aretini. Caduto nel 1289 nella battaglia di Campaldino, alla quale aveva partecipato lo stesso Alighieri, di lui non si è trovato più il suo corpo. Si pentì, morendo, pronunciando il nome di Maria. Il diavolo irato per aver perso la sua anima, fece scoppiare un temporale e la piena del fiume Archiano lo trascinò fino all’Arno.

 Poi disse un altro: «Deh, se quel disio

si compia che ti tragge a l’alto monte,

con buona pietate aiuta il mio!                   87

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;

Giovanna o altri non ha di me cura;

per ch’io vo tra costor con bassa fronte».  90

E io a lui: «Qual forza o qual ventura

ti traviò sì fuor di Campaldino,

che non si seppe mai tua sepultura?».         93

«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino

traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,

che sovra l’Ermo nasce in Apennino.           96

Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano,

arriva’ io forato ne la gola,

fuggendo a piede e sanguinando il piano.   99

Quivi perdei la vista e la parola;

nel nome di Maria fini’, e quivi

caddi, e rimase la mia carne sola.               102

Io dirò vero e tu ‘l ridì tra’ vivi:

l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno

gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?      105

Tu te ne porti di costui l’etterno

per una lagrimetta che ‘l mi toglie;

ma io farò de l’altro altro governo!”.           108

Ben sai come ne l’aere si raccoglie

quell’umido vapor che in acqua riede,

tosto che sale dove ‘l freddo il coglie.           111

Giunse quel mal voler che pur mal chiede

con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e ‘l vento

per la virtù che sua natura diede.                 114

Indi la valle, come ‘l dì fu spento,

da Pratomagno al gran giogo coperse

di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento,      117

sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;

la pioggia cadde e a’ fossati venne

di lei ciò che la terra non sofferse;              120

e come ai rivi grandi si convenne,

ver’ lo fiume real tanto veloce

si ruinò, che nulla la ritenne.                       123

Lo corpo mio gelato in su la foce

trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse

ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce     126

ch’i’ fe’ di me quando ‘l dolor mi vinse;

voltòmmi per le ripe e per lo fondo,

poi di sua preda mi coperse e cinse.            129

(39)

Poi un altro disse: «Orsù, ti auguro che si realizzi quel desiderio che ti spinge su per l’alto monte; tu con buona pietà aiuta il mio! Io fui uno di Montefeltro e mi chiamo Bonconte; né la mia vedova Giovanna né gli altri miei congiunti si curano di me, per cui io mi vergogno fra queste anime».

E io a lui: «Quale forza o caso fortuito ti trascinò fuori da Campaldino, così che il tuo corpo non fu mai ritrovato?» Lui rispose: “Oh! Ai piedi del Casentino scorre un torrente chiamato Archiano, che nasce in Appennino presso l’Eremo di Camaldoli. Nel punto dove si getta in Arno e perde il suo nome, arrivai io con la gola trafitta, fuggendo a piedi e insanguinando la pianura. Qui persi la vista e la parola; morii pronunciando il nome di Maria e caddi, e rimase solo il mio corpo.

Ora ti dirò la verità e tu riferiscila ai vivi: l’angelo di Dio mi prese, e quello d’inferno gridava: “O tu del cielo, perché mi togli ciò che mi spetta? Tu porti via la parte eterna (l’anima) di costui per una lacrimetta che me la toglie; ma io riserverò ben altro trattamento al corpo!”.

Tu sai bene come nell’atmosfera si raccolga quel vapore umido che ridiventa acqua, non appena sale dove è più freddo. Quel diavolo unì la sua volontà malvagia, che cerca solo il male, con il suo intelletto, e mosse il fumo e il vento grazie al potere che la natura gli ha concesso.

Poi, appena calò il sole, coprì di nebbia tutta la pianura da Pratomagno fino alle alte vette dell’Appennino; e rese il cielo soprastante gonfio di umidità, tanto che questa si trasformò in pioggia; essa cadde e ciò che la terra non riuscì ad assorbire riempì i fossati; l’Archiano rapinoso trovò il mio corpo morto sulla foce e lo spinse nell’Arno, sciogliendo la croce che avevo fatto sul mio petto con le braccia quando fui giunto alla fine; mi fece rotolare per le rive e sul fondale, poi mi seppellì coi detriti che aveva trascinato”.

Questa è la narrazione più lunga del canto, ma possiamo cogliere una interessante analogia fra Buonconte da Montefeltro e l’altro Guido da Montefeltro del canto XXVII dell’Inferno. In tutti e due gli episodi le potenze del cielo e quelle infernali entrano in collisione per il possesso dell’anima.

Francesco e il diavolo loico per Guido, e l’Angelo e il diavolo d’intelletto per Buonconte.

E credo che questo sia stato importante per l’Alighieri, tanto che lo stesso Buonconte chiede di farlo sapere ai vivi. Che cosa ci deve essere riferito? Innanzi tutto che le presenze demoniache non agiscono solo per malvagità, ma il loro potere si inscrive dentro una mente logica e dentro un’anima intellettiva. Uguali e Opposti agli Angeli, perché della stessa stirpe. Ma in questo canto il diavolo diventa scientemente vendicativo. Padrone delle nubi e dei venti provoca un diluvio sulla terra che trascinerà il corpo di Buonconte fino all’Arno, e solo perché è bastata una lacrimetta di pentimento per fargli conquistare la salvezza! Il filo misterioso che collega i canti 39-89 è proprio questo: il tema forte della VENDETTA opposta a MISERICORDIA. Due sentimenti forti che possono, in vita, spezzarci il cuore.

Pia de’ Tolomei, assassinata dal marito che la gettò dalla finestra, a Gavorrano (Grosseto), ai tempi Castel di Pietra, agli inizi del 1300.

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo,

e riposato de la lunga via»,

seguitò ‘l terzo spirito al secondo,          132

«ricorditi di me, che son la Pia:

Siena mi fé, disfecemi Maremma:

salsi colui che ‘nnanellata pria

disposando m’avea con la sua gemma».  136

(39)

«Orsù, quando sarai tornato sulla Terra e avrai riposato per il lungo cammino», proseguì un terzo spirito dopo il secondo, «ricordati di me, che son la Pia (de’ Tolomei); nacqui a Siena e fui uccisa in Maremma; lo sa bene colui che, dopo avermi chiesto in sposa, mi aveva dato l’anello nuziale».

Pochi versi dedicati a Pia, donna gentile che si preoccupa per la stanchezza del Pellegrino, e chiude in brevi suoni la storia della sua morte violenta, indicando nel marito il suo assassino, ma evitando di giudicarlo. E qui è sottile, ma molto notevole, la differenza fra Pia e Francesca (entrambe Custodi della Soglia Infernale e Purgatoriale). Tutte e due rapite alla vita da mano omicida, ma Francesca conosce la sua vendetta, ed è un marito che cadrà fra i traditori infernali; mentre, nel silenzio di Pia, si percepisce bene la quiete del perdono. Ma state attenti che non tutte le anime purganti sono pronte al perdono: dietro di loro lasciano una scia a volte carica di ombre, come racconta Buonconte: né la moglie né i suoi parenti si ricordano di lui, e di questo lui prova vergogna in mezzo alle anime che invece hanno lasciato in terra una scia di luce, grazie alla quale anche Manfredi chiede l’aiuto di sua figlia Costanza: una richiesta di irretimento d’amore fra i vivi e i morti.

Eccoli i personaggi scelti dal Poeta perché siano testimoni vivi dell’aiuola che ci fa tanto feroci.

Iacopo travolto dal tradimento, ma che prova il rimpianto di non essersi salvato dalla morte.

Buonconte travolto dalla guerra, è testimone diretto della vendetta del demonio e della misericordia dell’Angelo.

E Pia, lunghissima eco di Francesca donna uccisa, anche lei una Kore rapita agli Inferi, custode dell’Antipurgatorio, ma già gentilmente avvolta dal velo della misericordia e del perdono.

 

RIMPIANTO VENDETTA MISERICORDIA sono sentimenti pervasivi e diffusi in tutti e due i canti, e fra di loro si intrecciano e si confondono, pur rimanendo opposti: il rimpianto del convento trascinato alla deriva, il rimpianto di Jacopo, l’attesa di un gesto vendicativo da parte del Cielo, la vendetta del demonio, il perdono di Pia e la misericordia di tutti coloro che spinti da volontà superna accompagnano il Pellegrino verso l’ultima salute. Misericordia per un vivo peccatore, come ben ci ricorda Dante nel canto 89:

S’io torni mai, lettore, a quel divoto

triunfo per lo quale io piango spesso

le mie peccata e ‘l petto mi percuoto,    108

(89)

Ci restano nelle vene due canti tristi, dominati dalla sciagura di una carestia, e dalla violenza di un diluvio, due segni importanti per noi terrestri se arrivano dal Cielo o dagli Inferi!

Oltre al dolore dei Beati e al rumore della guerra e alla crudeltà dell’assassinio, o dovrei dire femminicidio?

Ma c’è una cosa ancora più grave che devo dirvi, sulle ultime parole di Benedetto: qualsiasi segno che possa mandare il Cielo, mai sarà uguale alla meraviglia di un Mar Rosso che si spacca in due, o di un Giordano che inverte il suo corso, e solo perché l’Umanità tutta ha smesso da lunga pezza di meravigliarsi davanti ai segni del cielo! Si abbassano gli occhi, si girano le spalle, si resta totalmente indifferenti. Si soffre e si spera, senza farci domande, con l’anima stretta e appiattita sul pavimento.

Intanto nell’89, le luci dei Beati, come fossero un turbine, risalgono la Scala, e Beatrice spinge Dante dietro a loro, come se Dante stesso dovesse diventare turbine (che sia questa la vorticosa tromba d’aria con la quale Saturno capovolge la sua rotta per consegnare Dante al Primo Mobile in senso antiorario?). 

Così mi disse, e indi si raccolse

al suo collegio, e ’l collegio si strinse;

poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.         99

La dolce donna dietro a lor mi pinse

con un sol cenno su per quella scala,

sì sua virtù la mia natura vinse;                   102

né mai qua giù dove si monta e cala

naturalmente, fu sì ratto moto

ch’agguagliar si potesse a la mia ala.         105

(89)

Così mi disse (Benedetto), e poi si raccolse insieme agli altri spiriti e si strinsero l’un l’altro; poi salirono in alto come un turbine. La mia dolce guida (Beatrice) mi spinse dietro di loro lungo la scala, con un solo cenno, e la sua virtù vinse la mia natura mortale; e qui sulla Terra, dove si sale e scende secondo natura, non ci fu mai un movimento così rapido che si possa paragonare alla mia ascesa verso l’alto.

E Beatrice lo invita a guardare dietro di sé, tutto il viaggio che ha percorso, e con uno sguardo impossibile da pensare in terra, vede tutto l’itinerario della sua fatica. Perché Saturno è anche questo: piena consapevolezza del Cammino.

Col viso ritornai per tutte quante

le sette spere, e vidi questo globo

tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;   135

… e tutti e sette mi si dimostraro

quanto son grandi e quanto son veloci

e come sono in distante riparo.               150

L’aiuola che ci fa tanto feroci,

volgendom’io con li etterni Gemelli,

tutta m’apparve da’ colli a le foci;

poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.      154

(89)

Con lo sguardo osservai tutti quanti i sette pianeti e vidi questo globo (la Terra) così piccolo che sorrisi del suo aspetto vile… e tutti e sette i pianeti mi si mostrarono nella loro reale dimensione e nella loro velocità, e nella reciproca posizione celeste. La piccola Terra che ci rende così feroci, mentre ruotavo insieme alla costellazione eterna dei Gemelli, mi apparve nella sua interezza (delle terre emerse); poi rivolsi i miei occhi a quelli, bellissimi, di Beatrice.

Eccoli, Beatrice e Dante: stanno già volando oltre le stelle, vrso il Primo Mobile, guardando tutto il Cosmo che si allontana.

Illustrazione del Botticelli che, da grande pitagorico, ben conosceva i disegni segreti di Dante. Questa che vedete è la mappa siderale, dalla Terra al Cielo delle Stelle Fisse, il canto 90 che segue a questo, disegnata e criptata nel XVI (50) del Purgatorio, canto che racconta la conquista dell’Anima Intellettiva.

Canto che, insieme al centesimo, chiude tutto il Poema.

Ma l’illustrazione di Botticelli ci rappresenta proprio il momento in cui Dante abbandona tutti gli ambiziosi e inutili codici terreni, e li rifugge tutti,  dentro una bolla di sapone che, senza spazio e senza tempo, se ne vola in alto fino a guardare il mondo dal punto di vista del Padre Eterno.

Siamo entrati nel Primo Mobile (che è Mens Dei), e tutto sfugge alle leggi terrene, e oltre la Volta Stellata, dentro la Mente di Dio, nessun esempio può collimare con l’esemplare!

Dante guarda perplesso, e con tanti punti interrogativi dentro gli occhi, l’Universo che gli sta scivolando via sotto i suoi piedi. Ma per fortuna restano sempre belli gli occhi di Beatrice.

Maria Castronovo

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