SECONDO GRANDE PASSAGGIO E IL “GRAN DISIO”

… ma qui convien ch’om voli;                 
dico con l’ale snelle e con le piume
del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e facea lume.  (38)
… di color d’oro in che raggio traluce
vid’io uno scaleo eretto in suso
tanto, che nol seguiva la mia luce.  (88)

PIGRI E CONTEMPLANTI

Entriamo in quarta ottava, e contemporaneamente in ottava ottava… e lasciatemelo scrivere perché è raro poterlo dire! Ci attende l’ultimo Sacro Dodici che, insieme al canto sigillato 100, fa tredici. I Canti che mancavano al libretto del Paradiso donato a Cangrande. E che mancavano quando Boccaccio aveva chiesto l’intero Poema ai figli dell’Alighieri, e, in seguito, miracolosamente ritrovati.

Forse significa questo il viaggiare in quarta dimensione: essere presenti in sincronia in due territori lontanissimi fra loro, una specie di passaggio anomalo dentro l’increspatura del Tempo.

Se le precedenti 37 conversazioni ci hanno resi forti e disposti a gustare i colpi di scena, allora guardiamoli bene questi due Grandi Passaggi, opposti e congiunti.

  • Sotto il segno del Sagittario Guaritore inizia la salita al monte della Guarigione, in opposizione al segno dei Gemelli che invece prendono in mano, in qualità di daimones, la staffetta abbandonata dai Centauri (38).
  • Nell’88 si sale al cielo di Saturno, e l’Aquila sostituisce il Grifone. In un luogo immaginale che brilla per la sua ambiguità: sceso all’inferno nella costellazione dei Gemelli, sotto la Gerusalemme Terrena, ora il Poeta sale, sempre insieme ai Gemelli, verso la Gerusalemme Celeste.
  • Se nel 38 Dante si accorge che il Sole muta il suo movimento spostandosi verso sinistra, ben sappiamo dalla terza Mappa dantesca (canto 100) che Saturno invertirà la sua orbita per poter consegnare il Poeta al Primo Mobile in senso antiorario.
  • La Geometria Sacra raccoglie al suo interno i Sette Pianeti e le 3 Stelle (3 Mappepietra filosofale governata da Mercurio) come se fossero gli alchemici compagni di viaggio del Poeta, ma i 10 Cieli del Paradiso possiedono una diversa collocazione che vedete in questa immagine. Dal 63 al 99 si contano 3 ottave, ma ne bastano due e mezzo per visitare il Paradiso (68-100): in ogni intervallo fra le punte di stella vengono descritti 3 Cieli.

  • L’Empireo è riservato al canto 100, come endecasillabo caudato, come il TUTTO che torna all’UNO (unduetre-unduetre-undutre-UNO, è il ritmo di tutto il Poema). Vista la perfezione del disegno, non sognatevi che sia una mia invenzione! State GUARDANDO l’Alighieri, e val la pena gustarselo fino in fondo, per quel poco che riesco a comprenderne. Certamente in circa 48 ore il Poeta viaggia per sette orbite planetarie, arriva alla Volta Stellata, esce dal confine delle Stelle, e veramente non si può immaginare come, e giunge all’Empireo.
  • Se il Primo Diametro di Passaggio (13-63) divide il Cerchio in Viaggio del Dolore e in Viaggio della Salvezza, con 7112 endecasillabi per semicirconferenza, che cosa ci può indicare il Secondo Diametro di Passaggio, il 38-88?

Il reperto primo riguarda la riflessione che Dante fa attorno alla conversazione con Manfredi. Gli era sembrato un brevissimo dialogo, due parole e via… e invece erano passate quasi quattro ore! Come può essere?

E però, quando s’ode cosa o vede

che tegna forte a sé l’anima volta,

vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede;   9

ch’altra potenza è quella che l’ascolta,

e altra è quella c’ha l’anima intera:

questa è quasi legata, e quella è sciolta.      12

Di ciò ebb’io esperienza vera,

udendo quello spirto e ammirando;

ché ben cinquanta gradi salito era               15

lo sole, e io non m’era accorto…

 (38)

E perciò, quando si ascolta o si vede una cosa che assorbe tutta l’attenzione dell’anima, il tempo corre e l’uomo non se ne accorge; infatti, la potenza che percepisce lo scorrere del tempo è una, mentre quella che possiede l’anima intera (cioè che unisce le sue tre dimensioni: vegetativa, sensitiva e intellettiva) è un’altra: quest’ultima è quasi legata, mentre la prima è sciolta. Di questo io ebbi una conferma diretta, ascoltando quello spirito (Manfredi) pieno di stupore; infatti, il sole era salito in cielo di ben cinquanta gradi e io non me n’ero accorto…

Anima legata a cosa? Ragione sciolta da cosa? Andrebbe indagata la questione posta dal Poeta: perché l’Intelligenza del cervello è libera, e invece quella dell’anima è “quasi legata”? Quando siamo presenti a noi stessi, difficilmente perdiamo il controllo del tempo e manteniamo sempre vivo il margine d’azione. Un esempio? I conduttori televisivi che sanno sempre mandare la pubblicità al momento giusto, redarguiti da messaggi visivi fuori campo! La libertà di non perdere mai il tempo reale: chi afferra l’ironia del messaggio è già in altissima salita!

Al contrario l’Anima è quasi legata in se stessa perché può permettersi il lusso di perdere il contatto con la realtà!

E questo è vero: quando l’anima si immerge in un qualcosa di ammaliante, il tempo passa in fretta! Quando siamo costretti all’attesa o ad agire azioni di molto noiose, il tempo non passa mai.

Arguto questo bambino ri-nato, e pronto ad alzarsi su due gambe come i due guerrieri gemelli, che si accorge che l’anima ha tempi diversi da quelli del corpo! Fino a qualche ora prima solo Virgilio viaggiava con orologio alla mano, mettendo fretta. Il discepolo eseguiva, vivendo dentro un eterno presente, privo del giorno e della notte. Come il tempo dell’infanzia, recalcitrante ai pasti, al sonno, al risveglio, e a tutte le scadenze degli adulti, e coinvolta solo dalla dimensione del gioco. Ora Dante riconosce il tempo interiore, il tempo dell’anima, e se ne stupisce.

Stupore identico nell’88:

Già eran li occhi miei rifissi al volto

de la mia donna, e l’animo con essi,

e da ogne altro intento s’era tolto.       3

E quella non ridea; ma «S’io ridessi»,

mi cominciò, «tu ti faresti quale

fu Semelè quando di cener fessi;           6

ché la bellezza mia, che per le scale

de l’etterno palazzo più s’accende,

com’hai veduto, quanto più si sale,       9

se non si temperasse, tanto splende,

che ‘l tuo mortal podere, al suo fulgore,

sarebbe fronda che trono scoscende.     12

(88)

I miei occhi erano ormai nuovamente fissi al volto della mia donna, e insieme ad essi il mio animo, privo di qualunque altro interesse. E Beatrice non sorrideva; ma cominciò a dirmi: «Se io sorridessi, tu diventeresti tale quale divenne Semele quando fu incenerita (da un fulmine di Giove, quando lei pretese di volerlo gurdare in tutto il suo splendore); infatti la mia bellezza, che accresce man mano che saliamo le scale del palazzo eterno (il Paradiso), come hai visto, se non fosse temperata splenderebbe a tal punto che la tua vista mortale, al suo fulgore, sarebbe un ramo abbattuto dal fulmine.

Dolore vivo, non poter più perdersi dentro il sorriso di Beatrice! Ma Dante riesce a sopportarlo, perché da Beatrice accetterebbe tutto, anche una morte lenta! quanto m’era a grato ubidire a la mia celeste scorta, quanto era bello obbedire alla mia guida celeste! Quando mi invitò, ancora una volta, a guardarmi attorno.

Dentro al cristallo che ‘l vocabol porta,

cerchiando il mondo, del suo caro duce

sotto cui giacque ogne malizia morta,     27

di color d’oro in che raggio traluce

vid’io uno scaleo eretto in suso

tanto, che nol seguiva la mia luce.          30

Vidi anche per li gradi scender giuso

tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume

che par nel ciel, quindi fosse diffuso.        33

(88)

Dentro il Cielo che, ruotando intorno alla Terra, porta il nome del dio (Saturno) sotto il quale ogni malizia fu stroncata (durante l’età dell’oro, una età edenica), io vidi una scala dorata e scintillante dei raggi del Sole che saliva verso l’alto, tanto che non ne potevo vedere la fine. Vidi anche che scendevano lungo la scala tante luci, al punto che pensavo che ogni stella del cielo si diffondesse in essa.

Il secondo reperto che ci interessa è la SCALA. Ora ne troviamo un’altra nel canto IV (38).

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,

montasi su in Bismantova e ‘n Cacume

con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;   27

dico con l’ale snelle e con le piume

del gran disio, di retro a quel condotto

che speranza mi dava e facea lume.               30

Noi salavam per entro ‘l sasso rotto,

e d’ogne lato ne stringea lo stremo,

e piedi e man volea il suol di sotto.                 33

(38)

Si procede in Sanleo e si scende a Noli, si sale sul Bismantova e sul monte Cacume solo con i piedi; ma lì (sul monte del purgatorio) è necessario volare; volare, intendo dire, con le ali leggere e le piume del grande desiderio, dietro a quella guida (Virgilio) che mi dava speranza e faceva strada. Noi salivamo entro il sentiero scavato nella roccia e le estremità ci stringevano da ogni lato, e bisognava aiutarsi con mani e piedi.

Più che una scala, è una salita in sesto grado, in parete verticale, senza corde senza ferrate, e usando solo mani e piedi. Come scrive con precisione il Poeta:

Lo sommo er’alto che vincea la vista,

e la costa superba più assai

che da mezzo quadrante a centro lista. 42

(38)

La cima era così alta che non si vedeva, e la pendenza assai più ripida del raggio a metà del quadrante, che sta puntando al suo centro.

E se non ci credete, gustatevi anche la foto che scatta Dante in tale impareggiabile occasione: i due quadranti sono i due diametri che dividono in 4 parti uguali un cerchio. Il Mezzo Quadrante è il raggio che dal 38 corre al suo centro, cadendo perpendicolarmente, verticale, sulla corda del quadrato inscritto 26-49.

Il Secondo Diametro di Passaggio viene fotografato dalla Geometria Sacra, che, contemporaneamente, traccia anche il Primo Diametro. Così l’Alighieri semina gli indizi attorno al progetto geometrico del suo Poema.

 

Su questa ripida salita è necessario volare (com’om voli) con l’ale snelle e con le piume del gran disio.

Il terzo reperto importante, quindi, è il gran disio. DESIDERIO GRANDE, quello che sa veramente mettere le ali ai piedi. E che torna, sottolineato due volte, nell’88.

Ma quella ond’io aspetto il come e ‘l quando

del dire e del tacer, si sta; ond’io,

contra ‘l disio, fo ben ch’io non dimando.  48

Per ch’ella, che vedea il tacer mio

nel veder di colui che tutto vede,

mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».             51

(88)

Ma colei (Beatrice) dalla quale aspetto che mi suggerisca quando parlare e quando tacere, non fa nulla; per cui io, pur contro il mio desiderio, faccio bene a non domandare. Allora lei, che vedeva le ragioni del mio silenzio nella mente di Colui (Dio) che vede tutto, mi disse: «Sciogli il tuo ardente desiderio».

Era scesa dalla scala d’oro un’anima splendente, e ancora senza nome (ma si tratta di Pier Damiani), era scesa ad accogliere il Pellegrino che aveva tanto desiderio di porre una domanda, ma non ne aveva il coraggio, fino a quando non lo spinse Beatrice a risolvere il suo ardente desiderio. Perché qui nessuno sorride più? Nessuno canta, nessuno danza… che gran silenzio c’è su Saturno!

«Tu hai l’udir mortal sì come il viso»,

rispuose a me; «onde qui non si canta

per quel che Beatrice non ha riso.              63

Giù per li gradi de la scala santa

discesi tanto sol per farti festa

col dire e con la luce che mi ammanta;      66

né più amor mi fece esser più presta;

ché più e tanto amor quinci sù ferve,

sì come il fiammeggiar ti manifesta.             69

Ma l’alta carità, che ci fa serve

pronte al consiglio che ‘l mondo governa,

sorteggia qui sì come tu osserve».               72

(88)

Mi rispose: «Tu hai l’udito mortale come la vista; ecco perché qui non si canta, per la stessa ragione per cui Beatrice non ha sorriso. Sono scesa lungo i gradini della scala santa solo per festeggiare la tua presenza, con parole e con la luce che mi avvolge; non fui più sollecita per un particolare affetto per te; infatti, più in alto l’amore delle anime è pari o superiore al mio, come il loro splendore ti dimostra. Ma l’alta carità, che ci rende pronte a obbedire al giudizio di Dio che governa il mondo, ci assegna a sorte dei compiti come tu osservi».

Se cantassimo, ne saresti incenerito! Offre la stessa risposta di Beatrice. Ma Pier Damiani parla anche di una forza d’Amore molto più elevata di quanto possiamo immaginare, di una forza d’Amore che spinge le anime a compiere ogni missione che viene sorteggiata per loro (ora comprendi Dante che anche per te è stata sorteggiata una missione?).

Saturno è il pianeta dell’astronomia-astrologia, disciplina lentissima da apprendere come è lentissima l’orbita del pianeta: l’intero Zodiaco viene completato in circa 29 anni. Incontriamo il nostro Saturno Natale quando nasciamo, attorno ai 30 anni, e attorno ai 60 e, se ci va bene, anche attorno ai 90, per questo si dice che sia il tutore dei grandi cicli della nostra vita. La Virtù che dona è quella della DISCREZIONE: imparare a tacere quando dobbiamo tacere, e a parlare quando dobbiamo parlare (come afferma il Poeta quando parla di Beatrice). E a discernere bene fra le due cose. E così si comportano le anime… assorte dentro il silenzio claustrale della contemplazione che non prevede esclusivamente l’adorazione del Mistero e la Preghiera: al contrario si narra del lungo correre delle notti guardando il cielo, misurandone i movimenti, e tentando di sciogliere gli enigmi dell’ordinata armonia del Cosmo.  E di giorno lavorare in officina, per scoprire l’alchemico segreto delle erbe e dei rimedi. E non dimentichiamo i lavori dell’Orto e dello Scriptorium. Tutti momenti di contemplazione. Vocabolo scomparso nel nostro quotidiano uso, sostituito con il suo surrogato succedaneo che prende il nome di MEDITAZIONE. Non ve ne siete mai accorti che il contemplare è azione del’Anima e che il meditare mette in moto il Cervello?

E intanto che succede nel canto 38? Cogliamo un Dante in pieno stupore e in piena meditazione, perché non riesce a comprendere il movimento del sole dentro il Cielo, e si sta ponendo domande!

Ben s’avvide il poeta ch’io stava

stupido tutto al carro de la luce,

ove tra noi e Aquilone intrava.                60

Ond’elli a me: «Se Castore e Poluce

fossero in compagnia di quello specchio

che sù e giù del suo lume conduce,           63

tu vedresti il Zodiaco rubecchio

ancora a l’Orse più stretto rotare,

se non uscisse fuor del cammin vecchio.   66

(38)

Virgilio capì che io guardavo meravigliato il carro della luce (il sole), nel punto in cui avanzava tra noi e il nord. Allora mi disse: «Se la costellazione dei Gemelli fosse congiunta con quello specchio che fa salire e scendere la luce (cioè se fosse congiunta al sole, e quindi nel mese di giugno), tu vedresti lo Zodiaco rosseggiante (il sole stesso) ruotare ancora più vicino al nord, a meno che non uscisse dal suo consueto cammino.

Irrompono i Dioscuri, e così inizia l’Arco dell’Anima Intellettiva! E Virgilio produce la lectio magistralis astronomica più importante del Poema, e la più bella che sia stata scritta.

Si parla del mondo capovolto, dell’emisfero meridionale e di come si trasforma il punto di vista dell’Osservatore, e si argomenta di Primo Mobile e di Equatore Celeste, e di Orizzonte del Sole, e appare ai nostri occhi la Sfera Armillare. Una grande impresa per il Trecento, come se adesso un fisico ci raccontasse in endecasillabi il Modello Standard della Fisica!

Se volete approfondirla, Vi invio alla Stella di Barga. Ora val la pena cogliere la netta opposizione fra il silenzio di Beatrice, e l’elevata opera di divulgazione di Virgilio.

Quarto reperto di grande interesse: tacere e parlare. Mettiamoli insieme tutti e quattro:

  • il tempo interiore dell’anima intellettiva (nell’88 l’Alighieri preferisce il vocabolo anima, tant’è vero che Pier Damiani si declina al femminile, parlando da anima).
  • la salita di scale facili (88, ma ci son voluti 87 canti per arrivarci!) e difficili (38)
  • il gran disio
  • la discrezione saturnina e la lectio virgiliana

Incontrando Saturno, si incontra anche il Tempo. Lui è Kronos, e adesso pare solo il meccanismo interno di un cronometro. Ma chissà di quale TEMPO sia il controllore! Lui, che il tempo avrebbe voluto fermarlo, mangiando i suoi figli appena nati, perché non vedessero la luce del sole e così interrompere la sua regalità, come poi accadde con Zeus che lo detronizzò. Dio di un tempo che non sa ancora di essere tempo, o dio della cronologia, quando il tempo rettilineo prende coscienza di sé? Oppure, anche divinità dei nostri tempi interiori, di quelli che ci truccano lo scorrere del giorno, i nostri tempi circolari?

Kronos è tutto questo, e altro ancora, e Dante ne sente la presenza quando si scopre in possesso del TEMPO, attraverso la conversazione con Manfredi.

Virgilio e Saturno, che domina il sapere dell’astrologia, invece, donano al nostro bimbo cresciuto la meraviglia stupita dello SPAZIO COSMICO. Basta! E’ fatta! Quando conquisti TEMPO e SPAZIO sei pronto per essere affidato ai Dioscuri. Finisce l’infanzia sensitiva ed esperienziale, grazie alla quale hai visto tante cose, ma hai trascinato con te tutte le paure, l’orrore, il disgusto, il tuo pianto e la tua compassione, gli smarrimenti improvvisi che ti hanno spinto a stringerti al Maestro, i tuoi dubbi e la tua indignazione, la pietà e la rabbia… tutto finisce dentro la liquidità infernale delle emozioni. Ora è tempo di affidarti ai Dioscuri, alla loro Doppia Conoscenza del visibile e dell’invisibile, all’Anima Intellettiva. ARIA dentro i tuoi polmoni!

Ora ti metti in piedi, e cominci a SALIRE, verso quelle altezze inarrivabili, con l’aiuto del Gran Disio che ti mette le ali ai piedi, il desiderio più grande che coltiva l’Umanità: quello di poter CONOSCERE.

Il tuo diamante sta spalancando lo spettro policromatico del mondo!

Ma se a te piace, volontier saprei

quanto avemo ad andar; ché ‘l poggio sale

più che salir non posson li occhi miei.  (34)

(38)

La prima volta che Dante chiede al Maestro… ma quanto tempo ci vuole per salire, che, tra l’altro, mi pare una salita lunghissima!? TEMPO e SPAZIO!

Ma una voce, alla fine della salita e alla fine della lectio magistralis di Virgilio, la voce di Belacqua, si fa sentire, e gli dice che sarebbe ora di riposarsi.

Conobbi allor chi era, e quella angoscia

che m’avacciava un poco ancor la lena,

non m’impedì l’andare a lui; e poscia     117

ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,

dicendo: «Hai ben veduto come ‘l sole

da l’omero sinistro il carro mena?».      120

(38)

Allora lo riconobbi e quell’affanno che mi affaticava un poco ancora il respiro non mi impedì di andare da lui; e dopo averlo raggiunto, egli alzò a malapena la testa, dicendomi: «Hai visto come il sole compie il suo cammino dal lato sinistro?»

Belacqua, il Pigro, che chiede con ironia… e adesso a che ti serve conoscere i movimenti del sole? Belacqua, seduto immobile come una pietra, che si rifiuta, all’invito di Dante, di alzarsi e di camminare, di andare verso l’entrata del Purgatorio… e a che vale se l’Angelo non mi farà entrare?

Belacqua: pietrificata anima di chi non vuol salire, di chi non vuol conoscere, perché anche di questo è fatta l’Umanità. Belacqua: il simmetrico opposto a Pier Damiani, pigri e contemplatori che si stanno specchiando.

… ma questo è quel ch’a cerner mi par forte,

perché predestinata fosti sola

a questo officio tra le tue consorte».  78

(88)

… ma è proprio questo che mi sembra difficile da DISCERNERE, perché tu sola sei stata destinata a questo particolare compito rispetto alle altre anime.

Seconda domanda a Pier Damiani: perché la tua anima si è mossa per accogliermi, chi ti ha fatto scendere la scala, chi ti ha scelto per questo compito?

Simmetrico e contrario a Belacqua, Pier Damiani risponde:

«Luce divina sopra me s’appunta,

penetrando per questa in ch’io m’inventro,   84

la cui virtù, col mio veder congiunta,

mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio

la somma essenza de la quale è munta.          87

Quinci vien l’allegrezza ond’io fiammeggio;

per ch’a la vista mia, quant’ella è chiara,

la chiarità de la fiamma pareggio.                   90

Ma quell’alma nel ciel che più si schiara,

quel serafin che ‘n Dio più l’occhio ha fisso,

a la dimanda tua non satisfara,                        93

però che sì s’innoltra ne lo abisso

de l’etterno statuto quel che chiedi,

che da ogne creata vista è scisso.                     96

E al mondo mortal, quando tu riedi,

questo rapporta, sì che non presumma

a tanto segno più mover li piedi.                         99

La mente, che qui luce, in terra fumma;

onde riguarda come può là giùe

quel che non pote perché ‘l ciel l’assumma».      102

«La luce di Dio penetra in me, attraverso questa luce dentro alla quale io m’inventro (divento il ventre di questa luce), e la cui virtù, unita alla mia anima intellettiva (il mio veder), mi innalza a tal punto sopra di me che io vedo la suprema essenza del punto da cui la luce proviene. Da qui viene l’allegria di cui io risplendo; infatti il mio splendore è uguale a quello, ma solo con intensità pari alla capacità del mio sguardo [la Luce divina la si percepisce proporzionalmente alla luminosità del nostro intelletto]. Ma anche quell’anima nel Cielo che più è illuminata da Dio (Maria), quel Serafino che figge maggiormente il suo occhio in Dio, non potrebbe rispondere alla tua domanda, poiché ciò che chiedi si interna a tal punto nell’abisso del giudizio divino che è lontanissimo dallo sguardo di ogni creatura. E quando sarai tornato sulla Terra, porta questo messaggio, affinché gli uomini non abbiano la presunzione di voler comprendere qualcosa di così inconoscibile. La mente (anima) umana, che qui è illuminata, sulla Terra è offuscata; dunque, guarda come potrebbe fare laggiù (la vostra anima) quel che non riesce a fare neppure quando è accolta in Cielo».

Nemmeno Maria, potrebbe risponderti, e poi, perché dovrebbe? Se anche questo è dolce non saperlo?

Abisso Ignoto, che il Poeta non smette mai di declinare in tutte le sue forme, indicando sempre la nostra mente annebbiata, i nostri limiti, il nostro orgoglio… con la grave, gravissima,  aggiunta della pigrizia mentale!

Abisso Ignoto retto dal verbo SAPERE, dalla gustosa sapidità della SAPIENZA, che certamente non è sinonimo di CONOSCENZA,

Davanti alla SAPIENZA, spesso è giusto tacere, come fa Beatrice, essendo lei stessa SOPHIA.

SAPIENZA E’ CONTEMPLAZIONE DELL’ABISSO IGNOTO,

PUR SAPENDO DI NON RIUSCIRE MAI A SAPERLO.

Questo è il vero senso delle parole di Pier Damiani (senso da ricordare con buona determinazione per comprendere al meglio il canto 100, quando emergerà la vera immagine della VISIONE).

Così come l’astronomo-astrologo fissa la volta stellata, la contempla e ne attrae tutta la sua bellezza, la sua intelligenza, il suo perfetto equilibro, la sua luce… pur sapendo di non poter arrivare mai alla fine di quel mistero, così i Contemplanti sono attratti in vita dalla visione inconoscibile del PRINCIPIO delle cose.

Alla silenziosa ricerca dell’Infinito di Sé, e dell’Infinito del Cosmo.

Pur nella clausura conventuale, Pier Damiani non si è fermato mai, sia dentro il suo segreto mondo interiore, e sia dentro gli elaborati Codici degli amanuensi benedettini, strumento irrinunciabile di Conoscenza.

Abate di Fonte Avellana, sotto il monte Catria: monastero che ancora conserva lo Scriptorium con le finestre rivolte al viaggio del Sole, perché si doveva scrivere dall’alba al tramonto. E gli antichi Codici che furono sfogliati dallo stesso Alighieri che, senza saperlo, lasciò il suo nome alla Biblioteca del Monastero.

«Tra ‘ due liti d’Italia surgon sassi,

e non molto distanti a la tua patria,

tanto che ‘ troni assai suonan più bassi,  108

e fanno un gibbo che si chiama Catria,

di sotto al quale è consecrato un ermo,

che suole esser disposto a sola latria».    111

Così ricominciommi il terzo sermo;

e poi, continuando, disse: «Quivi

al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,            114

che pur con cibi di liquor d’ulivi

lievemente passava caldi e geli,

contento ne’ pensier contemplativi.          117

Render solea quel chiostro a questi cieli

fertilemente; e ora è fatto vano…

(88)

«Tra le due coste d’Italia (tirrenica e adriatica) ci sono delle montagne (l’Appennino Tosco-Marchigiano), non molto distanti da Firenze, così alte che i tuoni cadono molto più bassi, e formano una cima chiamata Catria, al di sotto della quale è consacrato un eremo (Fonte Avellana) che solitamente è riservato al culto di Dio». Così iniziò il suo terzo discorso; poi, continuando, disse: «Qui mi dedicai al servizio di Dio con tale dedizione, che trascorrevo facilmente estati e inverni mangiando cibi di magro (liquor d’ulivi vuol dire molto di più! Se si pensa alla PACE che è fondante e necessaria alla contemplazione, come è anche fondante del viaggio dantesco in cui la Pace viene conquistata con l’esperienza dell’Inferno, e va aggiunto anche che liquore è simbolo preciso dello Spirito), accontentandomi dei pensieri contemplativi. Un tempo quel convento era fertile per questi Cieli; e ora è si è fatto tutto vuoto…

Camminare, sì. In viaggio si cammina, e il corpo di Dante cammina e vola nelle tre cantiche. E quando viaggia l’Anima, pur restando immobili, non è un ugual cammino? Restano sempre in gioco TRASFORMAZIONE e DISTILLAZIONE ed ELEVAZIONE.

Cose delle quali ci sta parlando Pier Damiani e noi nemmeno ce ne accorgiamo: di quanto possa essere fertile la clausura se si riesce a far fiorire il Cielo! Umiltà, con radice di humus: ciò che rende fertile il mondo.

38 e 88 sono considerati canti minori e soprattutto noiosi, e invece costituiscono il Secondo Diametro Sacro, insieme al 37-87.

Se il primo diametro è dedicato al Viaggio (del Dolore e della Salvezza), il secondo rappresenta l’unico vero strumento che può essere d’aiuto al Viaggio, e cioè il DESIDERIO GRANDE. Quello che i Greci chiamavano EROS, oppure ENTUSIASMO, en tou theòs asmòs, “il dio che soffia dentro di te”, e che ti mette in movimento anche se non conosci il tuo traguardo, perché solo Eros può creare il movimento, compreso quello del sole e delle stelle, platonico o non platonico che sia!

Ora sappiamo a che cosa è legata l’anima intera, e da che cosa è sciolta la ratio oggettiva che computa i secondi per quanto valgono. Si tratta di una unica cosa, che si chiama EROS.

E certo che questo convento ormai è tutto vuoto! Svuotato dell’anima, e svenduto alle inique forme del Potere.

Or voglion quinci e quindi chi rincalzi

li moderni pastori e chi li meni,

tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.     132

Cuopron d’i manti loro i palafreni,

sì che due bestie van sott’una pelle:

oh pazienza che tanto sostieni!».            135

(88)

Ora i pastori moderni vogliono servi che li sorreggano da ambo i lati e che li trasportino, tanto sono pesanti, e che li alzino da dietro. Con i loro mantelli coprono i cavalli, così che due bestie sono coperte dalla stessa pelle: oh, quanto è grande la pazienza di Dio che sopporta tutto questo!

Ora i pastori moderni preferiscono servi azzerbinati, con le caviglie saturnine imbrigliate dal piombo delle loro isterie… il tempo che corre rettilineo e bello col tasso del denaro, i dati oggettivi che sanno loro soli come si fa ad oggettivare il mondo, la ratio digitale e binaria, le proiezioni, i calcoli, i sondaggi… e tutta la pesantezza della loro densità materica… e tutta la fanghiglia che li ricopre fatta di avidità di ipocrisia di arroganza e di superbia, del loro EGO smisurato e tracimante che li fa apparire veramente come sono: BESTIE.

A questa voce vid’io più fiammelle

di grado in grado scendere e girarsi,

e ogne giro le facea più belle.                  138

Dintorno a questa vennero e fermarsi,

e fero un grido di sì alto suono,

che non potrebbe qui assomigliarsi;

né io lo ‘ntesi, sì mi vinse il tuono.          142

(88)

A queste parole vidi tante luci fiammeggianti che scendevano lungo i gradini della scala e ruotavano, e a ogni giro cresceva la loro bellezza. Si fermarono intorno alla luce di Pier Damiani, ed emisero un grido fortissimo, tale che non potrebbe essere descritto; e io non ne compresi il senso, tanto mi assordò il tuono.

E noi invece l’abbiamo ben compreso l’urlo sdegnato e infuriato dei Beati Spiriti contro chi si sottrae al Mondo Invisibile preferendo incollare l’anima al pavimento… adhaesit pavimento anima mea!

Immaginate una chiesa affollata, immersa nel silenzio del rito, che, ad un tratto, e senza sapere come, risuona di un altissimo grido che fa tremare i muri, provocato da tutte le voci di tutti i fedeli: un urlo di dolore contro i propri pastori. Qui il paradiso sfiora ciò che in terra sarebbe definito come altissimo sacrilegio! E dentro il silenzio claustrale di Saturno l’urlo potente ci rivela che nulla può essere più disperante della perdita dell’Anima Intellettiva.

E che succede nel 38?

E già il poeta innanzi mi saliva,

e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco

meridian dal sole e a la riva

cuopre la notte già col piè Morrocco».  139

(38)

Perché stai ancora a perder tempo con Belacqua? Con un pigro, che nemmeno in morte si è pentito della sua totale incapacità di guardare oltre l’orizzonte dell’oggettivo, e di bloccare il cammino della sua anima del quale lei avrebbe avuto tanto bisogno! Ed ora si rannicchia tutto, con le ginocchia chiuse fino al mento, che pare un uovo abbandonato sotto la roccia. Come ha tenuto a forma d’uovo la sua anima, senza farla fiorire. Ben gli sta, se si è fatto divorare tutto dal suo Ego, privo di eros e di gran disìo!

Sbrigati! Cammina! Che sulla spiaggia del Marocco già si è fatta notte!

(E da lontano si sente in sincronia l’eco del terribile tuono! NO: il paradiso non si dimentica mai della Terra!)

Maria Castronovo

 

Riferimenti:
https://www.facebook.com/maria.castronovo2?fref=ts
https://www.facebook.com/IDisegniSegretiDiDante
Libri di Maria: https://www.visionealchemica.com/i-libri-di-maria-castronovo-disponibili-gratuitamente/

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