37-87, il III del Purgatorio e il XX del Paradiso: LA GIUSTIZIA DIVINA

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,

revelando a la mia buona Costanza

come m’hai visto, e anco esto divieto;

ché qui per quei di là molto s’avanza. (37)

… ora conosce che ‘l giudicio etterno

non si trasmuta, quando degno preco

fa crastino là giù de l’odierno. (87)  

 

MANFREDI E I GIUDICI DI TERRA E DI CIELO

In questa conversazione fra canti, finalmente, si getta luce sul mistero della Divina Giustizia.

Se i Dioscuri alla fine del Purgatorio, hanno donato a Dante (con il viatico lasciato dal sogno binato di Rachele e Lia) la Doppia Conoscenza, le due dimensioni attiva e contemplativa, la Libertà e la Visione della Terra Promessa, ora i Centauri, nella figura di Manfredi, regalano al Poeta la Pace (con tutti e con se stesso) conquistata nel cammino infernale, e la reale visione della Divina Giustizia.

Pier delle Vigne e Manfredi (persone di casata Sveva) segnano i confini del territorio centaurico: centauro sconfitto il primo, e centauro in salita il secondo.  

E un di loro incominciò: «Chiunque

tu se’, così andando, volgi ‘l viso:

pon mente se di là mi vedesti unque».          105

Io mi volsi ver lui e guardail fiso:

biondo era e bello e di gentile aspetto,

ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.        108

Quand’io mi fui umilmente disdetto

d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;

e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.    111

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,

nepote di Costanza imperadrice;

ond’io ti priego che, quando tu riedi,          114

vadi a mia bella figlia, genitrice

de l’onor di Cicilia e d’Aragona,

e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice.             117

Poscia ch’io ebbi rotta la persona

di due punte mortali, io mi rendei,

piangendo, a quei che volontier perdona. 120

Orribil furon li peccati miei;

ma la bontà infinita ha sì gran braccia,

che prende ciò che si rivolge a lei.           123

(37)

Io mi voltai verso di lui e lo guardai attentamente: era biondo, bello e di nobile aspetto, ma uno dei sopraccigli era diviso da una ferita mortale. Quando gli ebbi detto umilmente di non averlo mai visto, lui ribatté: «Ora guarda»; e mi mostrò una piaga in alto sul petto. Poi sorridendo disse: «Io sono Manfredi, nipote dell’imperatrice Costanza; allora io ti prego, quando tornerai sulla Terra, di andare dalla mia bella figlia (Costanza), madre dei due eredi della corona di Sicilia e Aragona, e di dirle la verità su di me, se si racconta altro sulla mia sorte ultraterrena. Dopo che io ricevetti (a Benevento) due ferite mortali, io mi rivolsi pentito e in lacrime a Colui che perdona volentieri. I miei peccati furono orrendi, ma la bontà divina ha delle braccia così ampie che accoglie tutti coloro che si rivolgono a lei.                

Morto in battaglia di morte violenta, negli ultimi istanti di vita chiede perdono, e così viene accolto nel luogo della salvezza.

E questa è la prima cosa che sappiamo: che il pentimento apre la strada della salvezza, e pochi secondi sono sufficienti per chiedere misericordia. Ma stiamo solo sfiorando la letteralità del testo. Che sta accadendo nell’87?

Poscia che i cari e lucidi lapilli

ond’io vidi ingemmato il sesto lume

puoser silenzio a li angelici squilli,      18

udir mi parve un mormorar di fiume
che scende chiaro giù di pietra in pietra,
mostrando l’ubertà del suo cacume.     21

E come suono al collo de la cetra

prende sua forma, e sì com’al pertugio

de la sampogna vento che penètra,       24

così, rimosso d’aspettare indugio,

quel mormorar de l’aguglia salissi

su per lo collo, come fosse bugio.         27

Fecesi voce quivi, e quindi uscissi

per lo suo becco in forma di parole,

quali aspettava il core ov’io le scrissi. 30

«La parte in me che vede e pate il sole

ne l’aguglie mortali», incominciommi,

«or fisamente riguardar si vole,          33

perché d’i fuochi ond’io figura fommi,

quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,

e’ di tutti lor gradi son li sommi.       36

(87)

Dopo che le preziose e scintillanti gemme di cui io vidi costellato il VI Cielo cessarono quegli squilli angelici, mi sembrò di sentire il mormorio di un fiume che scende a valle terso, di pietra in pietra, mostrando l’abbondanza d’acqua della sua cima. E come il suono si forma sul manico della cetra, e come si sente il soffio d’aria che entra nel foro della zampogna, così, ponendo fine a ogni indugio, quel mormorio dell’aquila salì su per il suo collo, come se questo fosse forato. Qui si tramutò in voce e di qui uscì attraverso il becco in forma di parole distinte, che il mio cuore, dove io le annotai, attendeva. Iniziò a dire: «La parte di me che nelle aquile mortali vede e sopporta il sole (l’occhio), ora dovrà essere da te fissata con attenzione, perché, di tutte le anime di cui sono composta, quelli che brillano nel mio occhio sono i più degni di tutti i beati.

L’immagine della voce di Dio, che sale lentamente dalla profondità di un soffio d’aria con il suono  dell’acqua di fiume. Un mormorio lieve che prima si fa forma-pensiero e poi si fa suono e poi si fa parola… da apprezzare questa Triade Sacra che è sempre origine del TUTTO! Questa voce invita Dante a guardare fissamente il suo occhio, perché è lì che scintillano i Beati più degni. L’altro occhio è invisibile, e non perché son tutte di profilo le aquile imperiali! Ma è il volto nascosto di Dio, quello che nemmeno i Beati possono vedere.

Resta il profilo visibile, però. Quello che spesso chi giudica le cose della terra si rifiuta di volere vedere. Come i giudici che avevano scomunicato Manfredi, negando sepoltura in terra consacrata.

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia

di me fu messo per Clemente allora,

avesse in Dio ben letta questa faccia,    126

l’ossa del corpo mio sarieno ancora

in co del ponte presso a Benevento,

sotto la guardia de la grave mora.        129

(37)

Se il vescovo di Cosenza, che allora fu incitato contro di me da papa Clemente IV, avesse letto questo volto del perdono di Dio, le ossa del mio corpo sarebbero ancora sepolte sotto il mucchio di sassi presso la testa del ponte, a Benevento.

Né il papa né il vescovo si fecero sfiorare dal sospetto che il volto visibile di Dio è il volto del perdono e della misericordia. Ci fu la scomunica, per Manfredi, e la dispersione delle ossa. E questo deve dire Dante a Costanza: che il padre è salvo, nonostante le feroci sentenze della Chiesa. Ci si dovrebbe ricordare di Tommaso, quando affermava che è necessario il piede di piombo prima di giudicare le cose… ma è sempre in eccesso la misura dell’orgoglio! E questa è la seconda cosa che veniamo a sapere: che siamo troppo orgogliosi per poter credere al perdono.

La Voce, a questo punto, darà un nome ai suoi Beati Scintillanti:

Colui che luce in mezzo per pupilla,

fu il cantor de lo Spirito Santo,

che l’arca traslatò di villa in villa:  39

ora conosce il merto del suo canto,

in quanto effetto fu del suo consiglio,

per lo remunerar ch’è altrettanto.     42

Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,

colui che più al becco mi s’accosta,

la vedovella consolò del figlio:          45

ora conosce quanto caro costa

non seguir Cristo, per l’esperienza

di questa dolce vita e de l’opposta.   48

E quel che segue in la circunferenza

di che ragiono, per l’arco superno,

morte indugiò per vera penitenza:      51

ora conosce che ‘l giudicio etterno

non si trasmuta, quando degno preco

fa crastino là giù de l’odierno.           54

L’altro che segue, con le leggi e meco,

sotto buona intenzion che fé mal frutto,

per cedere al pastor si fece greco:     57

ora conosce come il mal dedutto

dal suo bene operar non li è nocivo,

avvegna che sia ‘l mondo indi distrutto.  60

E quel che vedi ne l’arco declivo,

Guiglielmo fu, cui quella terra plora

che piagne Carlo e Federigo vivo:            63

ora conosce come s’innamora

lo ciel del giusto rege, e al sembiante

del suo fulgore il fa vedere ancora.           66

Chi crederebbe giù nel mondo errante,

che Rifeo Troiano in questo tondo

fosse la quinta de le luci sante?                 69

Ora conosce assai di quel che ‘l mondo

veder non può de la divina grazia,

ben che sua vista non discerna il fondo».   72

(87)

Colui che splende in mezzo come la pupilla fu il cantore dello Spirito Santo (re David), che trasportò l’Arca Santa di città in città: ora conosce il merito del suo canto (cioè la sua salvezza), poiché fu effetto della sua volontà, che io ho ripagato allo stesso modo e in egual misura. Dei cinque beati che formano il cerchio che mi fa da ciglio, colui che è più vicino al mio becco consolò la vedovella facendo giustizia del figlio (Traiano): ora sa quanto costa caro non seguire Cristo, poiché ha sperimentato sia la vita in paradiso sia quella all’inferno. E il beato che lo segue nel cerchio di cui parlo, nella parte alta, pregò che io gli allungassi la vita (il profeta Isaia aveva annunciato al re Ezechia la sua immediata morte, ma con la sua preghiera la vita gli fu prolungata per altri quindici anni): ora sa che il giudizio eterno non viene mutato, quando la preghiera di un’anima degna (l’anima del re), sulla Terra, riconferma in terra quello che è già stato pronunciato in cielo. L’altro che vien dopo, in base a una buona intenzione che poi diede cattivi frutti, per lasciare Roma al papa, trasferì il governo imperiale a Costantinopoli (Costantino): ora vede che il male scaturito dalle sue buone azioni non gli ha nuociuto, benché il mondo ne sia stato guastato.

E colui che vedi nell’arco discendente fu re Guglielmo il Buono, che è rimpianto da quelle terre (Napoli e la Sicilia) che ora sono malgovernate dai vivi Carlo II d’Angiò e Federico II d’Aragona: ora sa che il Cielo apprezza un re giusto, e lo dimostra tuttora con lo splendore del suo aspetto. Chi, nel mondo errante, potrebbe credere che il troiano Rifeo fosse la quinta delle luci sante in questo cerchio? Ora sa molto più di quello che gli uomini conoscono della grazia divina, anche se il suo sguardo non può arrivarvi in profondità».

Davide, ebreo non battezzato. Traiano, romano imperatore non battezzato, che all’inferno chiese grazia di tornare in vita per vendicare il figlio della vedova, e gli fu concesso e così ha conosciuto tutti e due i mondi. Il re Ezechia, ebreo non battezzato, ma che pregò tanto perché gli fosse procrastinata la morte. Questi primi tre esempi di Beati che brillano quasi abbracciando l’occhio dell’Aquila, certamente non sono da sottovalutare. E non solo perché sono la chiara dimostrazione che la salvezza viene concessa anche ai pagani (risolvendo quindi la questione del precedente dialogo), ma soprattutto perché qui il Poeta mette in risalto la “necessaria volontà”: qualsiasi persona, a qualunque meridiano appartenga, se agisce volontariamente per il bene, viene salvata. Si percepisce l’eco del Proemio, il se tu vorrai salire pronunciato da Virgilio: salire in paradiso dovrà per forza essere un tuo atto di volontà. Ma Davide, cantore dello Spirito, è la pupilla di questo occhio, totalmente diverso dagli altri cinque, egli costituisce la porta dell’anima dell’Aquila, la sua intima profondità, l’unica alla quale potremmo accedere anche noi mortali, se concedessimo allo Spirito la Nobiltà che gli spetta, come fa lo stesso Alighieri, novello Davide, collocandosi così all’ombra dell’eresia.

E poi si cita Costantino e la sua Donazione di Sutri, documento risultato falso molto dopo la morte del Poeta, ma che istituì il potere temporale della Chiesa Romana. E qui veramente si dovrebbe parlare di versi ad usum Delphini. Anzi, ad uso e consumo diretto per l’Alighieri che doveva per forza creare il frastorno al canto 66 (XXXII Purg.)

Quel che rimase, come da gramigna

vivace terra, da la piuma, offerta

forse con intenzion sana e benigna,         138

si ricoperse, e funne ricoperta

e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto

che più tiene un sospir la bocca aperta. 141

(66)

Ciò che rimase del carro, l’una e l’altra ruota e il timone, in modo simile a una terra fertile soffocata dalla gramigna, si ricoprì tutto delle penne che forse erano state lasciate con intenzioni benevole e sane, in un tempo più breve di quello che si impiega a tirare un sospiro con la bocca aperta.

L’Aquila Divina che lascia, con intenzion sana e benigna, le sue penne sul Carro della Chiesa, come allegoria del potere temporale donato da Costantino. Questo dovevamo credere, per ordine esplicito del Poeta al figlio Pietro. L’altra versione, quella più pesante da sostenere, è quella del Carro dell’Umanità, toccata dall’intervento divino (dalla Giustizia) due volte, come le due picchiate del divino uccel 35-85: l’allontanamento dall’Eden, prima, e l’incarnazione del Cristo, dopo.  Cosa potrebbero essere le penne, se non il corpo del Padre dal quale si genera il Figlio? E la gramigna lievitata non è forse la Babele delle genti… il moltiplicarsi delle chiese e dei volti del Cristo? Molto pericoloso! Fosse stato detto nel Trecento.

Però i versi dell’87 costituiscono valido elemento per sostenere la donazione di Costantino nell’esegetica del 66. L’Alighieri aveva sotto controllo tutto il Poema, regìa esegetica compresa.

Restano Guglielmo il Buono d’Altavilla, progenie di Templari, (cugino di primo grado di Federico II di Svevia e, in secondo grado, del suo figlio naturale Manfredi, e ora i due cugini si specchiano in sincronia!), detto anche amico dell’Islam per le sue politiche di pace fra i popoli, e su un muro laterale del suo sublime Duomo di Monreale si gode la visione di una bellissima Stella di Barga.

E infine troviamo Rifeo, pagano, turco e non battezzato, personaggio dell’Eneide Virgiliana, eroicamente morto per difendere Troia.

La terza cosa che sappiamo è che si parla di una entità che veramente trascende il TUTTO, e che giudica tutti gli uomini, senza minimamente pensare alle chiese di appartenenza.

Ma gradirei sottolineare un’altra cosa: la Voce di Dio reitera, come anafora sommersa dentro i versi, il vocabolo della CONOSCENZA. Ora conosce… la pienezza della coscienza può essere solo generata dalla salvezza. E sono certa che l’Alighieri aggiungerebbe… e soprattutto in vita, su questa terra!

Intanto Manfredi conclude il suo discorso sul suo corpo scomunicato e abbandonato in terra sconsacrata:

Or le bagna la pioggia e move il vento

di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,

dov’e’ le trasmutò a lume spento.           132

Per lor maladizion sì non si perde,

che non possa tornar, l’etterno amore,

mentre che la speranza ha fior del verde.135

Vero è che quale in contumacia more

di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,

star li convien da questa ripa in fore,      138

per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,

in sua presunzion, se tal decreto

più corto per buon prieghi non diventa.   141

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,

revelando a la mia buona Costanza

come m’hai visto, e anco esto divieto;

ché qui per quei di là molto s’avanza».    145

(37)

Ora invece bagna le mie ossa la pioggia e le disperde il vento fuori dal regno di Napoli, quasi lungo il fiume Liri, dove egli (il Vescovo di Cosenza) le fece traslare a lume spento. Per la maledizione della Chiesa l’eterno amore divino non si perde al punto che non possa tornare, finché c’è un po’ di speranza verde. È pur vero che chi muore in contumacia della Santa Chiesa, anche se si pente in punto di morte, deve stare nell’Antipurgatorio trenta volte il tempo che ha trascorso nella sua ribellione, se questo decreto non viene abbreviato grazie a delle buone preghiere. Vedi ormai se puoi farmi felice, rivelando alla mia buona Costanza come mi hai visto (tra le anime salve) e anche questo divieto (inteso come legge divina); qui, infatti, si traggono grandi benefici grazie alle preghiere dei vivi».

Ricordiamo Forese Donati, che, per le preghiere della sua buona consorte Nella, ha accorciato il suo tempo in antipurgatorio. Manfredi sta pregando per la stessa cosa. Fuori dal letterale, ma con totale certezza, si parla di irretimento d’Amore, invisibile collegamento del TUTTO, come oggi qualcuno sta dicendo. Come fuoco che cova sotto la cenere, e che lancerà la sua potenza in tutta Europa e nella Chiesa Romana nel 1500, proprio qui il sottotesto denuncia il mercato delle indulgenze (contrastato da Lutero) e la Teoria della Predestinazione che invece Lutero affermerà con convinzione spaccando l’Europa, e la Chiesa Romana, in innumerevoli dimensioni divisive (anche incalzate dai mutamenti dei tempi sia politici che economici) che produrranno infine la drammatica Guerra dei Trent’anni 1618-1648). L’Alighieri invece afferma con determinazione che solo AMORE e VOLONTÀ sono gli strumenti che abbiamo in mano, ogni individuo per se stesso preso. Terra e Purgatorio, quindi, non possono altro che essere irretiti da legami d’AMORE. E siamo lontanissimi dal beghinismo più volte imputato al Poeta! La formula tradizionale della “preghiera per i defunti” viene invece distillata e trasmutata nella misteriosa continuità dell’esperienza d’amore.

E ancora procede il discorso in paradiso (guarda caso, sempre parlando di AMORE), perché Dante non può credere a ciò che gli è stato detto, ed entra nella nebbia del dubbio e dell’incredulità:

E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio

lì quasi vetro a lo color ch’el veste,

tempo aspettar tacendo non patio,         81

ma de la bocca, «Che cose son queste?»,

mi pinse con la forza del suo peso:

per ch’io di coruscar vidi gran feste.     84

Poi appresso, con l’occhio più acceso,

lo benedetto segno mi rispuose

per non tenermi in ammirar sospeso:     87

«Io veggio che tu credi queste cose

perch’io le dico, ma non vedi come;

sì che, se son credute, sono ascose.         90

Fai come quei che la cosa per nome

apprende ben, ma la sua quiditate

veder non può se altri non la prome.      93

Regnum celorum vïolenza pate

da caldo amore e da viva speranza,

che vince la divina volontate:                 96

non a guisa che l’omo a l’om sobranza,

ma vince lei perché vuole esser vinta,

e, vinta, vince con sua beninanza.          99

(87)

E accadde che, a causa dei miei dubbi, ero come un vetro che assume il colore di ciò che ricopre (cioè mi si vedeva in volto quello che stavo pensando), e non sono riuscito a restare zitto, e la forza del dubbio che provavo mi fece uscire dalla bocca l’esclamazione: «Che cos’è tutto questo?»; allora io vidi i beati scintillare per la gioia di rispondermi.

Subito dopo, con l’occhio ancora più splendente, il benedetto segno (l’aquila) mi rispose per non tenermi sulle spine nel mio stupore: «Io vedo che tu credi queste cose perché te le dico, ma non ne capisci la ragione; in tal modo, anche se credute, sono oscure. Tu fai come quello che comprende la cosa dal nome che la indica, ma non ne intende la sostanza, se qualcun altro non gliela spiega. Il Regno dei Cieli sopporta la violenza che viene da caldo amore di carità e da viva speranza, che vince la volontà divina: non come un uomo che ne sopraffà un altro, ma la vince perché essa vuol essere vinta, e, una volta vinta, essa vince con la sua bontà.

Non devi credere perché ti sta parlando Dio. Puoi credere soltanto quando i tuoi pensieri hanno realizzato la sostanza delle cose! Già: prima del Nome sta la Rosa! Bella sferzata sui denti contro tutti coloro che ciecamente credono senza comprendere! C’è da sospettare che il filo nascosto che trattiene con i suoi punti il grande ricamo della Divina Giustizia, sia proprio il filo della conoscenza: il gran disìo di conoscere che alimenterà il canto quarto del Purgatorio.

Questo è il punto in cui si parla di teoria della predestinazione, della quale lo stesso Lutero si farà forte per la sua Riforma e per lo scisma delle chiese Riformate.

E che cosa pensava il Poeta attorno a questo argomento? Che solo Amore e Volontà e Speranza Verde (come dice Manfredi) possono sostenere gli uomini in tema di salvezza.

È solo volontà degli uomini arrendersi al progetto d’amore, come viene confermato nel IX infernale. L’unica energia umana che può piegare alla “sconfitta” la stessa volontà divina che, pur sconfitta, vince. Ancora irretimento d’Amore. E tutto questo rimanendo solo al livello letterale. Nel sottotesto resta la profezia di Beatrice per cui l’Umanità è salva da sempre nella mente di Dio, resta il pensiero di apocatastasi da parte dell’Alighieri, resta il messaggio del Messo Celeste (canto IX) secondo il quale anche i diavoli prima o poi si arrenderanno al progetto d’amore, perché il giusto fin non può mai essere mozzo.

Gradirei sottolineare che non ci si può accontentare soltanto di una visione escatologica, di un qualcosa che può avvenire soltanto post mortem, se non addirittura nell’Ultimo Giorno.

REGNUM COELORUM patisce la violenza che viene dall’amore, e, se è vero che come sopra così sotto, anche in terra si dovrebbe sopportare questa violenza. L’Alighieri non parla con candore infantile. Al contrario, arrendersi al progetto d’amore vuol dire accettare anche il Cristo che porta la spada.

La pace della quale i discepoli devono essere portatori non si costruisce senza conflitti, ma è essa stessa causa di conflitto. Per questo, dissipando ogni equivoco su una pace calata dal cielo senza alcun coinvolgimento degli uomini (ciò che sarà dottrina luterana), Gesù dichiara: “Non pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare una pace, ma una spada” (Mt 10,34).  La spada che Gesù è venuto a portare non serve per uccidere, ma è la spada dello Spirito, arma d’AMORE, e infatti il Cristo impedirà sempre ai suoi discepoli qualunque atto di violenza (“Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno”, Mt 26,52).

La buona notizia di Gesù dividerà quanti l’accolgono da quelli che la rifiutano, per questo Gesù prosegue affermando: “Sono venuto infatti a dividere il figlio da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera” (Mt 10,35; Mi 7,7). Che la spada di cui parla Gesù sia la parola che divide, è confermato dal vangelo di Luca, che nel passo parallelo a quello di Matteo omette il termine spada e parla di divisione: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione” (Lc 12,51).

Questo tipo d’amore, capite bene, non è affare da anime tiepide! E questa è la quarta cosa che veniamo a sapere, quella più importante: disposti a sopportare la violenza d’amore?

Quelle tre donne li fur per battesmo

che tu vedesti da la destra rota,

dinanzi al battezzar più d’un millesmo.   129

O predestinazion, quanto remota

è la radice tua da quelli aspetti

che la prima cagion non veggion tota!    132

E voi, mortali, tenetevi stretti

a giudicar; ché noi, che Dio vedemo,

non conosciamo ancor tutti li eletti;       135

ed ènne dolce così fatto scemo,

perché il ben nostro in questo ben s’affina,

che quel che vole Iddio, e noi volemo».   138

Così da quella imagine divina,

per farmi chiara la mia corta vista,

data mi fu soave medicina.                   141

E come a buon cantor buon citarista

fa seguitar lo guizzo de la corda,

in che più di piacer lo canto acquista, 144

sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda

ch’io vidi le due luci benedette,

pur come batter d’occhi si concorda,

con le parole mover le fiammette.        148

(87)

Quelle tre donne (le tre virtù teologali, o le Tre Grazie) che tu hai visto alla ruota destra del carro di Beatrice (nel Corteo Edenico), diedero a lui (a Rifeo) il battesimo più di mille anni prima che questo sacramento fosse istituito. O predestinazione, quanto la tua origine è distante da quegli sguardi (dei mortali) che non possono certo vedere Dio nella sua interezza! E voi, uomini, siate prudenti nel giudicare; infatti noi, che vediamo Dio, non conosciamo ancora il numero esatto degli eletti; e questa nostra mancata conoscenza è tanto dolce, per noi, in quanto la nostra gioia si affina in Paradiso sempre di più e vogliamo solo quanto è voluto da Dio». Così quella immagine divina (l’aquila), per rischiarare la mia vista imperfetta, mi somministrò una dolce medicina. E come un bravo citaredo accompagna col suono delle corde il bravo cantore, ciò che accresce la piacevolezza del canto, così, mentre l’aquila parlava, mi ricordo di aver visto le due luci benedette (Traiano e Rifeo) che lampeggiavano insieme, quasi strizzando gli occhi verso di me in segno di complicità.

Dio battesima i pagani quando e come vuole… (affermazione da rogo nel Trecento, e ancora oggi gravida di eresia per ogni tipo di Chiesa), ma ancora più azzardata la seconda parte del discorso, quando i Beati tornano a parlare col noi, affrancandosi dalla Voce di Dio.

Smettetela, voi mortali, di giudicare ciò che è invisibile: anche noi non sappiamo nulla del “volto nascosto” di Dio, ed è dolce non saperlo!

E Traiano e Rifeo, per divertito e serio patto d’intesa, strizzano gli occhi ammiccando al Poeta.

Questa che vedete è la geometria dei quattro canti irradiati: che sembrano due ali d’aquila distese e simmetriche e che vanno a colpire il 9 e il 66, partendo dal 37-87.

Accordo musicale in SI diminuito. Perché il SI naturale, anche se darà fastidio a molti, è dolce non saperlo.

 

  1.   9 = SOL# il giusto fin non può mai essere mozzo (il progetto d’amore non sarà mai impedito)
  2. 37 = SI naturale qui per quei di là molto s’avanza (per amore dei vivi si diminuisce la pena)
  3. 38 = DO con l’ale snelle e con le piume del gran disio (desiderio e leggerezza per salire in conoscenza)
  4. 66 = RE # com’io vidi calar l’uccel di Giove (la Giustizia Divina che colpisce il carro dell’Umanità)
  5. 87 = SI naturale ed ènne dolce così fatto scemo (dolce non sapere tutti i segreti di Dio)

                                     

Irradiando i canti troviamo un SI diminuito, appena appena sussurrato, in ultimo guizzo della corda, perché dobbiamo veramente mettercelo in testa che anche i Beati come i Mortali hanno debole vista sopra gli abissi: nessuno conosce il segreto del Mistero, ed è dolce non saperlo.