21-71, il XXI dell’Inferno e il IV del Paradiso: BARATTIERI, DIAVOLI E DUBBI

21-71, il XXI dell’Inferno e il IV del Paradiso:

BARATTIERI, DIAVOLI E DUBBI

… e vidi dietro a noi un diavol nero… (21)

… sì si starebbe un cane intra due dame… (71)

 

CONTRATTI UMANI E CONTRATTI DIVINI

Assediato dai diavoli, e assediato dai dubbi. Oserei dire situazione scomoda per ciascuno di noi.

Un branco violento e digrignante di dieci diavoli al comando di Malacoda, dei quali sa bene fare l’appello:

«Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina»,

cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;

e Barbariccia guidi la decina.           120

Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,

Ciriatto sannuto e Graffiacane

e Farfarello e Rubicante pazzo.       123

(21)

 

Cominciò a dire: «Fatevi avanti, Alichino e Calcabrina, e tu, Cagnazzo; e Barbariccia sia a capo dei dieci diavoli. Vengano inoltre Libicocco e Draghignazzo, Ciriatto dalle lunghe zanne e Graffiacane, Farfarello e Rubicante pazzo.

Costoro dovrebbero fare da fidata scorta ai due Poeti fino al passaggio che porta alla sottostante Bolgia, ma Dante ne è ben poco convinto:

«Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,

diss’io, «deh, sanza scorta andianci soli,

se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.     129

Se tu se’ sì accorto come suoli,

non vedi tu ch’e’ digrignan li denti,

e con le ciglia ne minaccian duoli?».          132

(21)

Allora io dissi: «Ahimè, maestro, cosa vedo mai? Per favore, andiamo laggiù senza guida, se tu sai la strada; io non chiedo di sicuro la loro scorta. Se sei saggio come al solito, non vedi che i diavoli digrignano i denti e ci lanciano occhiate minacciose?»

Ottimi motivi per dubitare dei diavoli assedianti e minacciosi!

Dubbi quasi simili a quelli del paradiso, e non è detto che non si provi disagio nonostante il paradiso!

Dentro la testa di Dante si affollano dubbi e domande, e non sa cosa scegliere e quale domanda porre per prima a Beatrice, e sta come agnello fra due lupi e come cane fra due daini.

Intra due cibi, distanti e moventi

d’un modo, prima si morria di fame,

che liber’omo l’un recasse ai denti;      3

sì si starebbe un agno intra due brame

di fieri lupi, igualmente temendo;

sì si starebbe un cane intra due dame:  6

per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo,

da li miei dubbi d’un modo sospinto,

poi ch’era necessario, né commendo.  9

Io mi tacea, ma ‘l mio disir dipinto

m’era nel viso, e ‘l dimandar con ello,

più caldo assai che per parlar distinto.  12

(71)

Un uomo dotato di libera scelta, posto fra due cibi a uguale distanza e ugualmente appetibili, morirebbe di fame prima di mangiarne uno; così un agnello starebbe fra due lupi che vogliono divorarlo, ugualmente temendo; così starebbe un cane fra due daini: per cui, se io tacevo, non biasimo né lodo me stesso, poiché ciò era inevitabile visto che ero spinto dai miei dubbi allo stesso modo.

Io tacevo, ma il mio desiderio era dipinto sul mio viso e insieme ad esso la mia domanda, ancora più evidente che se non avessi parlato.

E fortuna che Beatrice legge nei pensieri… e va bene così, ti vedo confuso, risponderò a tutti i tuoi dubbi anche se non li esprimi. E vuoi sapere perché Piccarda e Costanza devono stare sulla Luna, anche se hanno subito violenza. E vuoi sapere se è vero ciò che dice Platone, che ogni defunto torna alla sua stella. E vuoi sapere perché non c’è scusa per vivi che subiscono violenza. E vuoi sapere perché a volte la giustizia divina appare iniqua agli uomini. E vuoi sapere se questo è argomento di fede o di eresia. E vuoi sapere che cosa è la volontà. E vuoi sapere quando essa è relativa o quando essa è assoluta. E vuoi sapere se Piccarda ha mentito quando ha detto che Costanza è sempre rimasta fedele alle regole del convento. E poi e poi e poi…

Tu argomenti: “Se ‘l buon voler dura,

la violenza altrui per qual ragione

di meritar mi scema la misura?”.               21

Ancor di dubitar ti dà cagione

parer tornarsi l’anime a le stelle,

secondo la sentenza di Platone.                  24

Queste son le question che nel tuo velle

pontano igualmente; e però pria

tratterò quella che più ha di felle.              27

D’i Serafin colui che più s’india,

Moisè, Samuel, e quel Giovanni

che prender vuoli, io dico, non Maria,        30

non hanno in altro cielo i loro scanni

che questi spirti che mo t’appariro,

né hanno a l’esser lor più o meno anni;     33

ma tutti fanno bello il primo giro,

e differentemente han dolce vita

per sentir più e men l’etterno spiro.            36

Qui si mostraro, non perché sortita

sia questa spera lor, ma per far segno

de la celestial c’ha men salita.                     39

Così parlar conviensi al vostro ingegno,

però che solo da sensato apprende

ciò che fa poscia d’intelletto degno.              42

(71)

Tu ragioni così: “Se la buona volontà persiste, per quale motivo la violenza altrui diminuisce la misura di ben meritare (la beatitudine)?”.

Ti dà ancora motivo di dubitare il fatto che le anime sembrano tornare alle stelle, secondo l’opinione di Platone. Queste sono le questioni che premono in egual misura la tua volontà; perciò tratterò per prima quella che è più pericolosa sul piano dottrinale. Quel Serafino che è più vicino a Dio, Mosè, Samuele, Giovanni Battista o Evangelista, addirittura Maria, hanno tutti la loro sede nello stesso Cielo (Empireo) di questi spiriti che ti sono appena apparsi, né la loro permanenza lì ha una durata più lunga o più breve; ma tutti loro adornano il Cielo più alto, e hanno un grado di felicità diverso a seconda che sentano più o meno lo Spirito Santo. Ti sono apparsi qui nel I Cielo non perché esso sia assegnato loro come sede, ma per manifestare visibilmente il loro grado di beatitudine. Bisogna parlare così al vostro ingegno, poiché apprende solo attraverso i sensi ciò che poi diventa oggetto di conoscenza intellettiva.

 

PRIMA RISPOSTA: I Beati stanno tutti nell’Empireo, e godono della loro Beatitudine così come tutti i corpi dell’Universo godono della Luce: cioè a diversi gradi d’intensità.

Ti appaiono ora, così distribuiti nei diversi cieli, perchè tu possa comprendere meglio.

L’altra dubitazion che ti commove

ha men velen, però che sua malizia

non ti poria menar da me altrove.          66

Parere ingiusta la nostra giustizia

ne li occhi d’i mortali, è argomento

di fede e non d’eretica nequizia.           69

Ma perché puote vostro accorgimento

ben penetrare a questa veritate,

come disiri, ti farò contento.                  72

Se violenza è quando quel che pate

niente conferisce a quel che sforza,

non fuor quest’alme per essa scusate;   75

ché volontà, se non vuol, non s’ammorza,

ma fa come natura face in foco,

se mille volte violenza il torza.             78

Per che, s’ella si piega assai o poco,

segue la forza; e così queste fero

possendo rifuggir nel santo loco.         81

Se fosse stato lor volere intero,

come tenne Lorenzo in su la grada,

e fece Muzio a la sua man severo,        84

così l’avria ripinte per la strada

ond’eran tratte, come fuoro sciolte;

ma così salda voglia è troppo rada.       87

E per queste parole, se ricolte

l’hai come dei, è l’argomento casso

che t’avria fatto noia ancor più volte.      90

Ma or ti s’attraversa un altro passo

dinanzi a li occhi, tal che per te stesso

non usciresti: pria saresti lasso.                93

Io t’ho per certo ne la mente messo

ch’alma beata non poria mentire,

però ch’è sempre al primo vero appresso;   96

e poi potesti da Piccarda udire

che l’affezion del vel Costanza tenne;

sì ch’ella par qui meco contradire.              99

Molte fiate già, frate, addivenne

che, per fuggir periglio, contra grato

si fé di quel che far non si convenne;         102

come Almeone, che, di ciò pregato

dal padre suo, la propria madre spense,

per non perder pietà, si fé spietato.              105

A questo punto voglio che tu pense

che la forza al voler si mischia, e fanno

sì che scusar non si posson l’offense.               108

Voglia assoluta non consente al danno;

ma consentevi in tanto in quanto teme,

se si ritrae, cadere in più affanno.                    111

Però, quando Piccarda quello spreme,

de la voglia assoluta intende, e io

de l’altra; sì che ver diciamo insieme».           114

(71)

L’altro dubbio che ti tormenta è meno pericoloso, poiché la sua malizia non ti potrebbe allontanare da me. Il fatto che la giustizia divina possa sembrare iniqua agli occhi degli uomini, è argomento di fede e non di eresia. Ma poiché il vostro intelletto può ben interpretare questa verità, ti accontenterò come desideri. Se la violenza sussiste quando la si subisce senza assecondare in nulla colui che la compie, nonostante ciò queste anime non furono scusate per essa; infatti la volontà, se non vuole, non viene meno, ma fa come il fuoco che tende per natura a salire, anche se mille volte la violenza (del vento) lo spinge in basso. Infatti, se la volontà si piega poco o molto, e non vince. asseconda la violenza; e così fecero queste anime, dal momento che potevano tornare nel loro convento. Se la loro volontà fosse stata integra, come quella che tenne san Lorenzo sulla graticola e quella che indusse Muzio Scevola ad essere severo con la sua mano, essa le avrebbe riportate sulla strada da cui erano state portate via, non appena libere dall’impedimento fisico; ma una volontà suprema di tal genere è troppo rara. E grazie a queste mie parole, se le hai ascoltate nel modo dovuto, è confutato l’argomento che ti avrebbe danneggiato altre volte. Ma ora ti si presenta agli occhi un nuovo interrogativo, tale che non potresti risolverlo da solo: prima ne saresti vinto. Io ti ho detto con certezza che l’anima beata non può mentire, poiché è sempre in comunione con la verità divina; e poi hai sentito da Piccarda che Costanza si mantenne fedele in cuore alla regola monastica, cosicché sembra contraddirmi. Molte volte, fratello, è accaduto che, per sfuggire un pericolo, si fece controvoglia ciò che non bisognava fare; come Alcmeone, che, su preghiera del padre, uccise la propria madre, e mostrandosi devoto diventò spietato. A questo proposito voglio che tu pensi che la violenza si mescola alla volontà, e questo fa sì che le offese compiute non si possono giustificare. La volontà assoluta non acconsente al danno; ma vi acconsente in tanto in quanto teme di subire un danno maggiore, se si tira indietro. Perciò, quando Piccarda esprime quel concetto, parla della volontà assoluta, mentre io parlo di quella relativa; quindi diciamo entrambe una cosa vera».

 

SECONDA RISPOSTA: Riflettere attorno alla giustizia divina è un problema di fede e non di eresia. Però solo una volontà assoluta, che si ribella totalmente alla violenza, farebbe salir di grado la Beatitudine. Ma Piccarda e Costanza non sono tornate in convento, e quindi la loro è stata una volontà relativa.

Vi stupite se vi dico che qui per davvero sta cominciando la Gran Commedia???

Mettetevi nei panni del Sommo: devo dire cose vere in paradiso, ma se le dico apertis verbis qua si fa una brutta fine, molto meglio se le nascondo frastornando sempre di più quei Lettori che già sono malintenzionati… molto meglio se la butto in giullarata!

E da questo punto in poi i canti dell’Inferno sempre più illumineranno quelli del Paradiso, perché risata di giullare è sempre luce di verità (e poi fatemi divertire… chi sta conquistando Intelligenza e Spirito deve per forza diventare giullare!)

Di tutto il rovo spinoso dei dubbi di Dante (che potreste districare leggendovi l’intero canto) solo uno è il vero nucleo del discorso che veramente gli sta a cuore: la VOLONTÀ. E penso che ben ricordiate il se tu vorrai salire del primo canto.

Dopo averci detto che sempre oscilliamo in vita fra l’alto e il basso, fra la luce e le tenebre, fra il falso e il vero (tre belle coltellate di cui dovremmo sempre tener conto), ora ci racconta cose attorno al nostro unico strumento di potere, quasi quasi trascinandoci in terra di Schopenhauer: la VOLONTÀ.

Beatrice è chiara su questo punto, Piccarda e Costanza hanno subito la violenza per paura, e se non fosse stato così avrebbero sempre potuto ribellarsi ed entrare in convento. Si tratta in questo caso di volontà relativa, perché condizionata dalle minacce altrui. Invece Costanza, pur cedendo, in cuore ha conservato volontà assoluta rimanendo fedele alle regole del convento, e quindi Piccarda ha detto il vero.

Insomma bisogna essere proprio aspiranti martiri per poter agire in volontà assoluta! È vero???

Non credo. Qualcuno direbbe che di gran lunga basterebbe fare il nostro mestiere di uomini, e farlo bene. Chi lo dice? Per esempio l’Alighieri, all’inizio del 21.

Così di ponte in ponte, altro parlando

che la mia comedìa cantar non cura,

venimmo; e tenavamo il colmo, quando     3

restammo per veder l’altra fessura

di Malebolge e li altri pianti vani;

e vidila mirabilmente oscura.                     6

Quale ne l’arzanà de’ Viniziani

bolle l’inverno la tenace pece

a rimpalmare i legni lor non sani,             9

ché navicar non ponno – in quella vece

chi fa suo legno novo e chi ristoppa

le coste a quel che più viaggi fece;           12

chi ribatte da proda e chi da poppa;

altri fa remi e altri volge sarte;

chi terzeruolo e artimon rintoppa -;         15

(21)

Così, parlando di altre cose che la mia Commedia non si cura di riferire, giungemmo all’altro ponte; ed eravamo sul punto più alto, quando ci fermammo per vedere l’altra Bolgia e gli altri inutili pianti dei dannati; e la vidi incredibilmente oscura.

Come nell’Arsenale dei Veneziani d’inverno bolle la pece viscosa per riparare le loro navi danneggiate, poiché non possono navigare (intanto alcuni costruiscono uno scafo nuovo e altri riparano le fiancate alle navi che fecero molti viaggi in mare; alcuni battono i chiodi da prora o da poppa; altri riparano i remi e avvolgono le sartie; altri rappezzano il terzerolo e l’artimone);

Poiché non c’è una sillaba in Dante che non abbia un valore, diceva Borges dell’Alighieri, apprezzatelo col cuore questo momento il cui il Poeta entra nel più antico cantiere navale del suo tempo e s’incanta, colpo su colpo, fatica su fatica, davanti alla ferrea volontà degli uomini, e ne esalta, con la sua sintesi secca, tutto il lavoro.

E anche su questo punto il Poeta non transige: li ricordate gli usurai che fan denaro col denaro, contro la legge della Natura? Qui siamo in situazione analoga: quelli che fanno denaro accettando tangenti, cioè i barattieri. Di nascosto hanno fatto gli affari loro, e ora sotto la pece devono penare, e se mettono fuori la testa, i diavoli li infilzano. Hanno rubato pubblico danaro favorendo chi doveva essere favorito, e hanno accettato la violenza lusingatrice della bustarella trasformando ogni no in un sì.

Bella specie di volontà relativa.

Del nostro ponte disse: «O Malebranche,

ecco un de li anzian di Santa Zita!

Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche      39

a quella terra che n’è ben fornita:

ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo;

del no, per li denar vi si fa ita».                42

(21)

Il diavolo dal ponte dove eravamo disse: «O Malebranche, ecco uno degli anziani di Santa Zita (del comune di Lucca)! Gettatelo nella pece, mentre io torno nuovamente a quella città che è piena di barattieri: lo sono tutti tranne Bonturo Dati; là, per denaro, ogni ‘no’ diventa ‘sì’».

Va ricordato che nel processo contro l’Alighieri in contumacia, e poi condannato a morte, l’accusato fu anche sospettato di baratteria, e di aver preso tangenti durante il suo incarico di Priore.

Forse per questo vuole proprio divertirsi e sguainare le lame del giullare, facendoci percepire che ogni contrattino firmato sotto la pece, compresi i voti che sono contratti firmati con Dio in persona, solitamente rischiano di non avere lunga vita. I primi perché sono reati, e i secondi perché non è molto facile ingannare il Supremo Contraente.

Quindi, legato al tema della Volontà Assoluta e Relativa, è necessariamente presente il tema del ricatto e della violenza. Sotto il ricatto del danaro, sia per concussi che per concussori, ogni no diventa sì, con l’aggravante che, nella maggior parte dei casi, questo relativismo è solo effetto di inclinazione al crimine, alla corruzione e all’avidità. (Perché non fate bene il vostro mestiere di Uomini? Diceva Dante all’inizio del canto).

 Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro

Là giù si volse; e mai non fu mastino sciolto

con tanta fretta a seguitar lo furo.           45

Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;

ma i demon che del ponte avean coperchio,

gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto:  48

qui si nuota altrimenti che nel Serchio!

Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,

non far sopra la pegola soverchio».            51

Poi l’addentar con più di cento raffi,

disser: «Coverto convien che qui balli,

sì che, se puoi, nascosamente accaffi».        54

Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli

fanno attuffare in mezzo la caldaia

la carne con li uncin, perché non galli.          57

Lo buon maestro «Acciò che non si paia

che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta

dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;   60

e per nulla offension che mi sia fatta,

non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,

perch’altra volta fui a tal baratta».                  63

Poscia passò di là dal co del ponte;

e com’el giunse in su la ripa sesta,

mestier li fu d’aver sicura fronte.                     66

Con quel furore e con quella tempesta

ch’escono i cani a dosso al poverello

che di sùbito chiede ove s’arresta,                    69

usciron quei di sotto al ponticello,

e volser contra lui tutt’i runcigli;

ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!                 72

Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,

traggasi avante l’un di voi che m’oda,

e poi d’arruncigliarmi si consigli».                    75

Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;

per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi -,

e venne a lui dicendo: «Che li approda?».         78

«Credi tu, Malacoda, qui vedermi

esser venuto», disse ’l mio maestro,

«sicuro già da tutti vostri schermi,                       81

sanza voler divino e fato destro?

Lascian’andar, ché nel cielo è voluto

ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».      84

Allor li fu l’orgoglio sì caduto,

ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,

e disse a li altri: «Omai non sia feruto».             87

(21)

Poi lo afferrarono (l’anziano di Santa Zita) con più di cento uncini e dissero: «Qui devi ballare coperto dalla pece, così, se puoi, arraffi di nascosto». Non diversamente da loro, i cuochi fanno immergere ai loro sguatteri la carne con gli uncini in mezzo alla pentola, perché non venga a galla. Il buon maestro mi disse: «Affinché non sembri che tu ci sia, nasconditi dietro una sporgenza rocciosa, che ti faccia da riparo; e non temere, qualunque offesa mi sia rivolta, perché so cosa devo fare in quanto già un’altra volta partecipai a una tale contesa». Poi giunse all’altro capo del ponte; e appena giunse sull’argine della Bolgia successiva, gli servì ostentare un’aria sicura. Con lo stesso furore e fragore con cui i cani escono contro il mendicante che si ferma e chiede la carità da quel punto, i diavoli uscirono da sotto il ponte e rivolsero contro Virgilio tutti i bastoni uncinati; ma lui gridò: «Nessuno di voi mi faccia oltraggio! Prima che i vostri uncini mi colpiscano, si faccia avanti uno di voi che mi ascolti, e poi decidete se è il caso o meno di uncinarmi».

Tutti urlarono: «Vada Malacoda!»; allora un diavolo si mosse, mentre gli altri stavano fermi, e giunse a Virgilio dicendogli: «A che gli giova (venire qui?)» Il mio maestro disse: «Tu credi, Malacoda, di vedermi qui, sicuro da tutte le vostre minacce, senza il volere divino e un destino a me favorevole? Lasciaci andare, poiché il cielo vuole che io mostri a qualcun altro questo arduo cammino». Allora al diavolo cadde l’orgoglio, al punto che lasciò cadere ai piedi l’uncino e disse agli altri: «Non fategli alcun male».

Virgilio utilizza la Volontà Assoluta del Volere Divino per piegare l’orgoglio di Malacoda. E il diavolo si trasforma da violento concussore, in concusso sconfitto.

 E ’l duca mio a me: «O tu che siedi

tra li scheggion del ponte quatto quatto,

sicuramente omai a me ti riedi».                                    90

Per ch’io mi mossi, e a lui venni ratto;

e i diavoli si fecer tutti avanti,

sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;                              93

così vid’io già temer li fanti

ch’uscivan patteggiati di Caprona,

veggendo sé tra nemici cotanti.                                      96

I’ m’accostai con tutta la persona

lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi

da la sembianza lor ch’era non buona.                         99

Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi»,

diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».

E rispondien: «Sì, fa che gliel’accocchi!».                   102

Ma quel demonio che tenea sermone

col duca mio, si volse tutto presto,

e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».                        105

Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo

iscoglio non si può, però che giace

tutto spezzato al fondo l’arco sesto.                              108

E se l’andare avante pur vi piace,

andatevene su per questa grotta;

presso è un altro scoglio che via face.                         111

Ier, più oltre cinqu’ore che quest’otta,

mille dugento con sessanta sei

anni compié che qui la via fu rotta.                                114

Io mando verso là di questi miei

a riguardar s’alcun se ne sciorina;

gite con lor, che non saranno rei».                                117

«Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina»,

cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;

e Barbariccia guidi la decina.                                         120

Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,

Ciriatto sannuto e Graffiacane

e Farfarello e Rubicante pazzo.                                      123

Cercate ’ntorno le boglienti pane;

costor sian salvi infino a l’altro scheggio

che tutto intero va sovra le tane».                                  126

«Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,

diss’io, «deh, sanza scorta andianci soli,

se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.                      129

Se tu se’ sì accorto come suoli,

non vedi tu ch’e’ digrignan li denti,

e con le ciglia ne minaccian duoli?».                           132

Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi;

lasciali digrignar pur a lor senno,

ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».                              135

Per l’argine sinistro volta dienno;

ma prima avea ciascun la lingua stretta

coi denti, verso lor duca, per cenno;

ed elli avea del cul fatto trombetta.                                139

(21)

E il mio maestro mi disse: «O tu che ti nascondi quatto quatto tra le rocce del ponte, puoi tornare a me senza pericolo». Allora mi mossi e lo raggiunsi rapidamente; e i diavoli si fecero tutti avanti, così che ebbi paura che non rispettassero i patti; allo stesso modo vidi temere i fanti che uscivano dal castello di Caprona secondo i termini della resa, vedendosi tra tanti nemici. Io mi strinsi tutto alla mia guida, e non staccavo gli occhi dall’aspetto poco rassicurante dei diavoli.

Essi chinavano gli uncini e si dicevano l’un con l’altro: «Vuoi che lo colpisca sul groppone?» E rispondevano: «Sì, fa’ in modo di assestargli un colpo!» Ma quel diavolo che parlava col mio maestro si voltò rapidamente e disse: «Sta’ fermo, Scarmiglione!» Poi disse a noi: «Non si può procedere oltre per questo ponte, visto che giace crollato al fondo della VI Bolgia. E se volete andare comunque avanti, procedete lungo questo argine; non lontano c’è un altro ponte che permette il passaggio. Ieri, cinque ore più tardi dell’ora presente, si compirono 1266 anni da quando il ponte è crollato.

Io mando in quella direzione i miei diavoli per controllare che nessun dannato esca dalla pece; andate con loro, si comporteranno bene». Cominciò a dire: «Fatevi avanti, Alichino e Calcabrina, e tu, Cagnazzo; e Barbariccia sia a capo dei dieci diavoli. Vengano inoltre Libicocco e Draghignazzo, Ciriatto dalle lunghe zanne e Graffiacane, Farfarello e Rubicante pazzo. Perlustrate intorno la bollente pece viscosa; questi due siano sani e salvi fino all’altro ponte che, intatto, dà accesso alla prossima Bolgia». Allora io dissi: «Ahimè, maestro, cosa vedo mai? Per favore, andiamo laggiù senza guida, se tu sai la strada; io non la chiedo di sicuro. Se sei saggio come al solito, non vedi che i diavoli digrignano i denti e ci lanciano occhiate minacciose?» E lui a me: «Non voglio che tu abbia timore; lasciali pure digrignare i denti come vogliono, poiché fanno così per i dannati immersi nella pece». I diavoli si voltarono a sinistra sull’argine; ma prima ognuno di loro aveva stretto la lingua tra i denti, voltandosi alla loro guida (Barbariccia) come a un segnale convenuto; e quello aveva emesso uno sconcio rumore col sedere. I diavoli si voltarono a sinistra sull’argine; ma prima ognuno di loro aveva stretto la lingua tra i denti, voltandosi alla loro guida (Barbariccia) come a un segnale convenuto.

E finisce con il peto del diavolo barbuto: commiato da manuale per qualsiasi onesto giullare.

E se la pura metafisica del Paradiso, letta in solitudine, ci respingerebbe, l’Inferno invece fa da statera.

Aveva buoni motivi Dante per non fidarsi dei diavoli! Ma aveva anche buoni motivi per usarli nella sua prima Grande Giullarata della Commedia, e i dantisti hanno sempre riconosciuto in questo canto la vis comica del Poeta, nel grand guignol dei diavoli uncinati, nella sconcezza di Malacoda. Solo che, secondo il mio umile parere, mi sembra ci sia dell’altro.

VOLONTÀ è il mio Poema, scriverà l’Alighieri nel suo testamento nascosto. Volontà è il lavoro onesto di tutti di gli uomini. Volontà è il Desiderio di salire, per questo il mio disìo e il velle (desiderio e volontà) sono mossi dall’amore che move il sol e l’altre stelle.

Questo è l’onesto modo di usare la VOLONTÀ.

E a quelli che non ci credono, mostriamo la parte dove non tocca il sole, compresi i giudici che l’avevano condannato a morte in contumacia!

Come farà anche Roberto De Simone nel Prologo al suo capolavoro:

Riguardo po’ a li male lengue ca pure s’appizzarranno a chello c’aggio ditto, nun se po’ ffa’ auto ca cunzigliarle pe’ mmò de darse nu pizzeco ‘ncopp’a la panza, o allu meglio, comme diceva pure la bonanema de mamma mia, de schiaffarce la faccia a chillo servizio (che poi sarebbe il lato B).

(Roberto De Simone, La gatta Cenerentola, dal Prologo)

 

E come finisce il canto 71? Dolcissima Beatrice, io avrei un altro dubbio (e ddaje!): io voglio sapere se l’uomo può compensare i voti mancati con altre opere di bene, tali che vadano a compensare il giudizio divino… insomma si può corrompere la volontà di Dio usando il danaro?

Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi

ai voti manchi sì con altri beni,

ch’a la vostra statera non sien parvi».    138

(71)

Ma a questa domanda, c’è risposta nel canto successivo, in cui continua la Grande Giullarata.

Maria Castronovo

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