20-70, XX dell’Inferno e III del Paradiso: IL FALSO E IL VERO

20-70, XX dell’Inferno e III del Paradiso: IL FALSO E IL VERO

… perché ’l veder dinanzi era lor tolto… (20)

… li occhi torsi e nulla vidi… (70)

 

GLI INDOVINI, PICCARDA E COSTANZA

I canti mercuriali dal 19 al 24 e i loro opposti 69-74 costituiscono le ultime tappe prima della conquista.

L’Eroe si sta avvicinando ai Premi Equatoriali: Intelligenza (25) e Spirito (75).

Se la Prima Ottava riguarda le necessitate esperienze da affrontare in giovinezza, propedeutiche al vero Inferno, e la Quinta espande il territorio dell’Anima Intellettiva e dell’Amore e della Poesia, propedeutici all’ingresso nella Salvezza, senza saperlo adesso siamo davanti ad altri due miracoli: 13-18 e 63-68 sono stati i canti sulfurei del Trionfo della Materia nel Basso Inferno e del Trionfo della Creazione e della Storia negli ultimi canti del Purgatorio. 18-68 indicano finalmente la conquista della Diritta Via, associando il contemporaneo ingresso in Malebolge e in Paradiso. Che vi devo dire? Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Incredibile rilevare che più il viaggio si fa veloce, e più diventa lento il cammino del Lettore. Vi faccio l’esempio:

Sesta Ottava: Eden, Luna, Mercurio e Venere

Settima Ottava: Venere, Sole, Marte e Giove

Ottava Ottava: Saturno, Stelle Fisse, Primo Mobile ed Empireo.

L’uomo Cosmico entra in improvvisa accelerazione mentre attorno a lui l’Universo si fa sempre più dilatato, più luminoso e quieto. E il valore aggiunto delle semantizzazioni si fa sempre più alto, più preciso e arduo.

Il primo trittico di Canti già ci fa sospettare la dura prova: la nostra continua dolorosa oscillazione fra l’Alto e il Basso, fra Tenebre e Luce, fra l’inganno del Falso e l’aspirazione del Vero.

E non sono forse questi i reali territori del nostro smarrimento in vita?

Nel 20 si trovano gli Indovini, esploratori di un futuro la cui verità ci dovrebbe essere negata. Nel 70 gli Spiriti Difettivi sono venuti meno ai loro voti, anche loro ingabbiati in un futuro ignoto che nemmeno si aspettavano di vivere. Eppure con pazienza infinita il Poeta ci aveva anticipato nel 7 mercuriale che non siamo padroni della nostra vita, e sempre preda del Drago delle Sorti. Marco Lombardo dirà nel 50 che per questo ci vuole una lotta dura contro il cielo. Ecco la lotta dura comincia e ci coglie impreparati.

Scoppia in un pianto dirotto di compassione Dante, alla vista della pena mostruosa degli Indovini: il volto rovesciato all’indietro, e il loro pianto cola lungo la fessura delle natiche.

 

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto

di tua lezione, or pensa per te stesso

com’io potea tener lo viso asciutto,              21

quando la nostra imagine di presso

vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi

le natiche bagnava per lo fesso.                    24

Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi

del duro scoglio, sì che la mia scorta

mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?      27

Qui vive la pietà quand’è ben morta;

chi è più scellerato che colui

che al giudicio divin passion comporta?           30

(20)

 

Possa Dio, o lettore, lasciare che tu colga il frutto di questa lezione: pensa da te stesso come io potevo evitare di piangere, quando vidi da vicino la figura umana così stravolta, mentre i dannati bagnavano di lacrime le natiche lungo la fessura. Certo io piangevo, appoggiato a una delle sporgenze della roccia, finché la mia guida mi disse: «Anche tu fai parte degli altri schiocchi? Qui la pietà ha valore solo quando è morta del tutto; chi è più scellerato di colui che cerca di forzare il giudizio divino, prevedendo il futuro?

 

Un Virgilio severo e duro che impone a Dante di smettere di piangere. E noi Lettori, chiamati in causa, dobbiamo fare la stessa cosa. Pietà l’è morta davanti a coloro che hanno preteso di sconfinare nella mente di Dio, dentro il segreto del MISTERO: vati, catastrofisti, profeti di sventura… li conosciamo bene costoro sempre a parlare del domani solo perché l’oggi li terrorizza. Con gli occhi rivolti all’indietro, sono costretti a camminare a ritroso, pagando a duro prezzo i loro inganni.

Ma anche Dante si inganna, pur essendo in paradiso.

 

Quali per vetri trasparenti e tersi,

o ver per acque nitide e tranquille,

non sì profonde che i fondi sien persi,             12

tornan d’i nostri visi le postille

debili sì, che perla in bianca fronte

non vien men forte a le nostre pupille;            15

tali vid’io più facce a parlar pronte;

per ch’io dentro a l’error contrario corsi

a quel ch’accese amor tra l’omo e ‘l fonte.      18

Sùbito sì com’io di lor m’accorsi,

quelle stimando specchiati sembianti,

per veder di cui fosser, li occhi torsi;               21

e nulla vidi, e ritorsili avanti

dritti nel lume de la dolce guida,

che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.          24

(70)

Proprio come attraverso vetri trasparenti e chiari, oppure attraverso acque nitide e non turbate (non tanto profonde da non vedere i fondali), tornano i riflessi dei nostri volti così evanescenti che una perla su una fronte bianca non colpisce meno debolmente i nostri occhi, così io vidi più facce di beati pronti a parlare; allora io incorsi nell’errore opposto a quello che accese amore tra Narciso e la sua immagine specchiata nell’acqua. Non appena mi accorsi degli spiriti, ritenendo che fossero immagini riflesse, mi voltai indietro per vedere di chi fossero; e non vidi nulla, e tornai a guardare avanti negli occhi della mia dolce guida, che, sorridendo, ardeva nel suo sguardo pieno di santità.

Beatrice: punto fermo di Verità. Ma anche Virgilio nel 20 ricucirà per sé il suo spazio di Verità, narrando come pignolo geografo e attento storico le origini di Mantova.

Nel 70 si esplora la Luna e i suoi Spiriti diafani che Dante sospettava che fossero solo ombre, nel 20 invece si parla di un luogo terreno, la città di Mantova che diede i natali a Virgilio. Perché nel 20 si incontra Manto, la figlia di Tiresia, indovina come il padre, che è morta in quei luoghi, dice la leggenda, lasciando il suo nome a Mantova.

 

E quella che ricuopre le mammelle,

che tu non vedi, con le trecce sciolte,

e ha di là ogne pilosa pelle,                    54

Manto fu, che cercò per terre molte;

poscia si puose là dove nacqu’io;

onde un poco mi piace che m’ascolte.      57

Poscia che ’l padre suo di vita uscìo,

e venne serva la città di Baco,

questa gran tempo per lo mondo gìo.         60

Suso in Italia bella giace un laco,

a piè de l’Alpe che serra Lamagna

sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.               63

Per mille fonti, credo, e più si bagna

tra Garda e Val Camonica e Pennino

de l’acqua che nel detto laco stagna.         66

Loco è nel mezzo là dove ’l trentino

pastore e quel di Brescia e ’l veronese

segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.      69

Siede Peschiera, bello e forte arnese

da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,

ove la riva ’ntorno più discese.                    72

Ivi convien che tutto quanto caschi

ciò che ’n grembo a Benaco star non può,

e fassi fiume giù per verdi paschi.                75

Tosto che l’acqua a correr mette co,

non più Benaco, ma Mencio si chiama

fino a Governol, dove cade in Po.                  78

Non molto ha corso, ch’el trova una lama,

ne la qual si distende e la ’mpaluda;

e suol di state talor essere grama.                    81

Quindi passando la vergine cruda

vide terra, nel mezzo del pantano,

sanza coltura e d’abitanti nuda.                       84

Lì, per fuggire ogne consorzio umano,

ristette con suoi servi a far sue arti,

e visse, e vi lasciò suo corpo vano.                    87

Li uomini poi che ’ntorno erano sparti

s’accolsero a quel loco, ch’era forte

per lo pantan ch’avea da tutte parti.                   90

Fer la città sovra quell’ossa morte;

e per colei che ’l loco prima elesse,

Mantua l’appellar sanz’altra sorte.                    93

Già fuor le genti sue dentro più spesse,

prima che la mattia da Casalodi

da Pinamonte inganno ricevesse.             96

Però t’assenno che, se tu mai odi

originar la mia terra altrimenti,

la verità nulla menzogna frodi».              99

(20)

 

E quella che copre con le trecce sciolte le mammelle, che tu non vedi, e ha ogni parte pelosa dall’altra parte, è Manto, che vagò per molte terre; poi si stabilì là dove io nacqui (a Mantova); e adesso voglio che tu mi ascolti per qualche momento. Dopo che morì suo padre (Tiresia) e che la sua città (Tebe) divenne sacra a Bacco, costei vagò molto tempo per il mondo. A nord nella bella Italia sorge un lago (di Garda) ai piedi delle Alpi che separano la Germania dal Tirolo, chiamato Benaco. Il territorio tra Garda, la Valcamonica e le alpi Pennine è bagnato da mille e più fonti, credo, di quell’acqua che stagna in questo lago.
Al centro di esso c’è un luogo primenti retto dal vescovo di Trento, di Brescia e di Verona, se si trovassero contemporaneamente in quel posto. Dove la riva è più bassa sorge Peschiera, bella e solida fortezza con cui fronteggiare i Bresciani e i Bergamaschi. Qui è inevitabile che si riversi tutta l’acqua che non può stare nel bacino del lago, che si fa fiume lungo verdi pascoli. Non appena l’acqua inizia a scorrere, prende il nome di Mincio e lo conserva fino a Govèrnolo, dove si getta nel Po. Nel suo alto corso trova un avvallamento, nel quale forma una palude; d’estate talvolta è in secca. La crudele vergine (Manto), passando di qui, vide una terra in mezzo all’acquitrino, incolta e disabitata. Si stabilì in quel luogo per sfuggire ogni contatto umano e per dedicarsi alle sue arti magiche coi suoi servi; visse lì e vi fu sepolta dopo la sua morte. In seguito, gli uomini che vivevano sparsi tutt’intorno si raccolsero in quel luogo, che era ben difeso dal pantano che lo circondava. Edificarono una città sopra il suo sepolcro; la chiamarono Mantova dal nome di colei che scelse per prima il luogo, senza ricorrere ad altri sortilegi.
Un tempo la città fu più popolata, prima che la follia del conte di Casalodi fosse ingannata da Pinamonte. Perciò ti metto in guardia, se mai tu sentissi altre versioni sull’origine della mia terra, affinché nessuna menzogna offuschi la verità».

Che vuol dire Virgilio? Che spesso anche il passato può essere manipolato, così come gli indovini tentano di manipolare il futuro? Altre leggende narravano che la stessa Manto avesse fondato la città; forse che il Poeta abbia voluto annullarle agli occhi dei Lettori?

Certo che la risposta di Dante ci risulta altrettanto enigmatica:

 

E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti

mi son sì certi e prendon sì mia fede,

che li altri mi sarien carboni spenti.   102

(20)

E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti sono così sicuri e conquistano la mia fiducia al punto che gli altri sarebbero per me carboni spenti.

Quali ragionamenti al plurale, se il Maestro ha solamente descritto la geografia dei suoi luoghi? Forse ci resta l’ultima affermazione, quella contro coloro che riescono anche a manipolare il passato. E su questo ti metto in guardia!

E anche noi dovremmo alzare le antenne, ben concentrati su coloro che pretendono di raccontarci il futuro, e altrettanto su coloro che distorcono la storia, e che preferiamo chiamare revisionisti.

La VERITÀ non abita dentro la mente degli Umani, e credo che sia solo per questo motivo che Manto sta anche nel Limbo (XXII, Purg.), cosa che fa impazzire i dantisti: il grande errore del Sommo!

Perché io credo veramente che l’Alighieri abbia manipolato le sue informazioni proprio per aprirci gli occhi: visto come è facile trarvi in inganno???

Se su questa terra potremmo solo fidarci della verità delle cose, come ad esempio la geografia che è anch’essa manifestazione del divino, e ben per questo Virgilio ci parla di Garda e Mincio, in paradiso invece non ci sono dubbi: la Verità appartiene solo a Dio, e di questa verità i Beati sono paghi. Dante chiede a Piccarda… così lontani da Dio qui sulla Luna, non vorreste essere più vicini a Lui?

 

Se disiassimo esser più superne,

foran discordi li nostri disiri

dal voler di colui che qui ne cerne;          75

che vedrai non capere in questi giri,

s’essere in carità è qui necesse,

e se la sua natura ben rimiri.                   78

Anzi è formale ad esto beato esse

tenersi dentro a la divina voglia,

per ch’una fansi nostre voglie stesse;        81

sì che, come noi sem di soglia in soglia

per questo regno, a tutto il regno piace

com’a lo re che ‘n suo voler ne ‘nvoglia.     84

E ‘n la sua volontade è nostra pace:

ell’è quel mare al qual tutto si move

ciò ch’ella cria o che natura face».              87

Chiaro mi fu allor come ogne dove

in cielo è paradiso, etsi la grazia

del sommo ben d’un modo non vi piove.     90

(70)

Se desiderassimo essere più in alto, i nostri desideri sarebbero discordi dalla volontà di Colui (Dio) che ci colloca qui; e vedrai che questo non è possibile in questi Cieli, se qui è necessario essere in carità e se osservi bene la natura della carità stessa. Anzi, alla nostra condizione di beati è essenziale conformarsi alla volontà divina, per cui tutti i nostri desideri diventano uno solo; cosicché a tutto il regno piace il modo in cui siamo disposti di Cielo in Cielo, e piace al re (Dio) che ci invoglia a uniformarci alla sua volontà. E nella sua volontà è la nostra pace: essa è quel mare verso il quale si muove tutto ciò che essa crea o che la natura produce». Allora mi fu chiaro che ogni punto del Cielo è Paradiso, anche se la grazia del sommo bene (divina) non vi viene irraggiata in un solo modo.

Piccarda è beata dentro la verità divina, perché Amore è sempre Amore anche a diversa intensità, e sappiamo che l’Alighieri ci teneva molto a questo concetto, soprattutto vivendo in terra.

Però Piccarda Donati (sorella di Forese) e Costanza d’Altavilla (madre di Federico II) non hanno potuto vivere come avrebbero voluto. Avevano scelto la clausura del convento, ma sono state rapite per costringerle a matrimoni di stato, e loro hanno dovuto cedere, ricattate da un futuro che non avevano scelto.

Intanto nel canto 20 Virgilio esorta Dante a riprendere il cammino, si sta facendo sera, la sera della Domenica 26 marzo 1301… non ti ricordi quanto era piena e tonda e bella la Luna la notte scorsa, quando ti è stata tanto utile dentro la selva oscura?

 

… Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine

d’amendue li emisperi e tocca l’onda

sotto Sobilia Caino e le spine;   126

e già iernotte fu la luna tonda:

ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque

alcuna volta per la selva fonda».

(20)

Ma ormai vieni via, poiché la luna (con le spine di Caino) tocca il confine di entrambi gli emisferi (l’orizzonte) e sta per tramontare sotto il mare di Siviglia; e già ieri notte c’era plenilunio: te ne dovresti ricordare, poiché ti giovò talvolta nella selva oscura». Così mi parlava, e intanto non cessavamo di camminare.

Come nel canto 14 si annuncia il fiume Lete che Dante vedrà nel 64, così  nel canto 20 viene declamata la Luna, cinquanta canti prima che il Poeta la possa vedere realmente da vicino.

Però emerge qualcosa di più rilevante dal rispecchiamento dei canti: come è facile in terra venire ingannati e ricattati da chi manipola il futuro e da chi reimpasta il passato, anche in paradiso Piccarda Donati e Costanza d’Altavilla dichiarano di essere state vittime degli stessi crimini.

 

Ma sì com’elli avvien, s’un cibo sazia

e d’un altro rimane ancor la gola,

che quel si chere e di quel si ringrazia,              93

così fec’io con atto e con parola,

per apprender da lei qual fu la tela

onde non trasse infino a co la spuola.                96

«Perfetta vita e alto merto inciela

donna più sù», mi disse, «a la cui norma

nel vostro mondo giù si veste e vela,                  99

perché fino al morir si vegghi e dorma

con quello sposo ch’ogne voto accetta

che caritate a suo piacer conforma.                   102

Dal mondo, per seguirla, giovinetta

fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi

e promisi la via de la sua setta.                          105

Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,

fuor mi rapiron de la dolce chiostra:

Iddio si sa qual poi mia vita fusi.                      108

E quest’altro splendor che ti si mostra

da la mia destra parte e che s’accende

di tutto il lume de la spera nostra,                     111

ciò ch’io dico di me, di sé intende;

sorella fu, e così le fu tolta

di capo l’ombra de le sacre bende.                 114

Ma poi che pur al mondo fu rivolta

contra suo grado e contra buona usanza,

non fu dal vel del cor già mai disciolta.         117

Quest’è la luce de la gran Costanza

che del secondo vento di Soave

generò ‘l terzo e l’ultima possanza».           120

Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave,

Maria’ cantando, e cantando vanio

come per acqua cupa cosa grave.                  123

La vista mia, che tanto lei seguio

quanto possibil fu, poi che la perse,

volsesi al segno di maggior disio,                126

e a Beatrice tutta si converse;

ma quella folgorò nel mio sguardo

sì che da prima il viso non sofferse;

e ciò mi fece a dimandar più tardo.           130

(70)

Ma come accade quando un cibo sazia e di un altro rimane ancora il desiderio, allorché si chiede di questo e si ringrazia di quello, così feci io negli atti e nelle parole per sapere da lei quale fu la tela di cui non trasse la spola fino alla fine (quale voto non aveva adempiuto). Mi disse: «Una vita perfetta e un alto merito collocano in un Cielo più alto una donna (santa Chiara d’Assisi), secondo la cui regola sulla Terra ci si veste e si prende il velo, al fine di vegliare e dormire sino alla morte con quello sposo (Cristo) che accetta ogni voto che la carità conforma alla sua volontà.

Per seguirla da fanciulla fuggii dal mondo e vestii il suo abito, promettendo di seguire la regola del suo Ordine. In seguito degli uomini, avvezzi al male più che al bene, mi rapirono fuori dal dolce convento: Iddio sa quale fu poi la mia vita. E quest’altro splendore che ti appare alla mia destra e che si accende di tutta la luce del nostro Cielo, capisce bene ciò che io dico di me stessa: fu suora e le fu tolto nello stesso modo il velo dal capo. Ma dopo che fu rivolta al mondo contro il suo volere e contro ogni buona usanza, tuttavia non fu mai separata dal velo del cuore (continuò a osservare in cuore la regola). Questa è l’anima della grande Costanza d’Altavilla, che dal secondo imperatore di Svevia (Enrico VI) generò il terzo (Federico II) che fu anche l’ultimo». Così mi parlò, e poi iniziò a cantare ‘Ave, Maria’ e in questo modo svanì come un oggetto che affonda nell’acqua profonda. Il mio sguardo, che la seguì fin che gli fu possibile, dopo averla persa di vista, si rivolse all’oggetto principale del suo desiderio e fissò Beatrice; ma lei folgorò il mio sguardo a tal punto che sulle prime non potei sopportarne la vista; e questo mi rese più restio a domandare.

Vittime di coloro che non hanno rispettato la loro scelta, come fosse un pezzo di storia da cancellare, una perla da frantumare sotto i piedi. Vittime di coloro che sotto il ricatto del terrore hanno imposto a loro un futuro non desiderato.

Dante su questo punto vorrebbe avere maggiori spiegazioni, ma il sorriso di Beatrice lo folgora, e ammutolisce.

E anche noi restiamo muti, ma solo perché vediamo, in sincronia, la dura pena pagata da coloro che hanno preteso di essere i padroni del futuro.

Maria Castronovo

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