19-69, il XIX dell’Inferno e il II del Paradiso: TENEBRE E LUCE

TENEBRE E LUCE
Io vidi per le coste e per lo fondo piena la pietra livida di fóri … (19)
Per entro sé l’etterna margarita ne ricevette… (69)

SIMONIACI E CAINO
Terza bolgia infernale, butterata da piccoli crateri dentro i quali sono messi a testa in giù i simoniaci, mercanti di cose sacre, e in sincronia volo verso la Luna, etterna margarita, ponte misterico che apre all’Infinito.

Così iniziano di nuovo i canti mercuriali dell’Inferno e del Paradiso.
Vi ho già detto che il Poema contiene il Valzer dei Canti, ma dovete immaginarli come Universi Paralleli, perché anche i cinquanta valzer contengono il Poema, così come l’Uomo è contenuto dall’Infinito, ma contemporaneamente lo contiene (515).

Per questo siete ancora molto lontani dal IV del Purgatorio (38 sulfureo), ma vi trovate già sulla Luna.
Nel IV inizia la salita verso il Monte della Guarigione e Virgilio ci esalta con la sua Lectio Magistralis astronomica sul Sole e sul suo comportamento in emisfero australe, e invece nel I del Paradiso (68 sulfureo, frontale sulla corda 38-68) Beatrice terrà una lunga conversazione con Dante parlando di fuoco e di fulmini, e ora nel 69 parlerà della Luna e delle sue misteriose macchie.

Virgilio sta accompagnando Dante nel territorio dei Dioscuri, verdi come la giovinezza, e Maestri della Doppia Conoscenza illuminata dal Sole. Beatrice, sotto la protezione del Grifone che è bianco rosso e d’oro, e daimon dell’età adulta, leone e aquila in doppia natura, guida Dante dentro l’Ignoto e l’Imperscrutabile, dentro quelle cose che in terra non possono essere comprese, come una notte lunare e mercuriale. Virgilio-Sole e Beatrice-Luna, anche loro un REBIS, all’inizio delle due cantiche.

Teologia o Alchimia? Scienza astronomica o Storia della nostra vita?

Non ha nessuna importanza, anche se soltanto su questa rivelazione molte persone ci scriverebbero un libro intero. Dico questo solo per sottolineare che codeste non sono fantasie di chi scrive, ma siamo veramente davanti a un progetto geniale: un magico ingranaggio che quando ti risucchia non puoi far altro che subirne il dominio, e ammirarlo. E finalmente l’ho detto.

Ma voi vi state chiedendo… cosa ci azzeccano i simoniaci con le macchie lunari?

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.    3
Nel ciel che più de la sua luce prende
fù io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;  6
(68)

La gloria di Colui che muove ogni cosa si diffonde in tutto l’Universo e splende più in alcune parti, meno in altre. Io fui nel Cielo (Empireo) che è più illuminato dalla sua luce, e vidi cose che chi scende di lassù non sa né può riferire.

Siamo all’Incipit del Paradiso, canto I, e questi versi sublimi e sintetici sono l’insuperabile identità di tutta la Cantica. La Luce Infinita del Punto Zero del mondo, precipita per gradi nell’addensamento della materia, per un necessitato bisogno di contrazione che i Kabbhalisti definiscono Tzimtzum. Tanto che necessariamente l’originario e insostenibile splendore deve arrivare a risplendere in una parte più e meno altrove.

Per sostenere la Luce dell’Abisso a Dante deve essere donata una vista nova, perché in terra non abbiamo possibilità alcuna di contemplarla (XXXIII, Par.) Ma lui l’ha vista dentro l’Empireo, consapevole di non poter trovare le giuste parole per raccontarla. L’Impenetrabile Ignoto ci offre il suo benvenuto in paradiso. E ritorna, come infrantumabile enigma, nel secondo canto: perché la Luna non brilla tutta della sua candida luce, e invece si presenta con le sue macchie nere?

Ma ditemi: che son li segni bui
di questo corpo, che là giuso in terra
fan di Cain favoleggiare altrui?».     51
(69)

La fantasia narrava, a quei tempi, di fasci di rovi e di spine nere che coprivano le spalle di Caino esiliato sulla Luna.

Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».
E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso
credo che fanno i corpi rari e densi».     60
(69)

Risposta da grande esperto di tzimtzum: più la materia è densa più s’oscura, più è rarefatta più si illumina.
Ma non funziona così in paradiso! Vi risparmio la complessa dimostrazione di Beatrice, ciò che ci importa è il risultato:

Virtù diversa fa diversa lega
col prezioso corpo ch’ella avviva,
nel qual, sì come vita in voi, si lega.     141
Per la natura lieta onde deriva,
la virtù mista per lo corpo luce
come letizia per pupilla viva.               144
Da essa vien ciò che da luce a luce
par differente, non da denso e raro;
essa è formal principio che produce,
conforme a sua bontà, lo turbo e ‘l chiaro» 148
(69)

La virtù così diversificata si lega in modo diverso col prezioso corpo stellare a cui dà vita, nel quale si lega proprio come si lega la vostra stessa vita in voi. Poiché la virtù compenetrata nell’astro deriva dalla natura gioiosa dell’intelligenza angelica, essa risplende nel corpo stellare come la gioia brilla nella pupilla dell’occhio. Da questo deriva il fatto che la luminosità degli astri è differente, ma non a causa della diversa densità; è la gioia dell’astro che produce la forma della luce, in modo conforme alla sua bontà, sia per l’opacità e sia per il chiarore».

Che vuol dire? Vedete com’è? Se nelle parafrasi non si entra col bisturi, anch’esse restano mute e incomprensibili. Eppure l’Alighieri sta indicando una antica fiamma sapienziale che parte da Ermete, e attraverso Pitagora Dante e Bruno… arriva fino ai nostri giorni (e doveva nasconderla ben bene).

Che l’Universo è Intelligente, Mentale, Psichico e Cosciente. Questa è l’Intelligenza Angelica, e se non riusciamo a farcene una ragione è solo perché siamo un branco di caprette. E la Luce è principio e forma della Gioia dell’Universo, la stessa gioia che a volte ci fa brillare gli occhi, quando siamo noi stessi a provare la gioia. Oppure l’aura nera che ci circonda quando ci tormentano pensieri neri.

E questo vuol dire anche che, senza il PRINCIPIO della LUCE, mai e poi mai la MATERIA avrebbe preso la sua FORMA.
In linguaggio corrente si dovrebbe dire che anche noi, come gli astri, siamo Esseri di Luce. Animica, Spiritale e Gioiosa. Non è la densità del corpo che ci impedisce di splendere, ma la contrazione triste dell’anima e dello spirito ci piega dentro l’oscurità.
La lenta malinconia degli Spiriti Lunari, che non hanno pienamente rispettato i loro voti, interferisce con la luce dell’astro, sfumandolo con le sue ombre. E così si formano le macchie lunari.
Lo so che non sta né in cielo né in terra una spiegazione del genere, ma sta benissimo in paradiso.

E se vi è difficile comprenderlo
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.    6
(69)

Ebbene sì, all’inizio di questo canto l’Alighieri seleziona i suoi Lettori. E, vista la prima conversazione con Beatrice, aveva le sue buone ragioni.

E i simoniaci? A testa in giù, dentro i crateri infernali, di loro nulla è visibile, tranne i piedi che scalciano fuori tormentati dal fuoco (bella immagine di un fulmine caduto). Niccolo III Orsini pontifex, che sì è fatto costruire a Soriano nel Cimino un castello da vampiro, confonde Dante col Bonifacio dei Caetani.

Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.    54
Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?». 57
(19)

E quello urlò: «Sei già lì in piedi, sei già lì in piedi, Bonifacio? Il libro del futuro mi ha mentito di diversi anni. Ti sei già saziato di quelle ricchezze per le quali non avesti scrupoli a prendere con l’inganno la bella donna (la Chiesa) e poi farne scempio?»

Chiarito l’equivoco, l’Orsini descrive la sua pena:
Di sotto al capo mio son li altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti.     75
Là giù cascherò io altresì quando
verrà colui ch’i’ credea che tu fossi
allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.         78
(19)

Sotto la mia testa sono conficcati gli altri che mi hanno preceduto praticando la simonia, tutti appiattiti nelle fessure della roccia. Laggiù finirò anch’io quando verrà colui (Bonifacio VIII) che credevo fossi tu, quando ti feci quell’improvvisa domanda.

Stipati come acciughe o come vermi dentro la roccia, avvolti dalle tenebre più nere, invisibili a tutti, incarcerati dentro i gusci del male. Anche questa è una immagine della Kabbalah: la terra dei Qliphot, demoni delle tenebre, che si trova sotto Malkuth, sotto la Terra, e che, con la potenza di un buco nero, attrae dentro di sé tutti coloro che decidono di non salire verso la luce. Verso la gioia angelica dell’Universo. E i Qliphot sono i gusci del male. Incarcerati nel punto più basso dello Tzimtzum.

Non è soltanto una fiaba medievale, questa. È una fiaba arcana, che ci insegue da milioni di anni, e che ogni giorno riviviamo, quando all’alba, spalancando le persiane, sorridiamo se vediamo il cielo azzurro, e ci incupiamo quando il cielo pesa come il piombo. E adesso raccontatemi che la Luce non è psichica.

Sdoganato per secoli come il canto dei simoniaci che si sono arricchiti vendendo il sacro, quando canta insieme al 69 veramente ci porta su altre strade. È vero: ad litteram, la lunga e violenta invettiva che Dante pronuncia contro Niccolò III, soltanto a questo doveva farci pensare:

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;        108
quella che con le sette teste nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.    111
Fatto v’avete Dio d’oro e d’argento;
e che altro è da voi a l’idolatre,
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?114
(19)

Di voi cattivi pastori si accorse l’Evangelista (Giovanni) quando vide la meretrice che siede sopra le acque (la Chiesa) fare la prostituta con i re; quella che è nata con sette teste e ha tratto forza dalle dieci corna, finché al marito (il papa) piacque la virtù. Vi siete fabbricati un dio d’oro e d’argento: e che differenza c’è tra voi e l’idolatra, se non che quello adora un dio solo e voi ne adorate cento?

Che Impero e Papato siano due Poteri Scuoianti (simulacro di tutti i Poteri che dominano la Storia passata presente e futura), che ci portano via la pelle senza che ce ne accorgiamo, l’Alighieri ce lo svelerà nel 73 (VI del Paradiso) quando Giustiniano parlerà dell’Impero e della Chiesa e dei loro poteri scuoianti: … e non l’abbatta esto Carlo novello / coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli /ch’a più alto leon trasser lo vello.

Perché questo è il punto: simonia non è soltanto far mercato del Cristo, ma è anche totale svendita delle vite umane, sacre come mistero che cammina su due gambe. E pure totale svendita dell’Universo, sacro come è misteriosa la LUCE che lo attraversa, ancora enigma per gli astrofisici contemporanei.

Simonia è la radice della forza tenebrosa del male. L’Infamia delle Genti. Sacrilega svendita del Mistero.
Costante ingiuria contro la dignità dell’Uomo, e contro la magia naturalis della MATER-IA.
Sventramento del SACRO a tutti i livelli. Negazione totale della Luce. E della Gioia.

E così i simoniaci vengono illuminati dall’ombra di Caino, e del suo fratricidio, che a loro si oppone, e che vaga sulla Luna sotto il suo fascio di rovi e di spine. E vengono destinati a diventare Qliphot, gusci del male stritolati dentro gli anfratti tenebrosi della roccia.
Un tempo c’era un canto che quasi quasi faceva ridere a causa del presagio fumantino di poter vedere Bonifacio condannato all’inferno. E ce n’era un altro, molto noioso, in cui si trattava di Luna e di Luce, ma era meglio saltarlo.

Ora invece, vedete in alto in alto, all’ultimo piano dell’Orchestra, un signore che prende in mano due pesantissimi piatti di ottone, e con veemenza li percuote uno contro l’altro armato, e in onda sismica vibrano i palchi la platea e i suonatori. Ora che sappiamo con certezza che alla corte dei potenti da sempre si fa poltiglia e devastazione del Cosmo Intero.

Maria Catronovo

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