Sincronicità e coerenza – 4 –

Le intuizioni di Kammerer
(di Artur Koestler, estratto da “La Radice del Caso”)

Kammerer credeva nell’importanza delle coincidenze apparenti. Pubblicò la sua teoria sull’argomento nel 1919, in un’opera eccezionale, Das Gesetz der Serie – la legge della seriazione, di cui non esiste ancora nessuna traduzione. Kammarer, dai venti ai quarant’anni, annotò in un diario tali coincidenze. Non fu l’unico a indulgere a questo vizio segreto; Jung, per esempio, fece la stessa cosa. “Mi sono spesso imbattuto in fenomeni di questo genere”, ha scritto Jung, e ho potuto rendermi conto quanto fossero importanti per i miei pazienti queste esperienze interiori. In moltissimi casi erano cose di cui la gente non parla per timore di esporsi al ridicolo. Fui stupito di constatare quanta gente avesse avuto esperienze del genere e con quanta cura custodisse il segreto”. Kammerer definisce una Serie come “la ricorrenza regolare di cose e eventi uguali o simili – una ricorrenza, o raggruppamento, nel tempo e nello spazio nella quale – stando a quanto si può accertare con una attenta analisi – i membri individuali della sequenza non sono collegati dalla stessa causa agente”.

L’espressione “ricorrenza regolare” può far pensare che la serie sia governata da leggi causali. Ma lo scopo di Kammerer è di dimostrare proprio il contrario – vale a dire che le coincidenze, si presentino una ad una o in serie, sono manifestazioni di un principio universale della natura il quale opera indipendentemente dalla causalità fisica. Le “leggi della seriazione” sono, a giudizio di Kammerer, altrettanto fondamentali di quelle della fisica, ma restano tuttora inesplorate. Inoltre, le coincidenze singole sono semplicemente le parti emergenti dell’iceberg che per caso hanno attirato il nostro sguardo, perché le nostre abitudini tendono a farci ignorare le manifestazioni onnipresenti della seriazione.

La prima metà del libro di Kammerer è dedicata alla classificazione della serie delle coincidenze.La conclusione a cui giunge Kammerer alla fine di questa parte classificata del libro è la seguente:

“Finora ci siamo occupati delle manifestazioni concrete di serie ricorrenti, senza tentare di spiegarle. Abbiamo scoperto che il ricorrere di dati identici o similari in regioni contigue di spazio o di tempo è un puro dato di fatto che deve essere accettato e che non si può spiegare con la coincidenza – o, piuttosto, che questo dato di fatto fa regnare la coincidenza in misura tale che il concetto di coincidenza viene negato”.

Nella seconda parte del libro, che è teorica, Kammerer sviluppa la sua idea centrale secondo cui nell’universo c’è un principio acausale attivo, coesistente con la causalità, il quale tende verso l’unità. Sotto certi aspetti è confrontabile alla gravità universale – che, per il fisico, è tuttora un mistero; ma diversamente dalla gravità che agisce indiscriminatamente su tutta la massa, questa forza agisce selettivamente sulla forma e la funzione per riunire configurazioni similari nello spazio e nel tempo; è una forza che mette in correlazione cose e eventi per affinità. Con quali mezzi questa forza acausale si inserisca nell’ordine causale delle cose – sia in modi drammatici che banali – non possiamo dirlo perché funziona ex hypothesi, al di fuori delle leggi conosciute della fisica. Nello spazio produce eventi coincidenti collegati per affinità; nel tempo, serie collegate nello stesso modo. “Si giunge quindi all’immagine di un mondo a mosaico o di un caleidoscopio cosmico, che, malgrado i continui rimescolii e riassesttamenti, provvede anche a riunire le cose simili alle simili”.

Kammerer si interessò in modo particolare alle serie temporali di eventi ricorrenti che ritenne fossero processi ciclici propagatisi come onde lungo l’asse temporale del continuum spazio-temporale. Ma noi ci rendiamo conto soltanto della cresta delle onde, che ci appaiono come coincidenze isolate, mentre gli avvallamenti delle onde restano trascurati. (Kammerer quindi capovolge l’ipotesi dello scettico secondo cui della moltitudine di eventi verificatesi a caso cogliamo soltanto quelli che sono significativi). I cicli possono essere prodotti da fattori casuali (per es., il moto planetario) o essere strutturati dalla seriazione – come i periodi fortunati dei giocatori d’azzardo. Dedica poi un capitolo alle teorie della periodicità formulate in precedenza: dal sette magico dei pitagorici ai “cerchi ruotanti dei buoni e dei cattivi giorni” di Goethe.

Alla fine del libro Kammerer dichiara di essere convinto che la seriazione è “onnipresente e che continua nella vita, nella natura e nel cosmo. È il cordone ombelicale che unisce il pensiero, il sentimento, la scienza e l’arte al grembo dell’universo che li ha partoriti”.

È assai improbabile che la parte teorica regga a un esame critico, questo primo tentativo di classificazione sistematica di eventi coincidenti può trovare in futuro qualche applicazione insospettata. Sono cose che capitano nella scienza. E questa può anche essere la ragione del giudizio favorevole che Einstein diede sul libro; lo definì “originale e niente affatto assurdo”. Può darsi che si sia ricordato che le geometrie non euclidee, sviluppate quasi per gioco dai matematici che lo avevano preceduto, fornirono la base alla sua cosmologia relativistica. Trenta anni più tardi Pauli condivise la convinzione di Kammerer e di Jung che ci sono fattori non-causali, non-fisici, che operano in natura. Anche il principio di esclusione “agisce” come una forza sebbene non lo sia”. È probabile che Pauli abbia capito più profondamente dei suoi compagni – stregoni i limiti della scienza. Quando aveva cinquant’anni, scrisse un saggio penetrante in cui sosteneva che la scienza era emersa dal misticismo, come risultava dalle idee di Keplero – il quale fu sia un mistico che il fondatore dell’astronomia moderna. Il saggio è intitolato L’influenza delle idee archetipiche sulle teorie scientifiche di Keplero e, in origine, apparve in una serie di monografie pubblicate dallo Jung Institute di Zurigo.

Era un’impresa molto insolita per uno scienziato moderno impegnarsi in un saggio del genere e pubblicarlo su una rivista di psicologia. Nelle pagine conclusive Pauli scrive: “Oggi abbiamo le scienze naturali, ma non abbiamo più una filosofia della scienza. Dalla scoperta del quanto elementare, la fisica è stata costretta a rinunciare alla sua orgogliosa pretesa di poter dare una spiegazione teorica della totalità del mondo. Ma questa situazione difficile può contenere il seme di ulteriori sviluppi che correggeranno il precedente orientamento unilaterale e si indirizzeranno verso una visione unitaria del mondo in cui la scienza è soltanto una parte del tutto”.

 La nascita del concetto di sincronicità – Nella collaborazione Jung – Pauli
(di David Peat, estratto da ‘Syncronicity: the bridge between matter and mind’)

La vera storia della sincronicità comincia con la collaborazione di due grandi pensatori, lo psicologo Carl Jung e il fisico Wolfgang Paoli. Il loro concetto di sincronicità ha avuto origine da un connubio tra i due approcci della fisica e della psicologia. La vita e il lavoro di questi due uomini contiene l’embrione da cui doveva evolversi il concetto di sincronicità.

Carl Gustav Jung
Jung nacque nel villaggio svizzero di Keswill nel 1875 e, dopo un’infanzia solitaria costellata di malattie e un carattere introverso tendente a sogni e fantasie, diventò uno studente di medicina, estroverso, robusto, amante del bere. Dopo essersi specializzato in psichiatria il giovane Jung cominciò a corrispondere con Freud. Quando, nel 1907 i due si incontrarono l’analista svizzero aveva già dato dei contributi significativi col suo test di associazione verbale e la sua teoria dei complessi. Le loro discussioni furono molto fruttuose tanto che Freud scrisse: “Non potevo sperare in nessuno meglio di te per continuare e completare il mio lavoro”.

Tuttavia, malgrado la loro amicizia, Freud e Jung avevano una visione molto diversa dell’inconscio. Anche il metodo di ricerca era differente perché mentre Freud si basava sulla tradizione scientifica razionale, Jung era più interessato nello spiritualismo, nelle fantasie e nella strana natura delle immagini disegnate e sognate dai suoi pazienti. Mentre Freud sosteneva che la nostra vita inconscia è dominata dagli istinti e dalle repressioni su cui si stende una leggera patina di civiltà, Jung riteneva che la mente inconscia avesse una dimensione creativa nascosta e che non fosse solo guidata da pulsioni sessuali.

Già nel 1909, malgrado fossero ancora molto amici, c’era della tensione che serpeggiava sotto il loro rapporto. Un giorno Freud stava rimproverando Jung per il suo interesse nello spiritualismo e lo metteva in guardia dal rischio di essere sopraffatto dalla “marea nera del fango dell’occultismo”. Jung provò una sensazione di caldo bruciante al diaframma e, allo stesso tempo, i due uomini udirono un forte suono proveniente dalla libreria. Jung suggerì che quello fosse un esempio di “esteriorizzazione catalitica”, in risposta alla reazione scettica di Freud, Jung predisse che sarebbe accaduto un secondo evento e infatti si sentì un altro suono che scosse Freud considerevolmente.

Da quel momento le loro strade divennero sempre più separate fino a che si ebbe la rottura definitiva nel 1912 con le dimissioni di Jung da presidente del congresso psicoanalitico.

Dopo la separazione di Jung da Freud seguirono alcuni eventi che sono particolarmente significativi per lo sviluppo dell’idea di sincronicità. Libero di esplorare le sue idea senza l’ombra incombente di Freud, Jung cominciò a lavorare sui tipi psicologici visti come un bilanciamento tra le forze dell’Intuizione, Sensazione, Pensiero e Sentimento e mise a punto i concetti di estroversione e introversione.

Nel mezzo di questa attività che lo portò successivamente a esplorare l’inconscio collettivo Jung cominciò a sentire i primi sintomi di quello che i suoi biografi hanno definito una totale rottura dell’equilibrio mentale di cui riferisce in Memorie, sogni e riflessioni. Nei mesi che seguirono il viaggio interiore si fece sempre più profondo nei recessi nascosti della sua mente e, in un sogno, simbolizzò la sua mente come una casa con una cantina nascosta contenente una porta a trappola che portava in una caverna ancora più remota, preistorica. Jung stava cominciando a scoprire un’area profonda e universale della mente, quella che poi avrebbe chiamato l’inconscio collettivo. In questa area, che dimostrò comune in tutti gli esseri umani, Jung scoprì una varietà di simboli micro-macrocosmici, che chiamò “mandala”, e un certo numero di personalità autonome. Il viaggio nell’inconscio era accompagnato da figure con cui conversava quali Filemone, il vecchio saggio, Anima, la giovane donna che fu da guida spirituale a Simon Magnus, Lao-Tzu, Klingsor, etc. Di Filemone, Jung scrive: “…a volte mi sembrava molto reale, come se fosse una personalità vivente. Continuavo a camminare su e giù per il giardino con lui e per me era quello che gli indiani chiamano un guru….Mi disse cose che non avevo pensato consciamente. E osservai che era chiaramente lui che parlava, non io.”

Queste “visite” raggiunsero il loro culmine nel 1916 quando l’intera casa di Jung era come infestata da delle presenze e, un sabato mattino, il campanello suonò e alla porta non c’era nessuno.

“Credetemi, continua Jung, l’atmosfera era molto spessa. Allora sentii che stava per accadere qualcosa. L’intera casa era piena come se ci fosse una folla, totalmente piena zeppa di spiriti. Erano ammassati fino alla porta e l’aria era così spessa che facevo fatica a respirare”. Nelle tre notti successive Jung scrisse, come posseduto da queste entità, I Sette sermoni ai morti, un lavoro scritto in stile profetico, che presenta una cosmologia globale dell’universo materiale e mentale. Nei sermoni il mondo di tutte le cose create, la “creatura” emerge da una situazione precedente ancora indifferenziata, il “pleroma” e il libro stesso diventa una metafora dell’emergenza della coscienza dall’inconscio collettivo, e di quest’ultimo dallo “psicoide”, uno stato che precede la distinzione tra mente e materia.

Come la fisica moderna ha prodotto un mito della creazione della materia a partire dal vuoto indifferenziato o dal big bang primordiale così Jung ha creato una storia dell’origine della mente nell’universo.

I Sermoni sono importanti perché contengono, in forma simbolica, molto di quello che poi Jung avrebbe reso esplicito nelle ricerche e negli scritti successivi. Dalle sue ricerche risulta che la mente umana può essere scavata al di là dell’inconscio personale e che, ai suoi livelli più profondi, possiede una struttura ricca di forze dinamiche, configurazioni simmetriche e centri autonomi di energia. Andando ancora più in profondità si incontra il terreno comune da cui sono emersi sia la mente che la materia, un eco di quello che Kammerer definiva come: “un cordone ombelicale che connette pensiero, sentimenti, scienza e arte col grembo dell’universo che li ha generati”.

Che cosa è veramente successo a Jung durante questo periodo di rottura dell’equilibrio mentale? Dire che era pazzo non spiega nulla perché il suo viaggio nell’inconscio era tutt’altro che caotico anzi mostrava un consistente ordine interno. Il mondo che Jung aveva scoperto non era pazzo e senza senso ma talmente strutturato che lo psicologo fu in grado di ritornare alla superficie della ‘sanità normale’ portando con se delle profonde intuizioni e delle scoperte che formarono la base del suo lavoro successivo. Questa profonda trasformazione di Jung durante il suo viaggio nella ‘follia’ fu accompagnato da un certo numero di sincronicità, quali l’infestazione degli spiriti e il suono del campanello alla porta, sicuramente importanti per il futuro riconoscimento del fenomeno.

Wolfgang Pauli
Wolfgang Pauli era nato nel 1900 da una famiglia bene di Vienna. Suo padre era professore di biochimica all’università di Vienna e sua madre aveva ricevuto una educazione artistica. Da piccolo Pauli era bravo a scuola ma aveva paura delle favole. A diciott’anni si iscrisse all’università di Monaco dove, due anni più tardi incontrò Heisenberg.

Pauli poteva essere spietato nelle sue critiche perché aveva una visione profonda della fisica e la sua intuizione era in grado di cogliere immediatamente false tracce, argomenti insostanziali o errori di ipotesi. Per questa ragione il giovane studente venne soprannominato “la frusta di Dio” e “Il terribile Pauli”. Einstein stesso non rimase immune dalle sue critiche. Tuttavia quando il giovane produsse un libro rivista sulla teoria della relatività Einstein scrisse:

Nessuno che legga questo lavoro maturo, concepito con largo respiro, potrebbe credere che l’autore sia un uomo di 21 anni. Ci si chiede se ammirare di più la comprensione psicologica dello sviluppo delle idee, la sicurezza dell’esposizione matematica, la profonda intuizione fisica, o la sicurezza delle critiche.

Pauli divenne poi interessato alla teoria dei livelli atomici e ai tentativi di Niels Bohr di creare una teoria quantistica. Da studenti, Pauli e Heisenberg trascorsero molte ore insieme criticando le teorie esistenti e cercando nuovi approcci. Infatti successivamente Heisenberg scrisse che queste passeggiate furono i momenti più importanti dei suoi studi. Quando, nel 1925, Heisenberg uscì con la sua teoria della meccanica quantistica, Pauli lo seguì, alcuni mesi dopo, con una teoria dell’atomo di idrogeno che convinse molti fisici che la meccanica quantistica era corretta. Solo recentemente è stata riconosciuta l’entità dei contributi significativi di Pauli alla nascita della nuova teoria quantistica.

Di tutti i contributi di Pauli alla fisica il più noto è il principio di esclusione (due elettroni non possono occupare lo stesso orbitale atomico a meno che non abbiano spin (rotazione) opposto), un principio quantistico che ha un notevole interesse per il concetto di sincronicità.

La sincronicità, come suggeriremo in questo testo, nasce dalla struttura di fondo che soggiace l’universo piuttosto che dal tira e molla della causalità che normalmente associamo agli eventi della natura. Per questa ragione la sincronicità chiamata da Jung un “principio di connessione acausale”, è esattamente quello che propone Pauli col suo principio di esclusione.

Pauli sostiene che a livello quantistico la natura è coinvolta in una danza astratta (senza alcuna causa materiale) e che tutte le particelle elementari possono essere divise in due gruppi, a seconda del tipo di danza che eseguono. Elettroni, protoni, neutroni e neutrini ecc. (fermioni) formano un gruppo che compie una danza antisimmetrica mentre, un altro gruppo di particelle quali i mesoni e i fotoni (bosoni), compiono una danza simmetrica. Nel caso delle particelle antisimmetriche risulta che questa danza astratta ha l’effetto di tenere sempre separate le particelle con la stessa energia. Questa esclusione delle particelle dallo spazio di un’altra non è il risultato di nessuna forza, cioè non è un atto causale nel senso normale del termine, ma è il risultato di quel movimento astratto delle particelle prese nel loro insieme, che chiamiamo antisimmetria. Quindi la struttura soggiacente della danza collettiva ha un effetto profondo sulle singole particelle. Per esempio è il principio di esclusione che fa sì che gli elettroni, in un atomo, si dispongano in una serie di livelli di energia che poi rende gli atomi distinguibili a livello chimico. Ed è il principio di Pauli, manifestato nella sua forma simmetrica, che è al lavoro nell’intensa luce coerente del laser e nei superconduttori.

Così il contributo più famoso di Pauli alla fisica è nella scoperta di una struttura astratta che si nasconde dietro la superficie della materia atomica e determina il suo comportamento in un modo non causale. E’ in questo senso che il principio di Pauli forma un parallelo con il principio di sincronicità.

Nonostante il suo interesse per la simmetria interiore, la vita di Pauli era caduta in un grave stato di disordine. Nel 1928, quando insegnava fisica teoretica a Zurigo, le sue lezioni erano confuse e la sua lingua critica diventava sempre più sarcastica e offensiva. Durante gli anni di questo insegnamento, la mamma di Pauli si avvelenò e lui sposò una cantante di cabaret che lo lasciò qualche settimana dopo. Da quel momento Pauli iniziò a bere pesantemente e a litigare anche nei locali pubblici. Molto vicino al crollo nervoso cercò un aiuto professionale e visitò lo studio di Jung. Le annotazioni segrete di Jung dicevano di questo paziente: “E’ un uomo di cultura, unidirezionalmente intellettuale. Il suo inconscio si è confuso e attivato; così proietta sé stesso sugli altri uomini che gli appaiono essere nemici e lui si sente terribilmente solo perché sembra che tutti siano contro di lui..'”e ancora: “Ha vissuto in un modo unilateralmente intellettuale e naturalmente aveva certi desideri e anche bisogni. Ma non aveva nessuna chance con le donne, perché non era in grado di differenziare nessuna sensazione. Così diventa pazzo con le donne e, naturalmente, queste non hanno pazienza con lui”. Jung scoprì che Pauli era totalmente pieno di idee e pensieri arcaici e, non volendo influenzare i suoi sogni e immagini, lo indirizzò da uno dei suoi studenti che lavorò con il fisico per i successivi cinque mesi. Nel suo studio dei tipi psicologici Jung dedusse che ogni persona è il risultato di un equilibrio tra polarità.

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Nitamo Federico Montecucco
Fonte: www.enciclopediaolistica.com
autore Immagine: Salvador Dalì