MADAME GERBELLE… STORIA DI UN DONO…

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Madame Gerbelle (all’anagrafe Giuseppina Pallais), guaritrice di Saint Christophe, è tra le personalità più affascinanti della cultura tradizionale valdostana. La sua casa in località La Plaine immersa nel verde, è stata per anni meta di pellegrinaggio e centro nevralgico di una comunità, non solo locale, che cercava risposte nel secret praticato da “Geppina”. Cos’è, allora, il secret? Il secret è un dono, è conoscenza di antiche formule di guarigione, è ascolto. Ma il secret cela uno scenario narrativo più antico e profondo, pur essendo un savoir ancora vitale e contemporaneo, seppur risemantizzato, che custodisce l’idea e la storia di cura praticata e tramandata in Valle d’Aosta, testimonianza del patrimonio ambientale e immateriale valligiano.

Introduzione di Riccardo Piaggio – Il Dono necessario

Dei doni, come dei sogni, non è dato conoscere trame e direzioni. Insieme, sogni e doni, condividono però la capacità di creare un ponte tra memoria e futuro. Dei doni, come dei sogni, non è dato conoscere trame e direzioni. Insieme, sogni e doni, condividono però la capacità di creare un ponte tra memoria e futuro. Un ponte necessario, perché costruisce i nostri paesaggi possibili, rendendoli reali. Giuseppina Pallais, Madame Gerbelle, aveva un dono, coltivato come una scelta coraggiosa e silenziosa, anche se di un silenzio assordante. Quel dono lo ha raccolto dai propri sogni e lo ha portato, senza mai indugiare, nelle lunghe giornate di servizio pubblico ad una comunità che coincideva, idealmente, con l’intero mondo.

Questa piccola donna ha scelto di curare (e non di guarire) corpi e anime che si offrivano alle sue mani, al suo sguardo, alle sue parole. Trovando per ciascuno una personale preghiera laica, sintesi perfetta di saperi antichi, forse ancestrali, bagnati da qualche goccia di superstizione necessaria e da una sconfinata fede, in Dio, nella propria terra e negli uomini. Il suo tempio era un salottino di venti metri quadri, che in molti hanno fotografato con gli occhi e con la fantasia. Arredato con l’ingenuità e la semplicità di tante case rurali valdostane, era il polmone di una abitazione (la “villetta” di Geppina, si diceva) di campagna alle porte della città, meta di interminabili e quotidiani pellegrinaggi. In un certo senso, casa Gerbelle, ornata all’esterno dagli splendidi colori dei fiori e delle piante che crescevano respirando umanità e sofferenza, è stata un innovativo centro sociale per quattro generazioni di valdostani.

Una volta superato il tinello, si varcava la soglia del luogo più intimo e sacro. Se doveva funzionare, era necessario spogliarsi, levare la maschera. Lì si abbattevano muri, resistenze e differenze. Perché si andava, tutti, a portare un dolore e a ricevere qualcosa di magico, poco importa se “funzionasse” o meno, e perché. Del secret (questa era l’arte della Geppina) non si sa molto, ed è già abbastanza. Geppina pregava, recitava, toccava frammenti di corpi sofferenti. Poi sorrideva e si congedava. Neonati e anziani moribondi, allevatori scesi dagli alpeggi e abitanti della Veulla (così viene ancora oggi chiamata Aosta, a marcare la differenza tra chi ha scelto il capoluogo e chi la vita verticale della montagna), operai e studenti, piemontesi, veneti e pure qualche calabrese (comunità con i propri “guaritori”) che avevano segnato le mutazioni identitarie valdostane dagli anni ’30 del Novecento, perfino medici e sacerdoti, tutti andavano da Madame Gerbelle.

Alcune testimonianze, sotto forma di antologia, compaiono in questo volume, e raccontano più di quello che dicono, ossia l’eccezionale portata di questo sogno tramutato in dono. Non a caso, l’antologia di Madame Gerbelle è composta da voci aperte e a volte distanti. Tutte si ricompongono negli sguardi della prima eredità di Madame Gerbelle: la sua famiglia, dal figlio Cesare alla nipote Eleonora, luminosi come le piante di quella casetta a Saint-Christophe. La seconda eredità, sotterranea, è quella di un segreto raccontato a tutti e a tutti sconosciuto. E, proprio per questa ragione, un segreto necessario come deve esserlo ogni testimonianza che lega la memoria al futuro e le scelte intime ai destini di una comunità. Il fenomeno del secret, se visto come espressione di cultura popolare e come atto di fede, assume già, e in modo definitivo, un valore intrinseco, anche al di là della sua presunta efficacia, delle certezze del metodo sperimentale.

I cialtroni della guarigione (che certo esistono, anche qui), operano su altre lunghezze d’onda. Geppina è un’altra cosa. Ora, che non c’è più, è uno dei più misteriosi e affascinanti patrimoni immateriali della Valle d’Aosta. L’interesse verso questa esile figura che curava anche quando non guariva è qualcosa che ci riguarda direttamente,  come valdostani. Quello che ha lasciato alla sua comunità non è un’icona da venerare, ma un esempio da ricordare. La Geppina ha scelto di coltivare un dono. Lo ha fatto con la semplicità di chi non conosce altre domande se non quelle di coloro che le portavano quotidianamente un dolore a cui non c’era rimedio. Prendeva il male degli altri e chissà dove se lo portava, perché non la soffocasse. La sua forza stava lì, nel suo dono (che resta un mistero), coltivato in modo gratuito ed esclusivo. Nessuno ha raccolto il “secret” di Geppina, né i figli né i nipoti. Neppure Davide Mancini, che l’ha frequentata con passione per anni e qui ne ricostruisce la storia. E non l’hanno raccolto i guaritori che condividono il dono che fu di Giuseppina Pallais, ciascuno con il proprio “stile”, le proprie formule e le proprie preghiere. I misteri di Geppina, sotterrati nella terra che ne custodisce i savoir, appartengono a tutti e viaggiano leggeri e immateriali nelle storie, nella pelle e nelle ossa di coloro (e sono in molti) che l’hanno frequentata. In un certo senso, ciascuno dei suoi “ospiti” l’aveva aspettata, prima ancora di sapere di lei, e dei loro mali. Lei lo sapeva, e non aveva scelta. Come ogni dono autentico, anche il suo era necessario.

Il libro  –  “Madame Gerbelle. Storia di un dono” (ediz. Squilibri) – curato da Davide Mancini, Nora Demarchi, Chiara Piaggio, Cristina Arfuso Andrea Pigni e Andrea Piaggio, con una nota di Michela Murgia, “restituisce la complessità della riflessione sull’uso sociale di saperi tradizionali, attraverso un omaggio appassionato alla figura di Geppina, con la sua intensa vita relazionale, lo spirito anticonformista e la generosa disposizione alla cura, e le storie di vita di quanti, e sono molti, si sono rivolti a lei.”
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