L’ANIMA DEL MONDO

La storia ed i principi teorici dell’alchimia spiegati e commentati da Paolo Lucarelli, insigne studioso di ermetismo, per molti anni allievo del maestro Eugéne Canseliet. In questo primo intervento l’autore ci introduce al significato di Anima Mundi, uno dei concetti-cardine dell’alchimia e della filosofia ermetica.

Uno dei primi manuali di chimica in senso moderno, apparso verso la fine del XVII secolo, inizia con una affermazione che incuriosisce e fa riflettere. Essa testimonia di un clima intellettuale di cui non si può non tener conto, se si vuole comprendere lo spirito che animava lo studioso del passato, fosse o no un filosofo ermetico. È il Corso di Chimica del Signor Nicolò Lemery ch’insegna il modo di far l’Operationi che sono usuali nella Medicina con Metodo facilissimo et Ragionamenti sopra ciascuna Operatione. Lo leggiamo nella traduzione dall’originale francese di Nathan Lacy di Londra, Medico Fisico, pubblicata in Bologna, per Giulio Borzaghi, 1700 con Licenza de’ Superiori[1]. A pagina 2, il capitolo “De Principij della Chimica” insegna:

Il primo principio che si può ammettere per la compositione de Misti è uno spirito universale che essendo sparso da per tutto, produce diverse cose secondo le diverse Matrici overo Pori della Terra ne quali si trova rinchiuso: Ma essendo questo principio alquanto metafisico, e non soggiacendo à sensi, è bene di stabilirne de sensibili, e per questa ragione addurrò quelli che communemente sono in uso.

Il concetto è antico. Viene chiaramente e diffusamente studiato per la prima volta in Occidente nel Timeo da Platone, e si trasmette per una linea ininterrotta lungo tutti i secoli che separano il filosofo greco dallo spagirista francese.

Sarà forse il caso di ricordare qui che per uno di quei fatti che sembrano prova di una qualche partecipazione provvidenziale, il dialogo platonico fu l’unico a conservarsi nella latinità medioevale, seppure nella traduzione di Calcidio, cosicchè la sua dottrina non fu mai persa. Così poco lo fu, anzi, che in quel XII secolo che vide la rinascita in Europa, o il ritorno se si preferisce, dell’antica alchimia, la nozione di Anima del Mondo o di Spirito Universale, era normale sostegno di ragionamento non solo del filosofo, ma anche, e specialmente del teologo. A Chartres dove, a fianco della Cattedrale di pietra, si continuava a studiare l’Ermetismo, ancora nell’unico testo sopravvissuto, per caso proprio il più completo e il più utile, il Sermo Perfectus come fu chiamato quello che ora è noto come l’Asclepio di Ermete Trismegisto, Guglielmo di Conches nelle sue glosse “In Timeum” scriveva:

Anima mundi est naturalis vigor rerum quo quedam res habent tantum moveri, quedam crescere, quedam sentire, quedam discernere.[2]

L’Anima del Mondo è un’energia naturale delle cose per cui alcune hanno soltanto la capacità di muoversi, altre di crescere, altre di percepire attraverso i sensi, altre di giudicare.

Il nostro teologo, chierico e professore, in realtà rischiò di andare davvero oltre i limiti consentiti quando, commentando Boezio, osò precisare la teoria ermetica in tutta la sua crudezza.

Sed quit sit ille vigor queritur. Sed, ut mihi videtur, ille vigor naturalis est Spiritus Sanctus, id est divina et benigna concordia que est id a quo omnia habent esse, moveri, crescere, sentire, vivere, discernere.

Ma ci si chiede cosa sia quell’energia. Ma, come mi sembra, quell’energia naturale è lo Spirito Santo, cioè una divina e benigna armonia che è ciò da cui tutte le cose hanno l’essere, il muoversi, il crescere, il sentire, il vivere, il giudicare.[3]

Completandola infine con questa affermazione, di estremo valore per l’esatta comprensione degli scopi dell’Opera alchemica:

Quedam enim corpora vegetat et facit crescere ut herbas et arbores: quedam facit sentire, ut bruta animalia; quedam facit discernere, ut homines, una et eadem manes anima; sed non in omnibus exercet eandem potentiam, et hoc tarditate et natura corporum faciente.

Infatti alcuni corpi li vivifica e fa crescere, come le erbe e gli alberi: alcuni li fa percepire attraverso i sensi, come gli animali bruti; alcuni li fa emettere giudizi, come gli uomini, una e la stessa permanendo l’anima; ma non si sviluppa il medesimo potere in tutti, ciò a causa dell’inerzia e della natura dei corpi.

Proprio questo hanno sempre sostenuto i filosofi ermetici. Essi dicono che alla base di tutta la Creazione sta uno Spirito, creatore e rettore del mondo che è diffuso nelle opere della natura come per una continua infusione e che muove ogni universale e ogni particolare secondo il suo genere, per mezzo di un atto segreto e perenne.

La frase è del D’Espagnet,[4] ma potrebbe essere stata scritta da qualunque altro alchimista. Così il Nuysement, che si è più diffuso su questo punto della dottrina, scrive che è lo spirito universale che dà vita e movimento a tutte le membra di questo grande corpo (cioè il Mondo). Spirito generale nel quale stanno occultamente racchiuse le vive semenze dei tre generi: dal quale sono prodotte tutte le cose del mondo: per mezzo del quale esse crescono, persistono e si moltiplicano, e in cui esse si debbono tutte ridurre, quando avranno raggiunto il limite che ha loro fissato la Natura.[5]

Concludiamo le nostre citazioni con il Cosmopolita, che nell’Epilogus seu Conclusio del suo Novum Lumen Chemicum ex Naturae Fonte et manuali Experientia depromptum, “Nuova Luce Chimica estratta dalla fonte della Natura e dalla esperienza manuale”, riassume tutto l’arcano con questa breve frase che è già anche un suggerimento operativo:

...este enum in aere occultus vitae cibus, quem nos rorem de nocte, de die aquam vocamus rarefactam, cujus spiritis invisibilis congelatus melior est quam terra universa.

…Infatti nell’acqua sta l’occulto cibo della vita, che noi chiamiamo di notte rugiada, di giorno acqua rarefatta, il cui spirito invisibile congelato è migliore della terra intera…[6]

Come si vede, non si fa gran mistero dell’assunto teorico fondamentale di tutta la filosofia ermetica e non vi è bisogno di scomodare astruse concezioni psicoanalitiche o complicati esoterismi tibetani, per chiarire una volta per tutte lo scopo e il metodo dell’antica alchimia. Per parafrasare il grande adepto scozzese, ripeteremo anche noi che tutta l’opera è riassumibile in poche parole: se esiste uno Spirito Universale, base intelligente e fondamento vitale di tutta la manifestazione universale, posto che esso non solo anima tutti i corpi, ma che questi plòersistono tanto più incorrotti nel loro stato quanto più ne sono colmi, allora, per dirla col Nuysement:

Un grain de cet esprit, de celeste origine, pris seul, fais plus d’effects Qu’n pot de medecine.

Un grano di questo spirito d’origine celeste, preso da solo, ha più efficacia di un vaso di medicina.[7]

La corporificazione di questo Spirito è da sempre lo scopo ultimo delle fatiche alchemiche. Il risultato, convenientemente preparato, ha tradizionalmente il nome di Pietra Filosofale.

L’insieme delle operazioni necessarie per giungervi, si chiama Grande Opera.
Ci domandiamo se non ci siamo resi responsabili di una divulgazione colpevole. Veramente non lo crediamo.

Ciò che abbiamo appena enunciato con tanta chiarezza era così noto ed evidente ancora pochi secoli fa, come pensiamo di avere dimostrato, che soltanto la pigrizia o la distrazione dei nostri contemporanei può averlo cancellato così totalmente dalla nostra cultura, da farlo apparire come un oscuro segreto esoterico.

Piuttosto ci scusiamo per l’estrema semplificazione cui ci siamo adattatati per economia di discorso. In effetti avremmo dovuto distinguere più precisamente tra Anima del Mondo e Spirito Universale, questo essendo in un certo senso il sostegno di quella. D’altronde per chi vorrà approfondire i testi sono numerosi, ed alcuni li abbiamo indicati qui.

Quello che ci premeva era spiegare, come si è detto, lo scopo della ricerca alchemica. Scopo che evidentemente non può essere raggiunto se non attirando in qualche modo lo Spirito all’interno di un contenitore capace di raccoglierlo e non lasciarselo sfuggire. Un vaso, cioè, che sia chiuso ermeticamente.

Dobbiamo veramente ricordare a questo punto, dopo quello che abbiamo detto, che questa ricerca, questa Quête del Santo Graal, ha ispirato le più belle leggende della poesia medioevale? E che di questo Vaso si parla nelle più antiche mitologie, tant’è che lo ritroviamo, contenitore e prigione del Dio del vento e delle tempeste sin presso gli Ittiti?[8]

Comunque sia, la ricerca di questa materia è il primo problema e il primo vero segreto, che si pone all’alchimista operativo. Leggiamo cosa ci dice in proposito il sieur Gosset, Medico, nelle sue Revelations Cabalistiques:

...L’esprit universel est de sa nature très subtil & invisible, & jamais il ne peut paroitre à nos yeux, qu’il ne s’envelope de quelche matiere visible plus grossiere, & de cette matiere plus prochaine, capable de lui servir d’ecorce, sont les corps subtils, aqueux, salineux, sulphureux.

Lo spirito universale è per sua natura sottilissimo ed invisibile, non può mai apparire ai nostri occhi, se non che si ricopra di una qualche materia visibile più grossolana e questa materia più prossima, capace di servirgli da scorza, sono i corpi sottili, acquosi, salini, sulfurei…[9]

A cosa si riferisce dunque l’esercizio allegorico cui si dedica la coppia filosofale nella 4a tavola del Libro Muto – Mutus Liber[10] – così parlante nella sua splendida semplicità? I nostri due artisti stanno proprio raccogliendo pazientemente nell’epoca propizia, quello spirito che discende con un fascio irresistibile da una zona centrale del cielo, posta tra il sole e la luna, perché infatti:

...Ejus pater est Sol, mater Luna

…Suo padre è il Sole, sua madre la Luna

come insegna la Tavola di Smeraldo.

Limojon de Saint-Didier, con più precisione dal punto di vista sperimentale, lo chiama “oro astrale”, distinguendolo dagli altri due che esistono in natura e che sono quello elementare e quello metallico:

Il primo è un oro astrale il cui centro è nel Sole, che per mezzo dei suoi raggi lo comunica insieme alla sua luce a tutti gli astri che gli sono inferiori. È una sostanza ignea e una continua emanazione di corpuscoli solari che, grazie al movimento del sole e degli astri, essendo in un perpetuo flusso e riflusso, riempiono tutto l’universo; tutto ne è penetrato nella distesa dei cieli sulla terra e nelle sue viscere, noi respiriamo continuamente questo oro astrale, queste particelle solari penetrano nei nostri corpi e ne esalano senza posa.[11]

Ancora un a volta nulla di nuovo: già gli stoici avevano collegato l’anima del mondo con il sole e in occidente Scoto Eriugena ne aveva accennato chiamandola solis filiam, figlia del sole. Vale però la pena di ricordare che Guglielmo di Conches critica questa teoria, ponendone il centro in medietate, nel mezzo.

Non in sole, ut quidam dicunt, quia idem Plato dicit solem non esse medium, sed post lunam positum.

Non nel sole, come alcuni dicono, perché lo stesso Platone dice che il sole non è mediano, ma posto dopo la luna.

E in realtà concordiamo con lui, così come la stessa tavola del Libro Muto ci dimostra, ma riconosciamo anche che non vi è contraddizione con l’insegnamento di Limojon.

Per tornare al tema che stavamo trattando, vediamo dunque che il primo problema operativo che l’alchimista deve affrontare, non può che essere quello di trovare o costruire un corpo attrattivo, un magnete che sia in grado di attirare e corporificare lo Spirito. Per un gioco verbale molto trasparente questo corpo fu chiamato Magnesia nella tradizione occidentale, in greco magnhsia, termine tecnico che si ritrova solo nei testi di alchimia, e che non va evidentemente confuso col carbonato di magnesia, cui fu attribuito solo nel XIX secolo.

Diventa allora molto chiaro, anche se di difficile attuazione, il suggerimento dell’Undicesimo Discorso, Sermo Undecimus, della Turba dei Filosofi, Turba Philosophorum:

...argentum vivum acipite, & in corpore magnesiae coagulate.

Prendete l’argento vivo e coagulatelo nel corpo della magnesia.[12]

Dove si vede che lo Spirito Universale è chiamato Argento Vivo, o Mercurio, con un simbolismo che si riferisce tra l’altro al ruolo sostenuto da questo dio nella mitologia antica.[13]

Nel XVII e XVIII secolo il dibattito su quello che avrebbe potuto essere il “magnete” migliore, occupò a lungo gli studiosi. Non vi è personaggio del mondo intellettuale dell’epoca che non sia intervenuto nella discussione. Dato che un assunto che allora sembrava ovvio, era che “il simile è attratto dal simile”, il corpo che ricevette il maggior numero di consensi fu senza dubbio il salnitro, non appena i chimici scoprirono la sua estrema diffusione in natura. Uno dei più accesi sostenitori di questa tesi fu il Glauber. Nel terzo capitolo della prima parte della Prosperitas Germaniae…, afferma:

Superest ut confirmemus, quod nitrum non modo in Vegetabilium, et Animalium subjectis copiosissime lateat, sed etiam ex lapidibus, scopulis rupibus, montiumque cavernis, ac in plurimis aliis locis ex plano campo effodiatur et paretur…

Ci resta da confermare che il nitro non solo si cela abbondantissimo nei soggetti dei Vegetali e degli Animali, ma si ricava e appare anche dalle pietre, rocce, rupi, caverne dei monti e in molti altri luoghi della pianura.[14]

Il Glauber ne traeva una conclusione che ci sembra un po’ troppo spagirica, ma che era senza dubbio influenzata dalla constatazione che il salnitro si forma spontaneamente nei luoghi umidi e oscuri come se fosse unna coagulazione spontanea dell’aria. Vale comunque la pena di leggerla.

...Siquidem hactenus intelleximus ab omnibus rebus, herbis nimirum, lignis, quadrupedibus et reptilibus animalibus, avibus in aere et piscibus in aquis, imo ab ipsis elementis terra, acqua, aere et igne, nitrum sive Salempetrae suppleditari, consequens est ut sit Spiritus ille Universalis tam decantatus, sine quo nihil nec vivere nec esse potest.

Se dunque sin qui abbiamo compreso che il nitro o Salnitro abbonda in tutte le cose, nelle erbe certo, negli alberi, negli animali, nell’aria e nei pesci nelle acque, anzi negli stessi elementi terra, acqua, aria e fuoco, ne consegue che sia quello spirito Universale tanto decantato senza il quale nulla può vivere o essere.

Più corrette filosoficamente, seppure ancora ferme ad un punto di vista strettamente spagirico, le considerazioni del Grimaldy che nota:

Il sal Nitro è un magnete che attira senza posa un sale simile dall’aria, che lo rende fecondo e vivificante… Questa unione del superiore e dell’inferiore non è una fantasia … Ammettendo che tutto ciò che i filosofi dicono di sublime nei riguardi del Nitro sia vero, bisogna nel contempo ammettere che essi intendono parlare di un Nitro Aereo, che è attirato come sale più bianco della neve per la forza dei raggi del sole e della luna da un magnete che attira lo spirito invisibile; quella è la magnesia dei filosofi. E l’agente con cui si compongono il loro dissolvente, o mercurio filosofico, che apre il misto sino nel suo centro.[15]

Un confronto con un passo di un autentico adepto dimostra quanto fosse vicino il Grimaldy alla dottrina corretta:

...Ma quando (l’oro dei saggi) perfettamente calcinato ed esaltato sino alla purezza ed alla bianchezza della neve ha acquisito grazie al magistero una simpatia naturale con l’oro astrale, di cui è diventato visibilmente il vero magnete, egli attira e concentra in se stesso una così grande quantità di oro astrale e di particelle solari, che riceve dall’emanazione continua che se ne fa dal centro del Sole e della Luna, che si trova nella disposizione prossima ad essere l’oro vivente dei Filosofi…[16]

Si sperimentò comunque con vari altri sali, alcuni dei quali sono poi finiti nella farmacopea normale e vi si trovano ancora. Non dobbiamo qui dimenticare il grande rivale del salnitro, il Tartaro di vino, anzi il cosiddetto sale fisso che se ne estraeva per calcinazione e lisciviazione (da non confondere con il cremore di tartaro). Questo sale aveva dalla sua due argomenti interessanti. In primo luogo esso derivava dal vino e dunque da una bevanda considerata una forma di quintessenza solare naturale. In secondo luogo esso aveva la proprietà di dissolversi naturalmente in olio, detto “olio di tartaro per deliquio”, se lasciato in vaso aperto in luoghi umidi. Il che pareva dimostrare una potenza di attrazione dall’aria (ricordiamo, per una annotazione un po’ frivola, che quest’olio era usato per lo più a formare cosmetici che rendessero bella la pelle delle dame).

Di tutti questi tentativi racconta Filalete in un capitolo che nei suoi commenti suggerisce l’unica via che conduca correttamente al vero magnete, e in cui tra l’altro dice che alla fine i Filosofi:

...salia cuncta repudiarunt, UNO SALE excepto, qui est Salium Ens primum, qui quodvis metallum dissolvit, eademque opera mercurium coagulat; at hoc non nisi via violenta.

…ripudiarono tutti i sali, eccettuato UN SOLO SALE che è il primo Ente di tutti i sali, che dissolve qualsiasi metallo e nella medesima operazione coagula il Mercurio; ma ciò non se non per una via violenta.[17]

Più originale, l’Orthelius, nel suo commento al testo del Cosmopolita, ci insegna un metodo nuovo. È nel quinto capitolo, intitolato Dell’attrazione dell’acqua aerea… Si tratta di un curioso strumento di cui si dà il disegno, che posto ad una finestra, di notte, attira lo spirito e lo coagula grazie ad una notevole differenza di temperatura creata tra la cima ed il fondo, e lo fa defluire in un vaso sottostante, dove giunge sotto forma di acqua freddissima.[18]

Il misterioso alchimista però non dà evidentemente tutti i particolari dello strumento, peraltro interessante. I curiosi potranno trovare delle aggiunte utili nel testo postumo del Grimaldy, che descrive qualcosa di analogo in un capitolo intitolato Preparazione della terra vitriolica o del magnete astrale, dove l’autore afferma tra l’altro che

…dopo un certo tempo si avranno più di due pinte di spirito universale…[19]

Non possiamo terminare questo studio, senza ricordare l’uomo che per primo portò nella scienza profana il concetto, sino a quel momento solo ermetico, dell’azione a distanza.

Stiamo evidentemente parlando di Isaac Newton, di cui probabilmente non è noto che si dedicò per la maggior parte della vita allo studio ed alla pratica alchemica. Anzi, la mole degli scritti e diari di laboratorio alchemici del grande scienziato non lasciano dubbi sul fatto che fu proprio l’alchimia ad occupare la parte più importante del suo tempo e delle sue energie.[20]

Questi manoscritti sono stati salvati da John Mainard Keynes. Anche il grande economista aveva degli interessi meno noti. Essi attendono ancora uno studio completo che ci faccia pienamente comprendere ciò che si nasconde dietro alcune grandi intuizioni newtoniane. A questo proposito ricordiamo qui un’affermazione del Keynes che ci trova affatto concordi:

Newton non era il primo del secolo della Ragione, era l’ultimo del secolo dei Maghi, l’ultimo dei Babilonesi e dei Sumeri, l’ultimo grande spirito che penetrava il mondo del visibile e dello spirito con gli stessi occhi di coloro che incominciarono a edificare il nostro patrimonio intellettuale un po’ meno di 10.000 anni fa.[21]

La ricerca alchemica di Newton, per quello che Abbiamo potuto veder delle sue note, lo condusse su di una strada diversa da quelle che abbiamo descritto sin qui. Egli aveva visto nel regolo di antimonio marziale, come si chiamava allora il metallo ottenuto dalla reazione tra il ferro e il solfuro di antimonio naturale, o stibina, qualcosa che lo aveva profondamente impressionato. In effetti il regolo, se ottenuto correttamente, nel solidificarsi crea in superficie una figura stellata formata da una serie di linee convergenti verso un punto centrale. Egli ne dedusse che si trattava di un fenomeno attrattivo naturale. Abbiamo in proposito un passo del testo del Cosmopolita con una nota manoscritta di Newton, che vale la pena di leggere per intero.

Precede la citazione, tratta dal nono capitolo del Novum Lumen:

Est & aliud chalybs, aui assimilatu huic, per se à natura creatus, qui scit ex radiis solis (mirabili vi & virtute) elicere illud quod tot homines quaesiverunt, & operis nostri principium est.

Cui segue la nota di Newton:

Iste aliud (& proprie dictus) Chalibis est antimonium nam per se creatura (sine arte) creatur & est operis principium; nec plura sunt quam duo principia, Plumbum et Antimonium.

Li traduciamo nell’ordine:

Vi è anche un altro acciaio che si assimila a questo, creato per sé dalla natura, che sa estrarre dai raggi del Sole, con mirabile forza e virtù ciò che tanti uomini cercarono che è il principio della nostra opera.

Quest’altro acciaio (così giustamente chiamato) è l’antimonio; infatti è creato naturalmente da se stesso (senza artificio) ed è l’inizio dell’opera; e non vi sono più che due principi, il Piombo e l’Antimonio.

Che il teorico dell’attrazione universale “a distanza” abbia tratto proprio dai suoi studi ed esperimenti alchemici tanto da rivoluzionare la scienza profana, è un dubbio che a questo punto spero appaia ragionevole. Sembrerebbe che sia bastato un leggero vento di saggezza spirante dagli antichi templi di Heliopolis, perché l’uomo si inorgoglisse potente sulla natura. La conclusione è certamente tale da indurci ancora e sempre alla massima prudenza. Fu nel giorno che gli ortodossi dedicano alla Metamorfosi, nel 1945, che l’uomo si è illuso di avere compiuto davanti al mondo la Grande Opera, recitando, blasfemo, versetti sacri della più antica tradizione. Ma questo risultato era stato ottenuto per artem diabolicam.

Paolo Lucarelli

Note

[1] È migliore l’edizione francese del 1757 per le utilissime note aggiunte da Baron, Dottore in Medicina dell’Accademia Reale.

[2] Questa e le altre citazioni delle opere di Guglielmo sono tratte da T. Gregory, Anima Mundi, Sansoni, Firenze 1955. La traduzione, come le altre che seguono, sono dell’autore dell’articolo.

[3] Guglielmo di Conches non fu l’unico ad identificare l’Anima del Mondo con lo Spirito Santo. Il più illustre sostenitore di questa dottrina sembrerebbe sia stato Abelardo. Contro questa tesi si ersero Guglielmo di Saint-Thierry e Bernardo di Clairvaux. Abelardo fu infine condannato nel concilio di Sens per 19 proposizioni giudicate eretiche: la terza era: Quod Spiritus Sanctus sit Anima Mundi.

[4] Jean D’Espagnet, …Enchiridion scilicet Physicae restitutae, in quo Verus Naturae concentus exponitur plurimique antiquae Philosophiae errores per canones & certas demonstrationes dilucidé aperiuntur…; in J. Jacobi Mangeti, Biblioteca Chemica curiosa seu Rerum ad Alchemiam pertinentium Thesaurus… Genevae MDCCII, libri III, sect. III, subsect IIII. Il nome dell’autore è celato nell’anagramma Spes mea est in agno.

[5] Clovis Hesteau de Nuysement, Les vision hermetiques et autres poèmes alchimiques suivis des Traictez du vrai sel secret des Philosophes et de l’Esprit General du monde. Texte annoté et presenté par Silvain Matton, Paris 1974.

[6] Novum Lumen Chemicum ex Naturae Fonte et manuali Experientia depromptum Cui Accessit Tractatus De Sulphure, Auctoris anagramma Divi Leschi Genus Amo. In Musaeum Hermeticum Reformatum et Amplificatum, Francofurti, apud Hermannum à Sande MDCLXXVII, pag. 545. Il motto nasconde il nome Michael Sendivogius, ma il testo del Novum Lumen è senza dubbio da attribuirsi al maestro di questi, l’Adepto Cosmopolita, identificato con lo scozzese Alexander Sethon. In effetti, come nota E. Canseliet, l’anagramma si riferisce al secondo trattato.

[7] Nuysement, Op.cit., Poeme Philosophique de la verite de la Phisique Mineralle, vv. 237-38.

[8] Margarete Riemschneider, Miti pagani e miti cristiani, Rusconi edit., Milano 1973.

[9] Revelations Cabalitiques d’une Medecine Universelle tirée du Vin. Avec une manière d’extraire le sel de rosée. Et une dissertation sur les Lampes sepulchrales. Par le Sieur Gosset, Medecin. A Amiens . Aux dépens de l’Auteur. Avec Privilege du Roi MDCCXXV.

[10] L’Alchimie et son Livre Muet (Mutus Liber). Reimpression integrale de l’edition originale de la Rochelle 1677. Introduction et commentaires par Eugéne Canseliet F.C.H. disciple de Fulcanelli. Editions Suger 1986.

[11] Limojon de Saint-Didier, Le Triomphe Hermetique, Introduction et notes d’Eugene Canseliet, Denoel, Paris 1971, pag. 164.

[12] Turba Philosophorum ex antiquo manuscripto codice excerpta, qualis nulla hactenus visa est editio in Theatrum Chemicum, Volumen Quintum, Argentorati M.DC L.X.

[13] Vedi per esempio l’Epoistola LV et ultima dell’Apographum hactenus ineditarum M. Sendivogii, seu I.I.D.I. Cosmopolitae vulgo dicti in B.B.C. lib. III, sect. II, subesct. XI, da dove estraiamo questo passo molto chiaro: Secundum homonimiam noster spiritus universalis antequam in magnesia nostra quam subjectum ipsius vocamus, receptus sito vocatur Mercurius Philosophorum…: “Per omonimia il nostro spirito universale, prima di essere stato raccolto nella nostra magnesia, che chiamiamo suo soggetto, si chiama Mercurio dei Filosofi…”.

[14] Prosperitas Germaniae, pars prima in quâm de vini, frumenti et lignii concentratione, eorundemque utiliore quam hactenus usu agitur… Germanice in lucem edita a Johanne Rudolpho Galubero et a philochimico quodam latinitate donata. Amstelodami apud Johannem Janssonium. M.DC..LVI cum privilegio.

[15] Oeuvres Posthumes de M. de Grimaldy, premier medecin du Roy de Sardaigne, & chef de l’Université de Medecine de Chambery… a Paris chez Durand, rue Sant Jaques au Grifon M.DC.XLV Avec approbation & privilege du Roi.

[16] Limojon, Op. cit., pag. 166.

[17] Introitus apertus ad Occlusum Regio Palatium, Authore Anonimo Philaleta Phiosopho. Cap. XI, “De inventione perfecti Magisterii” in B.C.C. lib III, Sect. III, subsect IV.

[18] Orthelius Commentator in Novum Lumen Chymicum Michaelis Sendivogi Poloni, XII figuris in Germania repertis illustratum. Et anno 1624 in gratiam geminorum Hermetis Filiorum publicis iuris factum. Num verò ex Germanica lingua in Latinam translatum, in B.B.C. Lib. III Sect. II, Subsect. XI. Lo strumento di cui si parla è rappresentato nella figura sexta e il suo uso nella figura quinta.

[19] Grimaldy, op. cit., pag. 218.

[20] Per un approfondimento di quanto segue vedi: B.J. Teeter Dobbs, Les fondaments del l’Alchimie de Newton, Guy Tredaniel Edition de la Maisnie, Paris 1981, da cui abbiamo tratto la nota al brano del Cosmopolita.

[21] John Mynard Keynes, Newton the man, in “The Royal Society Newton Tercentenary Celebrations”, 1946 Cambridge University Press.

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