LA MUSICA COME RIFLESSO DELL’ARMONIA UNIVERSALE

Musica delle Sfere

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La nascita della musica, nella consapevolezza dell’uomo, ha origine dall’imitazione dei fenomeni acustici naturali. Dapprima con la voce e poi con l’uso di alcuni strumenti arcaici, come ad esempio il flauto, l’uomo cercò di riconciliarsi armoniosamente con ciò che lo circondava: con il canto degli uccelli, con i suoni del bosco, con l’Anima Mundi, con il Tutto. Mentre talvolta il tamburo scandiva il ritmo della discesa interiore, egli sperimentava facilmente un allontanamento dal sé ordinario, nonché dagli impulsi dell’ego che oggi più che mai portano a percepire il sé come entità separata dal resto.

Tutto ciò, paradossalmente, può permettere di aprire gli occhi ad uno sguardo interiore. Le proprie emozioni e la propria interiorità vengono infatti osservate da uno spazio esterno che offre inedite vedute: una coscienza sopita si risveglia ed è la coscienza del potere unificante della musica, che vibra inevitabilmente negli spazi segreti dell’anima. Possiamo però, nel peggiore dei casi, edificare un muro illusorio fatto di pregiudizi, lo stesso muro che ci impedisce a volte di comprendere la bellezza di una musica proveniente da un luogo e un tempo remoti.

La pratica musicale fu un’ascesa verso la divinità interiore, una consapevole quanto impulsiva connessione con le forze naturali mediante il potere della vibrazione. Poi l’evoluzione della musica ramificherà, nelle differenti culture, in pratiche artistiche e spirituali peculiari, ma accomunate da una matrice che radica nel principio alchemico del solve et coagula. Questo dualismo operativo è sempre una componente fondamentale della pratica musicale, la quale richiede un lucido sforzo mentale e fisico, e al contempo un allontanamento ideale, una separazione trascendente, un’ascensione dei sensi che si sdoppiano quindi su due piani contrapposti: ideale e materiale, piacere e sofferenza, ragione ed estasi. L’artista deve essere anche artigiano ed essere in grado di scindere e connettere, a cominciare da se stesso e continuando nella selezione, anche impulsiva, delle idee, delle note. La natura umana appare come un albero che radica nel mondo terreno, ma attraverso i suoi rami si può aspirare ad un mondo superiore.

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Nel rovesciamento platonico del Timeo sono invece le radici dell’albero-uomo a tendere verso il cielo. Analogamente si parla di Brahman nelle Maitri Upa- nishad, nei termini di un’essenza originaria dell’universo e del creato, alla quale si può ricondurre anche il principio della natura umana. Ogni flusso ha una sorgente e anche il linguaggio della musica prende forma dalla natura riflettendosi nell’inconscio collettivo, studiato a lungo da C. G. Jung, il quale si meravigliò del potenziale archetipico evocato istantaneamente da un ascolto profondo e consapevole. Ma in cosa consiste questo potenziale? I più grandi pensatori greci ricercavano il potere della mousiké nel rapporto che essa ha con l’anima e i fenomeni dell’universo. Alla base della mimesi musicale, per come la intende Platone, vi è una somiglianza strutturale fra la mousiké e l’anima; infatti possiamo affermare che esse sono accordate nella consonanza delle immagini evocate o nelle corrispondenze archetipiche di un linguaggio transpersonale.

Per Schopenhauer nel mondo domina una cieca ed inconscia volontà, che è l’impulso stesso della vita, sempre insoddisfatta; l’uomo riproduce artisticamente la natura attraverso la rappresentazione poiché egli percepisce l’immagine della volontà che si crea nel mondo delle idee. Fra tutte le arti la musica è l’unica in rapporto diretto con il creato, il suo linguaggio è misterico ed agisce senza mediazioni su ciò che sorge nell’anima; esso viene immediatamente evocato nell’intenzione e nella natura stessa. La scintilla espressiva è diretta persino quando un grande compositore occidentale medita e fa valere tutta la sua sapienza accademica per limare la sua opera e trovare soluzioni che sono tutt’altro che istantanee; egli attingerà sempre ad un piano metafisico benché razionalizzando.

Citando alcuni tra i più conosciuti teorici dell’origine della musica possiamo notare un tentativo di trovare una sola risposta, un’unica sorgente, una sola spiegazione per fenomeni molto complessi. Charles Darwin nell’Origine dell’uomo e la selezione in relazione al sesso (1871) confinò la nascita della musica su un piano puramente materiale, parlando di imitazione del linguaggio degli uccelli nei termini di seduzione tra i sessi. Fausto Torrefranca in Origini della musica (1907) parla di musica che nasce da grida e da ripetizioni sonore. Richard Wallaschek in La musica primitiva (1893) parla soprattutto dell’importanza del ritmo. Tutti questi spunti sono interessanti e corretti, tuttavia l’essenza della musica è da cercarsi nella volontà artistica e nell’ispirazione primeva (la ricerca interiore dello sciamano che scruta il proprio mutare psichico, rappresentato dal mutevole ritmo del tamburo e dal tamburo guidato ad un tempo), nella ricerca dell’altro, nel desiderio di unione con il creato e nell’attrazione del mistero, ma soprattutto nel potere benefico che il suono sprigiona mettendo in contatto l’uomo con la divinità interiore.


Nei tempi remoti e perduti ogni fenomeno era simbolo di un potere estraneo e ingovernabile; esso rappresentava determinate forze presenti attorno, spiriti che rappresentavano i più antichi abitatori del pianeta. Grande era la devozione dell’uomo per un mondo ancora incontrollabile e sconosciuto, e per ogni sua manifestazione visibile o invisibile, nel mistero dello spazio e del tempo. Ecco perché attribuire la nascita della pratica musicale all’imitazione dei fenomeni acustici naturali. L’uomo ha sempre visto la natura, in ogni sua forma, con grande riconoscenza e sentimento del sacro, e nonostante l’atteggiamento primitivo egli desiderava soprattutto essere in armonia con essa. Il suono ha in sé un potere unificante che non può essere messo in discussione. L’evoluzione artistica nella consapevolezza dell’uomo è da attribuire alla capacità di intuire il mistero e alla volontà di indagine spirituale. Bisognerebbe focalizzare l’attenzione sull’importanza rituale, sul potere magico che l’uomo fin da subito attribuì alla musica, per poter visualizzare la scintilla originaria che andiamo cercando, il rinascente spettro dell’essenza che abbiamo perduto. Per fare ciò bisogna avvicinarsi alla psicologia dell’uomo preistorico, cercando di capire che cosa realmente ha permesso lo sviluppo della musica, della poesia e – perché no – del teatro.

mailì2La risposta è: lo sciamanesimo. Lo sciamano fu il primo poeta, il primo musicista, la prima figura spirituale e il primo attore (si pensi al carattere catartico della tragedia greca e alle sue stesse origini). Gli studi in questo settore sono cresciuti esponenzialmente verso la metà del ’900, quando venne definitivamente ribattezzata «etnomusicologia» la disciplina che studia tutte le tradizioni musicali orali (primitive, extraeuropee e popolari). Studiando le popolazioni che vivono ancora in modo primitivo, o quelle che sono fedeli a una cultura millenaria (vedi il caso della musica indiana), è possibile farsi un’idea degli aspetti che accomunano tutte le musiche arcai- che, come l’oralità e la funzionalità. In questi popoli la musica scandisce ciclicamente i ritmi della vita individuale e collettiva, come le fasi del giorno, dell’anno, dell’esistenza di ognuno. Queste caratteristiche riconfermano l’esistenza di una volontà panteistica come componente fondamentale dello spirito originario dell’arte.
Ovviamente l’evoluzione dello stesso sciamanesimo è cosa graduale, ma che cosa ha permesso all’uomo di sviluppare nel tempo metodi per studiare il suono, gli astri e la natura?

Certamente l’equilibrio tra un’indagine razionale e irrazionale, esteriore ed interiore, e forse il desiderio di riconciliare consciamente la propria esistenza con una coscienza universale ed entrare in contatto con i misteri della vita. Tutto questo si è affacciato lentamente dal buio dell’inconscio attraverso proiezioni di visioni archetipali che possiamo osservare nelle iconografie e nei simbolismi più antichi. Ad un impulso spirituale è quindi connessa l’evoluzione della scienza, oltre che della musica. Quest’ultima è l’espressione di ciò che apparentemente non è manifesto, proprio come ciò che la determina: il suono, la vibrazione, il ritmo, lo spazio e il tempo. La scienza invece sembra esistere proprio in virtù del mistero; essa è come un lungo percorso di conoscenza, come un cammino verso ciò che è velato, occulto e invisibile, verso un sapere dimenticato alla nascita, e se esiste una meta in questo percorso dell’uomo, dove si possono abbracciare le ultime grandi verità e conoscere ciò che siamo, forse là vi troveremo un grande albero o una sorgente, ciò che non possiamo più essere continuando a identificarci come entità separate.

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Già nell’Antica Grecia vi era la coscienza di un’armonia universale determinata dalla vibrazione e dal suono (proprio come nelle grandi culture orientali), ed è a questa verità che stiamo giungendo con la nostra scienza attuale. In pratica stiamo dimostrando che tutto è interconnesso, nelle più piccole parti della materia, ed ora che ne abbiamo le prove sarebbe il caso di abbandonare il vecchio materialismo e riprendere da dove abbiamo lasciato, certamente più evoluti, ma a quale prezzo e con quale rischio? Riusciremo a salvare il pianeta, ovvero noi stessi, dalla catastrofe?


L’uomo è destinato a trovare risposte ai suoi cosmici quesiti, scoprendo cose che fanno già parte della sua natura, verità universali che sono nascoste nella sua essenza più profonda, poiché egli stesso è parte vivente della matrice cosmica e perché tutto il creato, come tutta la materia-energia, è indissolubilmente interdipendente. È forse per questo che gli antichi furono capaci di grandi intuizioni: perché presi da un’ispirazione panteistica. La visione panteistica del mondo costituisce probabilmente il vero nucleo della crescita spirituale dell’uomo. Nel tentativo di rappresentare artisticamente il divino egli modellava ad esempio le statue stele, ispirandosi agli animali che popolavano i boschi e mescolandone le sembianze con quelle della Dea Madre, il divino femmineo ancestrale. Questa divinità femminile è l’archetipo della madre-matrice cosmica, simbolo delle società matrilineari decadute con le invasioni indoeuropee.

hana-gimbutasL’archeologa lituana Maria Gimbutas, che ha dedicato una vita intera allo studio di questi popoli, giunse a sostenere che la civiltà preindoeuropea era una civiltà prevalentemente pacifica poiché non caratterizzata da un individualismo violento e competitivo che è tipico di una cultura patrilineare, devota invece a divinità celesti ma guerriere. Nelle società matrilineari i sentimenti di collettività e di unione trovarono campo fertile; non a caso la figura della grande madre è connessa ai cicli di nascita-morte e all’interdipendenza di tutte le cose. La prima musica, quella sciamanica, si nutrì anche di questi concetti.
Possiamo immaginare uno sciamano intonare un canto o suonare un flauto, intento ad ascoltare ciò che lo circonda, abbracciando un sé più vasto fino a divenire altro, al pulsare del tamburo nel crescendo degli impulsi irrazionali. La ricerca del sacro nei fenomeni naturali, attraverso l’indagine dell’esperienza artistica o sciamanica, ha dato origine alla musica rituale. Possiamo affermare con certezza che la musica ha svolto un ruolo determinante nello sviluppo della consapevolezza spirituale, equilibrando nell’uomo neolitico la sua giovane ma già spiccata ragione e il suo antico e radicato istinto. È forse questa potente unione che ha permesso l’ergersi di complesse strutture megalitiche in molte parti del globo, orientate astronomicamente.

La mediazione tra ragione e istinto, tra speculazione razionale e conoscenza diretta e intuitiva, maturerà pienamente in quello che è il pensiero di Eraclito, enunciatore folgorante di una sapienza recondita ed essenziale: Eraclito meditò sulla consapevolezza che «tutto è uno» e che ogni cosa è impermanente (la stessa consapevolezza che Buddha sperimentava in quegli anni, nel Vi secolo a.C.).
La conoscenza di cui parliamo, voltandoci a guardare in punta di piedi il mondo antico prima di Eraclito, dei culti orfici e dionisiaci, è una conoscenza folgorante, diretta ed estatica, che radica appunto nello sciamanesimo. Questa conoscenza è acquisita attraverso l’estasi e la contemplazione, attingendo a qualcosa che è al di fuori dei propri limiti umani e al quale ci si unisce, come abbiamo già detto, dopo una separazione dal sé ordinario. Tutto questo sarebbe stato poi celebrato nei misteri eleusini, riti segreti tra i più importanti dell’Antica Grecia, svolti sin dal VII secolo a.C. ad Eleusi, città natale di Eschilo, ai quali probabilmente fu iniziato.

I «misteri», legati al culto di Demetra e Kore (Demetra etimologicamente significa «dea Demetramadre»), rimandano ad un mito che simboleggia l’alternanza e l’equilibrio tra le stagioni e al contempo la morte iniziatica per accedere alla sapienza. In pratica si parla di un’esperienza di conoscenza irrazionale identificabile con il termine visione. La simbolica discesa agli inferi presente nel mito, e presente in tutto il mondo antico, rappresenta per l’iniziato ai misteri una separazione dal sé ordinario e un’unione con il Tutto.
Questo concetto chiave è caro anche alla tradizione alchemica, la quale eredita dal mondo arcaico alcuni principi riassumibili con l’acronimo V.I.T.R.I.O.L.U.M. e con la formula solve et coagula, ovvero un separare ed unire che è principio applicabile alle scienze materiali quanto a quelle spirituali, come ad esempio l’arte e la musica, essendo queste pratiche primarie degli alchimisti. Gli stessi principi sono stati adottati dalla psicologia per analizzare molti processi della psiche, come ad esempio l’integrazione dell’archetipo dell’ombra. Possiamo affermare che la discesa sotterranea, nei miti del mondo antico, come ad esempio nei misteri orfici, sembra rappresentare la scoperta dell’inconscio da parte dell’uomo, o come abbiamo detto per i misteri eleusini, una riconciliazione diretta con la parte divina che è dentro di lui.

L’unità di tutte le cose è stata rivelata da Eraclito e da altri filosofi greci, tuttavia l’uomo antico possedeva già questa conoscenza poiché essa radicava nel suo istinto, non ancora sommerso dai labirinti logici e razionali. Per conoscere fino in fondo la verità, l’uomo deve necessariamente attraversare un percorso di morte e rinascita. La stessa vita appare l’emblema di ciò, o meglio, una sua possibilità. Non c’è da meravigliarsi quindi se scienza, alchimia, sciamanesimo e sapienza greca sembrano convergere spesso.
Per comprendere come la musica si sia evoluta dai primi sciamani a Platone è necessario distaccarci dalla nostra visione moderna, dove le teorie razionali ci hanno pericolosamente allontanato dal mondo simbolico irrazionale, che è quindi costretto a manifestarsi in modalità indirette. L’archetipica percezione di inscindibile connessione di tutte le cose è oggigiorno molto difficile da comprendere pienamente e questo perché è difficile sperimentarla emotivamente e chimicamente nel nostro quotidiano.

Vivendo nelle chiassose metropoli del mondo moderno siamo incapaci di sentire il ritmo della nostra stessa vita, mentre l’inquinamento acustico ammutolisce la nostra consapevolezza dei suoni. Siamo invitati, se non forzati, a non provare autentici sentimenti di unione e collaborazione con gli altri individui, e crediamo di poter distruggere l’ambiente che ci circonda come se la natura stessa fosse solo un oggetto di consumo. Per questi motivi è difficile, attualmente, comprendere la visione panteistica degli antenati. Fortunatamente questa inscindibilità di tutte le cose è stata riscoperta scientificamente della fisica quantistica, la quale, separando i più piccoli frammenti di materia, ci dice che tutto è vibrazione, che tutta la materia è in connessione e che la realtà che vediamo, per come la vediamo, è lo specchio di ciò che collettivamente crediamo di vedere (echeggiano quindi più savie che mai le parole di Eraclito: «coloro che dormono sono artefici delle cose che sorgono nel cosmo»).

Alla luce delle scoperte, o riscoperte, degli scienziati, possiamo affermare che gli antichi avevano ragione, perché immenso è il potere della musica.La fisica quantistica ci mostra come la distanza tra le più piccole particelle di cui siamo fatti sia maggiore della distanza tra la terra e il sole. Lo spazio che prima credevamo vuoto in realtà non lo è affatto, e nell’universo vi è un suono fondamentale. Vedremo come in Pitagora la musica diviene riflesso dell’armonia universale e delle leggi che governano il creato.
Tutto ha origine dal suono, nella tradizione vedica come in quella biblica, tutto è in suo potere. In tutti i miti della creazione, quando questa è descritta con una certa precisione, vi è un elemento acustico determinante e decisivo. La volontà di un Dio si manifesta sempre attraverso un suono. Il suono è il ricordo ancestrale, la realtà primordiale manifesta, ciò che per primo ha occupato lo spazio vuoto o il non essere; e proprio questo abisso primordiale è il «fondo di risonanza», per usare le parole di Marius Schneider, dal quale si è generato il suono primevo e immortale. Nelle Upanishad la sillaba «immortale e intrepida», creatrice del mondo, è costituita dai suoni di Om o Aum.
Una seria ricerca spiritale non può prescindere dal comprendere l’essenza delle diverse tradizioni musicali arcaiche attraverso la loro comparazione, focalizzando l’attenzione sulle interconnessioni concettuali, storiche e filosofiche, utilizzando anche strumenti d’indagine di altre epoche. Inoltre occorre approfondire i contenuti teorici e le radici spirituali della musica sciamanica, egiziana, greca e indiana.

ALESSANDRO ARTURO CUCURNIA
Fonte: www.il-convivio.it