Istinto, Intelletto, Intuito

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Scritto nel 2011 per la Academy of Light e parzialmente estratto dal suo libro “La Psicologia dello Zorba”, questo articolo di Arshad sintetizza un aspetto cruciale della realtà interiore: la divisione tra sopra e sotto che ci frammenta.

Arshad Moscogiuri

Cos’è l’intuito?
In latino, tuitus significa insegnato, la stessa etimologia di tutore. Dunque, in + tuitus significa insegnato dentro, un auto-insegnamento.

Per i greci, si chiamava noùs (tradotto malamente nel medioevo con intelletto). Il noùs è collocato al di là dei fenomeni sensibili (i sensi). Si trova oltre lo stesso pensiero logico-dialettico, la dianoia, che è un semplice strumento: la ragione. La ragione è l’intelligenza, ovvero la capacità di scegliere dentro: intus + eligere. E’ la capacità di intendere e volere, è il libero arbitrio. Un dono infinitamente prezioso, non un male. La Separazione dal sé avviene quando l’intelletto è l’unico strumento che conosciamo; questo ci impedisce di esplorare a fondo il nostro interno. Si tratta di un uso improprio, niente altro.
Un uso improprio può essere trasformato. Si può comprendere che, per guardare se stessi, non occorre scegliere nulla, che non ci sono minacce. Si può andare, senza giudizi e pregiudizi, alla scoperta di ciò che è, di quanto accade dentro. Oltre le paure, oltre le separazioni.
Durante gli anni ’20 del secolo scorso la psicologia, prima con il movimento della Gestalt, poi con la psicologia cognitiva, definisce il concetto di intuito immediato e improvviso: lo chiama insight, cioè vista interna. La deduzione deriva dall’osservazione comportamentale degli scimpanzè, e si riferisce alla capacità di riconfigurare tutti gli aspetti di un problema, arrivando alla soluzione non per gradi di ragionamento, ma attraverso un’improvvisa intuizione.

In altre parole, sebbene questa forma di comprensione sia anche complementare al ragionamento, sono insight anche molte scoperte scientifiche, non solo le osservazioni soggettive. In questo modo, il leggendario Eureka! di Archimede, o le geniali rivelazioni di grandi scienziati, sono frutto di insight. Accadono quando la soluzione, non trovata guardando fuori, arriva guardando dentro.
Per l’esplorazione interiore, i sensi si muovono verso dentro; il sé non si trova fuori. Quando non ci si ferma alla dianoia, al pensiero logico, ma si prosegue nel flusso osservante, si aprono le porte all’intuito. L’intuito non è una qualità superiore; è una qualità unitaria, fatta dall’istinto, dall’intelletto e dall’intuito stesso. Se l’istinto non fluisce, l’intuito non si attiva. L’intelletto può fungere da barriera oppure da ponte. Se si comprende che c’è qualcosa oltre l’intelletto, questo diventa il ponte che collega istinto e intuito. Se ci si ferma all’intelletto, si rimane separati dal proprio intuito, se ne resta inconsapevoli, e si combatte contro l’istinto. Il puro intelletto –senza relazioni con istinto e intuito, è semplicemente sapere, conoscenza; scientia, in latino. Il sapere fine a se stesso non ha molto valore; soltanto quando include anche il resto, la conoscenza diventa comprensione; da scienza, diventa co-scienza.
La scienza senza coscienza non è uno strumento, ma un pericolo; come dare una pistola carica in mano a un bambino. Il che rammenta l’attuale situazione storica: interi arsenali in mano a degli irresponsabili incoscienti.
Non serve molto intuito, è sufficiente un po’ di deduzione per comprendere quali e quanti siano gli effetti non solo globali, sociali, della separazione dell’uomo da sé, ma anche quelli individuali. Siamo lontani dalle nostre percezioni intuitive, nella stessa misura in cui lo siamo dalle nostre percezioni istintive.
Eppure, ognuno ha esperienze di intuizioni; a tutti è capitato di intuire, più e più volte.

Il problema è dato dall’attenzione, dalla consapevolezza. Così come l’istinto è represso, inascoltato e pertanto inconscio, lo stesso accade con l’intuito. Non siamo connessi né in basso né in alto, per così dire, e le intuizioni passano senza che ce ne accorgiamo. Quando capita di accorgersene, ecco che diciamo di aver avuto un’intuizione. Non assume importanza particolare: l’intuito viene ritenuto sporadico, casuale, come se non fosse una nostra facoltà, ma un dono elargito a random, che per accidente qualche volta colpisce anche noi. Qualcosa che arriva dall’alto, senza il nostro intervento, come un escremento di piccione.

Inoltre, le esperienze di intuizioni non ordinarie sono sottovalutate, dimenticate, non rientrano nel quadro delle nostre possibilità quotidiane. L’intuito non sembra essere qualcosa cui possiamo fare ricorso, attingendo alle nostre risorse. Il riflesso della separazione dal sé ci fa apparire le qualità istintive come animali, e quelle intuitive come divine. Non siamo pronti a riconoscere come nostra nessuna delle due, inchiodati sulla croce umanoide dell’identificazione intellettuale.
L’istinto è corpo, inconscio, animale.
L’intelletto è mente, conscio, non più animale. Attraverso l’intelletto si possono fare cose che nessun animale potrebbe fare, nel bene e nel male. Guarire malattie, o sterminare vite.
L’intuito è la coscienza, l’essere interiore, il superconscio. E’ dove si diventa interamente umani.
Coloro i quali impiegano la propria attenzione verso la trasformazione delle separazioni fondamentali, cioè quelle da noi stessi, dalla natura e dagli altri, fanno presto i conti con l’istinto, e iniziano a scoprire un rapporto diverso con l’intuito. Cominciano a notare le intuizioni, a riconoscere e ritrovare lo stato interiore in cui queste si affacciano, a dare al proprio intuito il giusto valore.
Più la frammentazione dell’individuo si ricompatta verso un’unità, meglio funzionano le facoltà di istinto, intelletto e intuito, fluendo in armonia.

L’accesso all’intuito scavalca i confini della logica binaria, del dualismo della ragione. Offre una visione inclusiva; la realtà non è più fatta di categorie, di schemi, di giusto e sbagliato. Essa è compresa in un insieme più ampio, conglobato. Non è un’osservazione lineare, dove un pensiero segue un altro e poi un altro ancora, in una scala deduttiva. La comprensione è circolare; non inspirazione ed espirazione, bensì respiro. Da una visione binoculare a un occhio unico; quello che in Oriente chiamano il Terzo Occhio. Non che spunti un terzo organo della vista in mezzo alla fronte; è che dentro accade un’unificazione dell’individuo, che permette un diverso punto di osservazione della realtà. Consente di accoglierla dentro, senza paura né giudizio, abbracciandola nella sua totalità. Un equilibrio che permette di percepirne ogni sfumatura, ogni gusto, ogni profumo, ogni superficie, ogni sussurro, sia interiormente che esteriormente. Un abbraccio così vasto da diventare circolare, da comprendere tutto quello che il presente offre.
L’intuito è il nostro Maestro interiore, la cui voce diventa udibile quando quella della paura condizionata finalmente tace.

di Arshad Moscogiuri
Fonte:Osho Circl School


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