IL GESU’ DEI VANGELI APOCRIFI

gesù
Riconosci ciò che vedi, e ciò che è nascosto diventerà chiaro.

La scoperta più entusiasmante, per chi legge i Vangeli Apocrifi, ossia «segreti», «tenuti nascosti», che la Chiesa ha escluso dal suo canone è che l’immagine di Gesù, da essi trasmessa, non trasfigurata dal mito e dalle sovrastrutture dogmatiche, è proprio quella che più sazia oggi la nostra sete di giustizia, di pace e di amore. Gesù non è negli apocrifi la vittima espiatoria delle nostre colpe ancestrali, né il Figlio di Dio, che vuole essere adorato, ma l’uomo che si è proposto come esempio per insegnarci a vivere con serenità, con la coscienza tranquilla che non si lascia corrompere e contaminare dal male.

I più antichi apocrifi, erano i Vangeli appartenenti a comunità giudaiche, sparse fin dagli albori del cristianesimo in Palestina e in Siria. La voce di questi primi cristiani è stata soffocata. Dei loro Vangeli non rimane che qualche citazione, talora distorta e malevolmente interpretata, negli scritti posteriori dei Padri della Chiesa. Ricercare pazientemente quei frammenti, riordinarli, penetrare il loro profondo significato, è stata per me un’esperienza affascinante.

Per gli Ebioniti (dall’ebraico «ebionim», «gli umili», «i poveri»), Gesù era un uomo giusto che, ispirato da Jahve come gli antichi profeti biblici, aveva tuonato contro i ricchi, i potenti, i profittatori. La presenza tra i suoi discepoli di almeno tre zeloti, faceva credere che egli si fosse investito di una missione rivoluzionaria, che era andata fallita, ma aveva fatto di lui un simbolo sacro.

I Nazareni (da nazir «il separato») riconoscevano in Gesù un modello di purezza e di rigore morale, che li teneva separati, non contaminati, dalla corruzione della società. Per darne segno, essi seguivano un’usanza che si fa’ risalire a Mosè: un voto perenne o temporaneo di castità e semplicità di costumi, tenendo per tutto il periodo del voto i capelli intonsi. Il loro nome corrisponde all’epiteto dato a Gesù stesso «il Nazareno», che non deriva, come comunemente si crede da Nazareth, inesistente a quei tempi, ma denuncia invece, anche da parte di Gesù, l’osservanza di un simile voto.

Altrettanto casti, poveri e vegetariani, erano i Nicolaiti, secondo la tradizione fondati da un diacono dei primi apostoli, di nome Nicola, e più tardi gli Encratiti, che, rinunciando anche al vino, commemoravano il ricordo di Gesù cenando con pane e acqua.

Questo comportamento d’umiltà, povertà e frugalità dilagherà nell’ IV secolo a intere masse di fedeli, con i Manichei, poi nel Medioevo con i Catari («i puri»), più tardi con i Poveri di Lione, fondati da Pietro Valdo e gli Spirituali, eredi di S. Francesco, come protesta popolare contro la corruzione della società e contro la stessa Chiesa che si era lasciata coinvolgere, rifiutando la sua autorità e la sua concezione di Gesù, Signore, Re dei Re, assiso trionfalmente in trono, per ripresentarlo umile tra gli umili, povero tra i poveri.

Intanto, già fin dal II secolo, nel colto ambiente di Alessandria d’Egitto, erano cominciati a diffondersi i Vangeli gnostici, di ispirazione neoplatonica, che interpretavano la predicazione di Gesù su fondamenti razionali.

Dagli gnostici Gesù era visto come simbolo della verità che illumina alla conoscenza (questo è il significato del vocabolo greco, “gnosis”) del bene e del male, per cui è possibile all’uomo di seguire la via della rettitudine per intima convinzione.

Lo gnosticismo, imponeva un severo distacco dalle occasioni di peccato, ma anche una carità fraterna, rivolta ad aiutare gli altri, comunicando loro la gnosi appresa. Il bacio, tra gli gnostici, non era soltanto un segno di affetto, ma il mezzo con cui chi amava, fecondava e generava, un altro fratello.

Un filo conduttore, lega queste varie correnti eretiche del cristianesimo:
L’umanità di Gesù con tutte le passioni più nobili dell’uomo: lo sdegno per l’intolleranza, la prepotenza, la cupidigia di denaro, la pietà per i poveri ed i sofferenti, la capacità di commuoversi e di piangere, il coraggio di rintuzzare il bigottismo farisaico e di sferzare i mercanti del Tempio, di affrontare a viso aperto i potenti.

Un uomo, la cui tragica fine – e l’apocrifo che riporta un immaginario scambio di lettere fra Pilato e l’imperatore Tiberio, vuol essere una testimonianza dell’ipocrisia del potere politico, che elimina un personaggio molesto e poi ne compiange la morte – ne ha fatto un martire ed un modello ideale per tutti quelli che lottano per la libertà e la dignità umana.

Forti movimenti religiosi, soprattutto protestanti, ai nostri giorni, tornano ad accentuare quest’aspetto di Gesù. «Gesù ha predicato contro ogni ingiustizia, privilegio e oppressione. Il vero cristiano deve essere rivoluzionario», dicono i combattenti per la libertà dell’America centrale. «Se Gesù è stato crocefisso in qualità di sobillatore – scrive il luterano J. Moltmann, – come non dovremmo noi oggi, attuare questa sua funzione nella critica della nostra società?»

 È questo il vero Gesù? Si, è anche questo.

Nella molteplicità d’interpretazioni che permette la vicenda di Gesù (Figlio di Dio, Redentore, vittima espiatoria, predicatore, profeta, modello di virtù, combattente per la libertà) sta il segreto del suo eterno fascino.
Nemmeno Gesù si sottrae al destino di ogni essere vivente: ognuno conta per gli altri nella misura in cui gli altri riescono ad attribuirgli una personalità che corrisponda a ciò che essi si aspettano da lui.

E oggi, in questa società sconvolta dal male, sempre sull’orlo di una catastrofe anche le previsioni apocalittiche di una non lontana distruzione del mondo intero, attribuite a Gesù da certi apocrifi, sono di sconvolgente attualità. Non per intervento dell’ira divina, come Gesù pensava, ma certo a causa della follia degli uomini stessi, potrebbe essere prossima la fine del mondo.
Riusciranno almeno i superstiti – se ve ne saranno – a fare tesoro degli ammonimenti del Gesù degli apocrifi, per costruire finalmente un nuovo mondo, basato su principi di amore, di fratellanza, di giustizia?

Marcello Craveri