IL BOCCONE E LA BOCCATA D’ARIA

Quando lascio la mente libera di vagare da un pensiero all’altro spesso accade che mi ritrovo in uno stato di meditazione che mi conduce a formulare nuovi progetti o nuove teorie.

Scrivere così, senza una precisa meta, il più delle volte produce una rete le cui maglie riescono ad intrappolare nessi e disegni che mai avrei pensato di poter catturare.

Pensare al “desiderio del fumare” ad esempio, mi fa riflettere su molte cose.

Vista anche la mia casistica professionale, già da tempo, sto ragionando sull’atto del fumare e la mia attenzione è rimasta impigliata alla relazione che c’è tra fumo e bocca, tra il fumare e il mangiare. Analizzando le numerose funzioni di questo apparato è chiaro che attraverso di esso passano il cibo e l’aria (come nutrimento del corpo) ma anche suoni e parole (come forme di comunicazione).

Nei primi mesi di vita tutto avviene attraverso la bocca. Urla, vagiti, gorgheggi, sorrisi, labbra protese in cerca di latte. Il bambino, quasi avidamente, si attacca al seno materno o al biberon e tira con tutte le sue forze quell’alimento liquido caldo e dolce dentro di sé. Diventa rosso per lo sforzo e sugge con veemenza fino a rigurgitarne l’eccesso addormentandosi poi estasiato.

Quasi con la stessa intensità o significanza l’adulto – tenendo il mozzicone di sigaretta fra le dita – aspira con forza l’elemento gassoso caldo e sfizioso dentro di sé. Lo lascia percolare lungo il suo esofago, la trachea e poi lo sente scorrere dentro, forse inconsapevole che esso stia riempiendo ogni centimetro dei suoi bronchi.

Con la stessa aria soddisfatta emette all’esterno, quasi sempre attraverso le narici, una piccola nuvoletta azzurra, godendosi lo spettacolo che, da solo, riesce a generare. Credo ci sia una profonda soddisfazione ed un senso di potere nel fumare. Molti fumatori manifestano la padronanza del gesto, e la propria abilità, esibendo stili personali anche bizzarri. I più fantasiosi si sbizzarriscono creando anelli di fumo che sospingono verso l’alto, altri fischiano via il fumo come se loro stessi fossero il comignolo di un vaporetto, qualcuno lo scaccia via con violenza e rabbia per dimostrare il proprio stato d’animo.

I più ingordi lo trattengono per lunghi istanti nel corpo e non ne lasciano uscire che un filo.

Che il fumo sia poi da considerarsi alla stregua di un alimento lo confermano quelle persone che lo sfruttano per moderare l’appetito e controllare la linea. Dichiarano, infatti, che la sensazione prodotta dal fumo della sigaretta è quella di riempire e soddisfare il brontolio di stomaco almeno temporaneamente, oltre che generare uno stato di quiete.

Ma Torniamo per un attimo al latte, inteso come allattamento e come affrancamento alla Madre. E poniamolo in rapporto al fumo o all’atto del fumare. Questo nesso mi fa sorgere una domanda:

Che ci sia qualcosa che distingua l’infanzia del fumatore da quella del non fumatore?

Con la mente raccolgo qua e là dati e ricordi sia personali sia professionali. Mi chiedo se qualcosache non sia passato con il latte (o che si creda non sia passato), o comunque la percezione di una mancanza, possa restare, per sempre, come una richiesta dell’individuo che, anche da adulto, si troverà a pretendere. Come una ricerca continua di una qualche soddisfazione.

Sono convinta che i miei sospetti abbiano qualche fondamento, quindi cerco di approfondire la mia ricerca per capire se i fumatori potrebbero essere persone che non sono state allattate al seno. Senza volerne processare le madri che, com’è noto possono aver messo al mondo un figlio fumatore e l’altro no, mi interrogo comunque sul tipo di rapporto che si è sviluppato, o non sviluppato, con il figlio tabagista. Certamente qualcosa non si è concluso. Qualcosa, nel loro rapporto è probabilmente rimasto aperto, forse sospeso. Così l’atto del fumare rimane forse come un gesto compensativo. Perpetrato cioè come risarcimento emotivo.

Parlo solo dei fumatori che sono dipendenti dal “vizio” e si sentono preda di esso, ovviamente. Penso a quei fumatori dipendenti e spesso scontenti, il più delle volte a caccia di un metodo che li liberi dalla schiavitù, magari con il minor costo e la minor sofferenza possibile. Quelli che tendono ad adottare e sottolineare la loro totale passività rispetto al problema. Come se il problema non fosse dentro di loro e gli fosse, invece, piombato addosso dall’esterno (al pari di una calamità naturale: una valanga, un tifone…). Questo atteggiamento mi sembra dunque un’ulteriore conferma del carattere e della personalità di individui in cerca di una qualche forma di soddisfazione che provenga dall’esterno, luogo dove è più facile scegliere con lo sguardo e con gli altri sensi, ciò che ci manca dentro.

Penso a loro e mi chiedo se il problema sia davvero il fumo. O non sia invece qualcosa di molto più profondo e ancestrale. Qualcosa che sia collegato alla nascita e all’infanzia.

A tal proposito mi torna alla mente una frase di uno psicanalista milanese, Alberto Fornari, che diceva: “siamo davvero felici quando abbiamo fatto pace con la nostra famiglia interiore”. Questo significa che, quando tutti gli elementi che riguardano la nostra struttura primordiale sono presenti in noi e godono di un certo riguardo e rispetto, la nostra vita e la nostra anima sono pacificate. L’imprinting familiare, fin dai primi anni di vita, ci condiziona e ci condizionerà per sempre. Se vogliamo correggere il tiro degli effetti che esso ha costruito sulla nostra personalità dobbiamo tornare indietro e ripercorrere – almeno mentalmente – le nostre tappe, cercando una spiegazione di come eravamo, per capire cosa fare prima di essere ciò che vogliamo essere.

Tendiamo, infatti, a spostare sul fumo, disagi e problemi che stanno a monte. Senza elaborazione, la sofferenza che ci portiamo dentro necessiterà di un altro teatro in cui recitare. Il rito del fumo può essere proprio uno di questi.

Provare a smettere di fumare senza comprendere potrebbe essere come spostare la polvere dall’angolo della stanza a sotto il tappeto. Per ottenere un’azione definitiva al problema (sempre che, chi voglia smettere, lo percepisca come un problema) bisogna portare alla luce qualcosa che sta nascosto nel profondo di noi.

Portare alla luce dispone alla presa di coscienza, e quest’azione è un vero e proprio atto terapeutico. Occorre scegliere dunque se sia meglio essere portati a spasso dalla nostra sigaretta o portarla a spasso noi. Fumare o “essere fumati”. Sono due movimenti apparentemente simili ma in realtà con direzioni opposte. Nel primo siamo vittime e cavalchiamo senza briglie su un destriero indomito, nel secondo siamo parte attiva e assumiamo pertanto una posizione dalla quale si può scegliere. Si può anche scegliere di fumare solo ogni tanto per gustarsi davvero l’aroma di un sigaro o magari della pipa che richiede tutta una ritualità lenta e piacevole, anche solo per riuscire a caricarla e ad accenderla.

Faccio riferimento, a questo punto del mio ragionamento, alle teorie del Tronco encefalico del Dottor Penna esposte recentemente in uno dei suoi corsi di Massaggio Neurovegetativo (una tecnica diagnostica e correttiva di riflessologia dorsale). Nella parte teorica delle sue lezioni emerge in maniera illuminante la possibilità e lo spazio per creare un parallelo interessante fra madre cibo e fumo.

La funzione fondamentale del Tronco Encefalico è gestire il rapporto fra noi e il cibo, e tutto ciò che simbolicamente per noi è il cibo”. Così spiega il dottor Penna e specifica che “Durante la fase embrionale, e i primi mesi di vita neonatale, la prima e l’unica struttura fondamentalmente funzionante del sistema nervoso centrale è il Tronco encefalico. In questa fase, per il nostro Tronco encefalico, il cibo è tutto ciò che ci arriva attraverso il cordone ombelicale prima, e poi tutto ciò che ci arriva dal seno materno, pertanto simbolicamente e oggettivamente non c’è distinzione tra il rapporto con il cibo e il rapporto con nostra Madre.

Per tutta la nostra vita” aggiunge quindi “inconsciamente, tenderemo a vivere nostra Madre come un elemento chiave per la nostra sopravvivenza e tenderemo a confondere il rapporto affettivo presente o assente con nostra Madre con il rapporto con il cibo. Biologicamente per il nostro Tronco Encefalico Madre e cibo per la sopravvivenza sono la stessa cosa, hanno la stessa valenza. Istintivamente tutti noi agiamo sempre in funzione di nostra Madre … non esistono altre pulsioni, la ricerca della Madre è la ricerca del cibo, e si svolge nel lato destro del tronco encefalico.

La Struttura neurologica del Tronco encefalico ha rivelato infatti che, per l’animale primordiale gli alimenti e l’ossigeno erano gli elementi necessari alla sopravvivenza. Inoltre tutti noi, in qualità di embrioni, quando siamo all’interno del ventre (ricevendo l’ossigeno fondamentale per la nostra sopravvivenza dal corpo di nostra madre), dipendiamo da lei. Ma se da lei dipende la nostra vita, se ne deduce che lei è la Vita. Dunque nostra Madre non è solo il nostro cibo primordiale ma è anche la nostra aria primordiale. E’ la vita in tutte le sue manifestazioni essenziali. Non si tratta di psicologia, ma di biologia. La Madre è respiro e boccone, indipendentemente dalla sua presenza, dal nostro giudizio nei suoi confronti, dalle percezioni e dai ricordi che ne abbiamo, lei vive in noi come archetipo, è insita nei nostri più profondi movimenti innati. Ed è in virtù del fatto che gli organi dell’apparato respiratorio e dell’apparato gastroenterico trattengono al loro interno l’informazione biologica del nostro rapporto primordiale con nostra Madre, che questa è la traccia che ci accompagnerà e ci guiderà condizionandoci per tutta la vita.

Come dice ancora Andrea Penna: ”dimmi come respiri e come mangi e ti descriverò emotivamente tua Madre”.

Spiega, infatti, anche che abbiamo quattro azioni fondamentali nei suoi confronti:

  • Tirare dentro: facciamo di tutto per averla: Lei è fuori di noi, lontana da noi.
  • Non lasciare entrare: dobbiamo difenderci dalla Madre: Lei la viviamo come fuori di noi, come un pericolo fuori di noi.
  • Trattenere: dobbiamo trattenerla dentro di noi: il non lasciarla andare via, la viviamo come una cosa dentro di noi, che fa parte diretta di noi.
  • Espellere: il farla uscire da noi, espellerla, è dentro di noi, la sentiamo parte integrante di noi, per noi è pericolosa, è diventata pericolosa e dobbiamo allontanarla da noi.”

Se alla nascita il nostro primo gesto per affermarci è “tirare una boccata d’aria” (ed introdurre questo elemento nuovo per noi all’interno dei nostri polmoni abituati ad un ambiente acquoso) si suppone che è attraverso la respirazione che portiamo dentro di noi la madre, cioè la vita (suo sinonimo archetipale). Prima l’aria e poi, subito dopo, il cibo. Prima il nutrimento per i polmoni, poi quello per lo stomaco.

Lo steso vale nel rapporto latte e fumo. Due elementi differenti, due cibi, nutrienti in maniera diversa ma entrambi simbolici. Nel latte è contenuto  il triptofano (amminoacido essenziale, che il corpo non è in grado di sintetizzare) che esercita un’azione lenitiva e soporifera, genera senso di soddisfazione e appagamento, interviene in numerose reazioni chimiche in particolare nella sintesi della serotonina e dell’acido nicotinico (una delle vitamine del gruppo B), così come la nicotina contenuta nel tabacco (alcaloide parasimpaticomimetico) che stimola il rilascio della dopamina, e altri neurotrasmettitori come la serotonina, la vasopressina e l’adrenalina. Questi neurotrasmettitori generano rilassatezza e senso di euforia.

Latte e fumo,  due sostanze che confortano: un cibo per il corpo uno per l’anima, entrambi non esenti da difetti o controindicazioni in caso di uso eccessivo. Volendo aprire il ventaglio del discorso potremmo fare entrare in scena tutto un corteo di alimenti che, come questi, generano dipendenza in cambio di sostegno e consolazione, ma credo potrebbe essere superfluo. Il senso del paragone credo sia chiaro, e sono certa che ognuno di noi leggendo ha saputo trarre dai miei spunti, o voli pindarici, un senso nuovo a quelle che vengono definite dipendenze e verso le quali poco sappiamo difenderci tutelarci o gestirci.

Il mio scopo è, infatti, quello di mostrare e comprendere le dinamiche che ci muovono verso un boccone o una boccata d’aria. Se cambiassi la parola fumo con la parola alcol o droga o cibo, nulla cambierebbe all’interno del mio ragionamento. Da qui ritengo possano partire un’infinità di altri ragionamenti da cui molto facilmente si potrebbero interpretare molti dei disagi più comuni dei nostri giorni.

Caterina Civallero

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