ANTICHI SIMBOLI: LA PALMA E LA FENICE

fenice

“Post fata resurgo”
“dopo la morte torno ad alzarmi”
epiteto della fenice

“Perchè di tutti gli alberi, questo solo produce un nuovo ramo a ogni novilunio,
così che nei dodici rami l’anno è completo ”
(I Geroglifici 1,3)

L’antica simbologia della palma del martirio e, in generale, la palma intesa come simbolo del Cristianesimo, si collega all’Oriente, cioè alla terra dove maggiormente si trova questo albero slanciato e vigoroso con possenti pennacchi di foglie disposti a raggio come quelli del sole. Si pensava che la pianta nel fiorire e generare i frutti (e quindi i semi) morisse: il legame con il martirio è quindi dovuto a una simbologia di sacrificio. Infatti nella simbologia cristiana, la palma è presente fin dall’epoca paleocristiana ed è legata a un passo dei Salmi, dove si dice che come fiorirà la palma così farà il giusto: la palma infatti produce un’infiorescenza quando sembra ormai morta, così come i martiri hanno la loro ricompensa in paradiso.

Nella domenica detta appunto delle Palme la simbologia rimanda all’entrata trionfale di Gesù Cristo in Gerusalemme (Vangeli, Giovanni 12,13) prefigurando in anticipo la Resurrezione dopo la morte. Ugualmente, la palma ha lo stesso valore di simbolo della resurrezione dei martiri. La palma del martirio si incontra su epigrafi sepolcrali, sarcofagi, affreschi, lastre e stemmi spesso unita al monogramma di Cristo. 
La pianta è anche immagine di Maria, madre di Gesù con riferimento al brano del Cantico dei Cantici ed alla Dea cartaginese Tanit (palma con due serpenti), chiari riferimenti al culto della Dea Madre e all’Albero della vita.

Ma il significato della palma si associa non solo al martirio ed alla resurrezione ma anche alla vittoria, all’ascesa, alla iniziazione e all’immortalità. La palma della dea Vittoria è un’iconografia nata in epoca romana e presso i Greci divenne il premio agli atleti per i giochi olimpici. Come rinascita iniziatica, la troviamo nel testo allegorico L’asino d’oro di Apuleio di Madaura (170 d.C.), dove assistiamo alla nascita iniziatica di Lucio, posto dinanzi al simulacro di Iside alla presenza del popolo, vestito di dodici veli unitamente al simbolo della palma: “Nella mano destra portavo una fiaccola ardente e una corona di foglie di candida palma, che stavano a guisa di raggi, mi cingeva magnificamente il capo. Ornato a somiglianza del sole e fermo come una statua, repentinamente tirati via i veli, il popolo mi veniva attorno per vedermi”.( Libro XI cap.24). Inoltre Apuleio fa narrare a Lucio che nelle processioni dei mistici figuranti gli dèi, Anubis scuoteva nel rito una palma nel guidare le anime: ” Portava con la sinistra un caduceo, nella destra scuoteva una verde palma “.

La Fenice (dal lat. phoenix -icis, gr. ϕοῖνιξ -ικος) che significa appunto palma ma è anche derivante del greco φοινός, “rosso sangue”, (o il suo presunto territorio d’origine, la Fenicia, l’Arabia), trova le sue origini in Benu, più raramente Bennu, divinità zoomorfa del pantheon dell’antico Egitto, uccello mitologico consacrato al dio Ra e simbolo della nascita e della resurrezione dopo la morte, quindi, dell’eternità della vita.

Il suo culto sembra essere legato alla città di Eliopoli, sulla cui pietra Benben la Fenice amava riposare (l’obelisco all’interno del santuario della città, nota originariamente col nome di “Innu”, che significa “la città dell’obelisco”, da cui il nome biblico On). All’inizio era rappresentato come una cutrettola, uccello della famiglia dei passeracei. Durante il Nuovo Regno prese le sembianze di airone cenerino, l’Ardea cinerea, un trampoliere, con le lunghe zampe, con il becco lungo e sottile e con due piume dietro al capo.

Come l’airone che spiccava il volo sembrava mimare il sorgere del sole dall’acqua, la Fenice venne associata col sole e rappresentava il ba (l’anima) del dio del sole Ra, di cui era l’emblema — tanto che nel tardo periodo il geroglifico del Bennu veniva impiegato per rappresentare direttamente Ra.

Ed essendo colei che ri-sorge per prima, venne associata al pianeta Venere, che appunto veniva chiamato “la stella della nave del Bennu-Asar”, e menzionata quale Stella del Mattino nell’invocazione:

“Io sono il Bennu, l’anima di Ra, la guida degli Dei nel Duat.
Che mi sia concesso entrare come un falco,
ch’io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino”.

Inoltre come manifestazione dell’Osiride risorto, veniva spesso raffigurata appollaiata sul Salice, albero sacro ad Osiride, pianta il cui derivato corticale è associato al sintetico salicilato, noto antipiretico e antinfiammatorio. Per questa stessa ragione venne riconosciuta quale personificazione della forza vitale, e, come narra il mito della creazione, fu la prima forma di vita ad apparire sulla collina primordiale che all’origine dei tempi sorse dal Caos acquatico.

bennu

Si dice infatti che il Bennu abbia creato sé stesso dal fuoco che ardeva sulla sommità del sacro salice di Eliopoli. Proprio come il sole, che è sempre lo stesso e risorge solo dopo che il sole “precedente” è tramontato, di Fenice ne esisteva sempre un unico esemplare per volta. Da qui l’appellativo “semper eadem”: sempre la medesima.

Nei miti greci (ma non solo) era un favoloso uccello sacro, diverso rispetto al mito egizio anche come aspetto, infatti assomigliava ad un’aquila reale e il piumaggio dal colore splendido, il collo color d’oro, rosse le piume del corpo e azzurra la coda con penne rosee, ali in parte d’oro e in parte di porpora, un lungo becco affusolato, lunghe zampe, due lunghe piume, una rosa ed una azzurra, che le scivolano morbidamente giù dal capo e tre lunghe piume che pendono dalla coda piumata, una rosea, una azzurra e una color rosso-fuoco.


Così ne parla Erodoto:

“Un altro uccello sacro era la Fenice. Non l’ho mai vista coi miei occhi, se non in un dipinto, poiché è molto rara e visita questo paese (così dicono ad Eliopoli) soltanto a intervalli di 500 anni: accompagnata da un volo di tortore, giunge dall’Arabia in occasione della morte del suo genitore, portando con sé i resti del corpo del padre imbalsamati in un uovo di mirra, per depositarlo sull’altare del dio del Sole e bruciarli. Parte del suo piumaggio è color oro brillante, e parte rosso-regale (il cremisi: un rosso acceso). E per forma e dimensioni assomiglia più o meno ad un’aquila”.

Mentre Ovidio, poeta romano, autore delle Metamorfosi, così lo descrive:

” … si ciba non di frutta o di fiori, ma di incenso e resine odorose. Dopo aver vissuto 500 anni, con le fronde di una quercia si costruisce un nido sulla sommità di una palma, ci ammonticchia cannella, spigonardo e mirra, e ci s’abbandona sopra, morendo, esalando il suo ultimo respiro fra gli aromi. Dal corpo del genitore esce una giovane Fenice, destinata a vivere tanto a lungo quanto il suo predecessore. Una volta cresciuta e divenuta abbastanza forte, solleva dall’albero il nido (la sua propria culla, ed il sepolcro del genitore), e lo porta alla città di Eliopoli in Egitto, dove lo deposita nel tempio del Sole”.

Mentre nel Medioevo il suo parallelo con l’immortalità e la resurrezione di Cristo dal Santo Sepolcro divenne sempre più evidente. L’opera “Il Fisiologo” del II-IV sec. d.c., di matrice gnostica, che divenne molto popolare nel Medioevo dice:

C’è un altro volatile che è detto fenice.
 Nostro Signore Gesù Cristo ha la sua figura, e dice nel Vangelo: “Posso deporre la mia anima, per poi riprenderla una seconda volta”.

Vi sono controparti della Fenice in praticamente tutte le culture: sumera, assira, inca, azteca, russa (l’uccello di fuoco), quella dei nativi americani (Yel), e in particolare nella mitologia cinese (Feng), indù e buddista (Garuda), giapponese (Ho-oo o Karura), ed ebraica  (Milcham)

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