ALCHIMIA E DANZA

Danza-del-ventre

Gli alchimisti nella letteratura e nella musica, nell’architettura, nella pittura e nella scultura, hanno lasciato una traccia consistente in Europa per almeno ottocento anni, a partire dal secolo XI, in particolare nelle chiese romaniche e gotiche. Difatti tale attività era utilizzata dagli operatori come un potente solvente del componente fisso e sclerotizzato del composto umano e come un fissante del componente mutevole ed evanescente, per animare e sublimare l’energia vitale e creativa all’interno dell’uomo, che nella sua essenza è quanto i Greci chiamavano con il nome di Eros.

Nelle espressioni artistiche si giunge a stati di comprensione e di contatto con l’inconscio comunemente molto rari, dove le sensazioni corporee, le emozioni e le intuizioni sono esaltate, dove può unirsi interiormente il principio maschile della razionalità con il principio femminile della sensibilità, il mobile. In esse soprattutto può integrarsi l’attività dell’immaginazione con quella del pensiero, i poli creativi attraverso i quali avviene la concezione e la realizzazione dell’opera d’arte o dell’opera alchemica. Per tanto, nel corso della storia millenaria dell’umanità, arte ed alchimia si sono influenzate a vicenda, in un intreccio invisibile di collegamenti a miti ed archetipi comuni.

Nell’opera alchemica di trasformazione e raffinazione del composto umano, l’immersione nel mondo fluido e sublimato della musica, del canto e della danza è di grande efficacia. Ciò è vero in particolare per chi porta avanti la propria esistenza senza seguire il ritmo intenso ma leggero della natura, per chi ha una struttura psicofisica pesante, rigida e stonata, con un orecchio poco esercitato.

Nel lavoro di ascolto della musica si possono riconoscere le diverse energie archetipiche, che si manifestano nelle intensità e nei timbri dei suoni, nelle melodie e nelle armonie, nelle risonanze. In seguito si possono avvertire i diversi effetti umorali, che tali energie producono nell’ascoltatore, assorbendo i vari flussi dinamici che scorrono nei brani musicali. Lo scopo è che lo stesso sistema percettivo dell’ascoltatore diventi altrettanto fluido ed entri in sintonia con i ritmi della natura e del proprio metabolismo, col proprio tempo interiore, con le diverse energie cinetiche in movimento nell’universo e che secondo determinati ritmi accendono di vita tutta la materia.

Per quanto riguarda ciò che la più antica tradizione filosofica e religiosa definiva danze sacre, si può affermare che si tratta di esercizi complessi, dove vengono coinvolti contemporaneamente corpo e mente. Esse venivano eseguite nei templi egizi, greci e dell’oriente, presso determinati ordini sacerdotali, oppure al di fuori della religione ufficiale nelle scuole cosiddette misteriche, per la trasmissione di insegnamenti e pratiche iniziatiche. In tali scuole erano eseguite anche musiche e canti particolari, con armonici superiori o ipertoni, che sono un ponte di collegamento tra le note udibili dall’uomo e sonorità più sottili, metafisiche.

Queste danze, del tutto sconosciute oggigiorno, non hanno un fine di divertimento come i balli eseguiti nelle discoteche o un fine esclusivamente artistico come la danza classica esibita nei teatri, ma sono uno strumento molto sofisticato per facilitare nei praticanti una graduale trasformazione psicofisica e una trascendenza spirituale. Esse fanno giungere l’uomo ad uno stato di percezione e attenzione non ordinaria e alla fine lo portano ad uno stato di coscienza permanente e unitario.

Nei Misteri Dionisiaci la danza sfrenata era un mezzo per fare giungere l’uomo ad uno stato d’esaltazione religiosa, di percezione non ordinaria del metafisico. Tuttavia l’alchimia utilizza tale forma espressiva non per giungere a stati d’invasamento religioso o di trance, ma per stimolare un’espansione del campo energetico e stati di coscienza lucida, che scaturiscono da una sinergia equilibrata tra il corpo e l’anima: la cosiddetta quadratura del cerchio.

Per molti secoli l’Occidente ha scordato la funzione spirituale della danza. Difatti la chiesa cattolica medievale, a differenza del canto gregoriano e cistercense prima, della musica polifonica poi, l’aveva esclusa dalle funzioni religiose, considerandola un’espressione tipica del corpo, quindi troppo vicina alla carne e al peccato. Invece nel Medio Oriente islamico si è sempre mantenuta questa tradizione, ad esempio con la danza dei sette veli o la danza dei Dervisci rotanti, ancora oggi praticata in alcune comunità Sufi.

Una riscoperta della danza sacra è avvenuta in Europa nella prima metà del Novecento, grazie all’opera di Georgei Gurdjieff. Egli ha riproposto danze attuate con movimenti corporei incisivi e precise geometrie, che ricalcano i simboli dei principi fondamentali dell’esistenza, ad esempio la croce con i quattro elementi, la quadratura del cerchio e l’enneagramma. Quest’ultimo è una geometria che esprime, attraverso la successione dei nove numeri primi, i processi generativi o rigenerativi della natura con le sue tipologie principali. Inoltre tali danze hanno ritmi che rispettano le leggi matematiche dell’universo, soprattutto quella dell’ottava, riconoscibile attraverso le sette note della scala musicale classica o i sette colori dell’iride, associati ai sette archetipi operanti nel mondo, detti pianeti dall’astrologia classica. D’altra parte il numero otto è nella tradizione il simbolo della rigenerazione che porta all’infinito.

GIORGIO SANGIORGIO